L’arte del buon vicinato

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È davvero strano come in Italia stia diventando difficile sforzarsi di fare un discorso razionale, specialmente quando si parla di politica. Tutto deve essere considerato di parte. Ogni considerazione deve per forza essere determinata da qualche influenza esterna. C’è sempre qualche doppio fine, personale, di gruppo, di partito. Così registriamo episodi – banali oppure inquietanti – di quello che si potrebbe definire come “analfabetismo di ritorno” rispetto al vivere civile. Si perde un lessico comune capace di sostenere la nostra comunità. Anzi, addirittura le strutture grammaticali esplodono. Le parole hanno significati diversi per chi è di destra o di sinistra. Possibile? Certo perché anche destra o sinistra per qualcuno non vuol dire nulla. Ma se abbiamo perduto le parole, come faremo a comunicare? Nessuno crede più a nessuno: questa è la situazione generale. Pochi dei personaggi pubblici dicono la verità, eppure ci sono. Tuttavia non crediamo più neppure a loro. Invece inseguiamo i millantatori, quelli che dicono ciò che vogliamo sentirci dire. Così continuiamo imperterriti nel nostro declino. Una frana culturale prima che politica.

Limitarci alla denuncia è sterile. Abbiamo capito anche questo. Mi ha molto colpito il primo “Discorso alla città” che il nuovo arcivescovo di Milano, Mario Delpini, aveva pronunciato il 6 dicembre scorso. Già il titolo è sorprendente: “Per un arte del buon vicinato”. L’inizio può sconvolgere tanto appare controcorrente rispetto allo “spirito del tempo”: il presule invita a fare un “elogio” di quanti lavorano per la comunità. Anche dei politici. Il finale è altrettanto spiazzante. Recuperando l’antica tradizione delle decime, Delpini scrive: “La regola delle decime invita a mettere a disposizione della comunità in cui si vive la decima parte di quanto ciascuno dispone”. Poi subito viene proposto un esempio: “Ogni dieci parole che dici, ogni dieci discorsi che fai, dedica al vicino di casa una parola amica, una parola di speranza e di incoraggiamento”. E, aggiungiamo noi, di sincerità, di verità. Senza nascondere la realtà ma cercando di trovare un punto d’incontro. Forse vale anche per i giornalisti.

Parliamo allora di un argomento molto scottante, l’immigrazione. Abbiamo visto come gli slogan che incitano all’odio possono armare le mani di chi è nostalgico di un tempo che non ha vissuto e che ha causato immani tragedie. L’odio nasce anche dalle parole. Ora siamo arrivati al totale travisamento dei fatti: alcune persone di colore vengono scelte come bersaglio solo perché sembravano (ma potevano non esserlo) africani. Potevano essere ricchi statunitensi, magari italiani adottati. Invece no, subito, automaticamente, rappresentati come fannulloni, clandestini, invasori. E la colpa è loro. La colpa di esistere, di essere qui. Vengono accusati di voler “sostituire” la nostra gente. Di creare insicurezza, di rendere le città invivibili. “Una volta non si spacciava droga al parco, poi sono arrivati loro”. Così si sente dire. Ma una volta i nostri giovani – i clienti italiani degli spacciatori – forse non cercavano così tanto la droga.

L’efferatezza dei delitti non è una prerogativa degli stranieri. Gliel’abbiamo insegnata noi. Non c’è assolutamente differenza in questo. Inutile sottolineare che i dati ci parlano di una considerevole diminuzione degli omicidi negli ultimi anni. Inutile dire (i lettori penserebbero che sono di parte) che la sensazione di insicurezza aumenta quando governa il centro sinistra e diminuisce quando sta al potere la destra, a prescindere dagli effettivi numeri dei reati. Come mai? Forse perché qualcuno soffia sul fuoco? Cerchiamo però qualche parola di speranza e di incoraggiamento. Al di là del colore della pelle i migranti sono come noi. Semplicemente come noi. Lavorano; a volte, troppe volte lo fanno in nero. Esattamente come gli italiani, ma sono più sfruttati, più ricattabili. Tirano avanti, come possono. Secondo le leggi che noi abbiamo varato. Inutile ricordare che oggi l’immigrazione è regolata dalla legge Bossi/Fini. Sappiamo a quale schieramento appartenevano.

Sappiamo che il grande afflusso dei rifugiati e dei richiedenti asilo dalla Libia e dalla Siria è il prodotto di due guerre, delle quali l’Occidente non può dirsi sicuramente estraneo. Occorrerebbe forse prendersela con Sarkozy oppure con i contrapposti interessi di Russia e Stati Uniti in Medio Oriente. Sono scenari più grandi di noi. I comuni cittadini almeno potrebbero non lasciarsi abbindolare da chi immagina “piani strategici” per la distruzione dell’Europa. Uno sforzo andrebbe fatto. Possibile che non conosciamo nessuno straniero ben integrato, che va a scuola con i nostri figli, che aiuta i nostri anziani? Allora si dirà che questi immigrati vanno bene. E i richiedenti asilo sono tutti spacciatori? Forse no, sicuramente no. Spendiamo inutilmente i nostri soldi per “loro”? Eppure molti italiani lavorano nel campo dell’accoglienza. Lo fanno per portare i voti alla sinistra? Non scherziamo. D’altra parte il disagio diffuso va considerato, non proponendo soluzioni securitarie o addirittura xenofobe. Sono controproducenti.

Mostriamo invece che “si può” vivere insieme. Che questa è l’unica difesa della parte migliore della nostra società. Su dieci pensieri, dedichiamone uno a questa possibilità. Troveremo molti esempi positivi. Forse potremmo pure ringraziare gli stranieri con cui abitiamo insieme. L’arte del buon vicinato si costruisce così.  

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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