L’exit-man e l’orizzonte della cittadinanza europea e globale

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La Global Citizenship Education (Educazione alla Cittadinanza Globale) scuote e sfida il mondo dell’educazione: una sfida per certi versi antica, comunque attualissima e fortemente collegata a un progetto formidabile e fragile: l’Europa. Non possiamo negare che, accanto al permanere della straordinaria visione politica che ne ha tracciato le fondamenta, ad opera delle grandi figure dei fondatori, lo scorrere degli anni abbia tentato di minare la saldezza di questo progetto. Sappiamo che l’uscita non è soltanto un rischio paventato: è realtà, sperimentata e ancora sperimentabile. Abbandonare un progetto forte, frantumare un patto, privilegiare il “disimpegno” delimitando la responsabilità a un tra di noi meramente insulare, preferendo essere frammento separato di un arcipelago piuttosto che elemento integrante ed essenziale di una condivisione solida vissuta a corpo: questa è la tentazione-realtà dell’exit che spinge fuori, in una dimensione extra che separa e allontana. Si torna a prediligere l’estraneità dello splendido isolamento rispetto alla prossimità, alla progettualità di una comunità dialogante. L’identità europea potrebbe essere distrutta dagli amanti del frammento e subire il destino dello specchio infranto.

Certo, queste considerazioni si riferiscono alle recenti e note vicende politiche che chiamano in causa l’organizzazione delle macro-relazioni internazionali. Tuttavia nel nostro caso riguardano soprattutto, a livello micro, la diffusa tentazione antropologica dell’isolamento, della fuga personale dalla responsabilità: tentazione dell’exit da parte di chi quasi paradossalmente esce per chiudersi, tradisce l’inquietante e creativo dinamismo della relazionalità e si apparta in un comodo autocentramento. È il proclama di un’antropologia solipsistica: un’ipotesi, anzi un dato di fatto che si pone come sfida emergente e prioritaria per l’educazione. Sfida prioritaria per chi ama l’Europa, si sente europeo e sa quanto sia urgente educare all’Europa. Torna facile l’accostamento tra affermazioni tutt’altro che lontane: in Italia tante volte si è detto “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani!” (frase attribuita a Massimo D’Azeglio). Allo stesso modo oggi, nel nostro nuovo e più grande Paese, l’Europa, potremmo dire: “Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei!”.

È soltanto la forza identitaria di cittadini che davvero si sentano europei, con l’intimo senso di appartenenza a questa dimora comune, a poter costruire su basi solide l’Europa, evitando che questo nome sia un mero flatus vocis, uno slogan, un pio desiderio astratto e in buona parte estraneo. Bisogna perciò introiettare l’idea e l’esperienza dell’Europa come dimora, dimensione intimamente abitata, autentica “patria” nel senso più profondo del termine. C’è molto da fare, in questa prospettiva, a tanti livelli.

La dimensione antropologico-esistenziale viene prima della dimensione politica, perlomeno nella prospettiva pedagogica. E il progetto pedagogico può dare forza e credibilità a quello politico. La sfida pedagogica, attualissima, sta proprio nel promuovere la cittadinanza europea nella prospettiva ancora più ampia della cittadinanza globale. Gli orizzonti esistono per essere oltrepassati! Si può fare tutto questo soltanto a partire da un fondamento autentico, cioè dal cittadino dialogico, dal cittadino interculturale.

Non è facile invertire la tendenza-exit, quella dell’exit-man, uomo del disimpegno, uomo dell’irresponsabilità, uomo per molti versi fragile, vulnerabile. Bisogna saper cogliere le cause, certamente molteplici, di questo sradicamento identitario, di questo dare le dimissioni che sa di esclusione e di auto-esclusione. Soltanto a partire da una seria analisi critica di questa condizione di precarietà esistenziale sarà possibile, attraverso un’adeguata azione pedagogica e culturale, pensare di aggiustare la rotta. La navigazione comincia da casa nostra, dal nostro quartiere, dalle scuole. Dalla concreta fedeltà alla nostra città.

Da qui, la bussola ci può orientare verso il mondo globale da costruire e ricostruire. Verso l’Europa e, ancora più in là, a ogni latitudine. Ma soprattutto dentro di noi.

Giuseppe Milan

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