L'etica di un hacker

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Foto: Cnbc.com

Orkut Murat YILMAZ è stato un membro dell’Hacker-space di Istanbul: organizza incontri sui free software e realizza Crypto-parties, per insegnare ai partecipanti a proteggere la propria privacy e i propri dati on-line. Unimondo l’ha incontrato per chiedergli in cosa consiste l’attività di un hacker e quale etica la guida. Per questo articolo, tradotto in italiano, ha acconsentito a non rimanere anonimo. Qui il documentario Hacking Istanbul di Konstanze Scheidt e Tim Schütz sulla realtà dell’ “Hacker- space” in Turchia (20’).

D: Quali ragioni spingono un hacker a diventare tale? Quali ragioni hanno spinto te, in particolare, a diventarlo?

La “cultura hacker” non consiste nella semplice intromissione nel computer di qualcuno, come molti pensano. Farò un esempio: quando il gelato finisce, mia madre è solita mettere del cibo nelle scatole di plastica che lo contenevano. Lo stesso accade nel mondo degli hacker: la cosa importante è trovare un secondo utilizzo per l'oggetto con cui si sta lavorando! Questa cultura nasce durante la Seconda Guerra Mondiale, quando le persone raccoglievano le parti distrutte degli aerei per costruirne di nuovi o per realizzare altri oggetti meccanici. In seguito, Richard Stallman -il fondatore del Movimento del Software Libero- è stato il precursore che ha iniziato ad hackerare politicamente, trasformando questa attività anche in una forma di attivismo.

Hackerando, cerchiamo di risolvere moltissimi problemi: i più importanti sono legati alla censura su Internet e alla sorveglianza on-line. Tantissima gente usa i VPN (Virtual Private Network) o TOR (The Onion Router) per svariati fini e non solo per proteggere i propri contenuti dalla censura e dalla sorveglianza on-line. Per esempio, molti hackerano comunemente la proprietà intellettuale di qualcun altro.

Per quanto riguarda la censura, le persone trovano sempre un modo di aggirarla: per esempio, usano i VPN per seguire i media curdi. Invece, per quanto riguarda la questione della sorveglianza, il grado di consapevolezza, anche da parte dei professionisti, è molto debole. La privacy, nella cultura turca, non esiste! Ad esempio, nella famiglia anche allargata, tutti credono di avere il diritto di conoscere la tua vita privata.

Inoltre, sono in realtà più preoccupato per le aziende private che cercano di ottenere i tuoi dati personali, e in particolare quando si tratta di stagisti alle prime armi, rispetto al  governo nel campo della sorveglianza. Questo è il settore più debole della “cultura hacker” turca.

Per riassumere: perché lo faccio?  Beh,  io non credo nell’esistenza di hackers “bianchi” o “neri”, buoni o cattivi: il punto è che lo facciamo perché possiamo! Farò un altro esempio: considera Ernest Walton, che ha realizzato la prima fissione dell'atomo nel 1932. Il suo scopo non era quello di sviluppare una nuova bomba devastante, ma capire se poteva separare i protoni dall'atomo o meno. Così, hackerando, si vuole saltare una barriera, spesso senza sapere cosa troverai oltre.

D: Il  gruppo di hacker di cui fai parte ha una serie di valori a cui rimanere fedeli nel corso delle proprie attività?

Abbiamo un piccolo manifesto: si riferisce principalmente ai software liberi, alla necessità di fare una ricerca prima di porre domande stupide (altrimenti ti sarà risposto RTFM! Read The Fucking Manual! Leggi il maledetto manuale!) e se si trova un sistema informatico, dovremmo cercare di usarlo in  modi nuovi e diversi.

La maggior parte di noi sono attivisti, sia nel mondo reale che in quello virtuale (… in realtà sono entrambi mondi fisici! Diciamo con o senza computer). C’è poi un’ideologia che tutti condividiamo, chiamata cripto-anarchismo: crediamo nella diffusione della libertà nel cyber-spazio.

D: Che cosa intendi con “anarchismo”, quindi? Pensi che il cyber-spazio non dovrebbe avere alcuna regola, essendo in grado di auto-regolarsi? Sappiamo che di solito commettere un crimine sul web è considerato un fattore aggravante, perché il pubblico raggiungibile dal reato è potenzialmente illimitato.

Anarchismo significa assenza di governanti, non di regole. Noi crediamo in un tipo esistente, ma diverso, di regolamento per lo spazio web. Semplicemente non può essere regolato con gli stessi criteri della legislazione tradizionale.

D: Cosa pensi circa il ruolo dell’anonimato in rete? Credi che dovrebbe essere generalmente consentito? Ed è particolarmente importante nei paesi che hanno una minore libertà di espressione e che, più in generale, non consideriamo rientrare negli "standard democratici occidentali”?

Noi usiamo i guanti per ripararci dal freddo, ma anche i ladri li usano. Vietare l'anonimato on-line è come proibire a tutti di usare i guanti!

Ho sempre sostenuto la ragione della scienza: l'anonimato ci aiuta ad eliminare i pregiudizi, anche in una chat-room; non sai se stai parlando, dando o chiedendo suggerimenti, scambiando informazioni con un uomo o una donna, un  giovane o un vecchio, un bianco o un nero ... e non temi di essere giudicato per quello che stai chiedendo o di cui stai parlando. Certo, se provieni da paesi come la Corea del Nord, l’Iran, Cuba e puoi essere anonimo, ti è possibile accedere e condividere molte più informazioni di quanto il governo ti permetta di fare. Ma lo stesso ragionamento è valido in tutto il mondo. Pensa a Julian Assange: ha problemi pure con le autorità svedesi. Non possiamo distinguere tra governi più o meno democratici. Alcuni sono più o meno peggio, questo è il concorso di bellezza! Se si è anonimi in un paese e poi si agisce on-line in un altro paese in cui non lo si è, come ci si può fidare che quest'ultimo governo non condivida i tuoi dati personali con un'agenzia governativa estera?

Infine, il ruolo dell’anonimato non è minato solo a causa dei governi! Ad esempio, cercando spesso la parola "cancro" su Google potresti arrivare a vedere eliminata la copertura per questa malattia dalla tua polizza assicurativa. Questo significa che la compagnia Google ha venduto i tuoi dati a qualcun altro.

D: Sei d'accordo con il fatto che le autorità a volte avrebbero bisogno di conoscere l'identità del responsabile di un crimine commesso nel cyber-spazio, ad esempio nei casi di pedopornografia, di video che spiegano come realizzare una bomba, o per il reclutamento di combattenti per l’ISIS…?

Il governo turco spesso non persegue questi crimini in modo serio, e spesso così (non) fanno gli altri governi. C'è un rapporto malato tra l’anonimato e il perseguimento della pornografia infantile o di altri crimini. A mio parere, a volte non è nemmeno il punto l’essere anonimi! È molto più di una questione di formazione dei nostri figli, di creazione di un'etica comune.

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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