L’alternativa al glifosato è la salute!

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Foto di Marco Vernaschi da Slowfood.it

Il glifosato è il principio attivo più usato al mondo ed agisce sia da disseccante delle piante infestanti, sia come essiccante per i raccolti, che vanno stoccati con il minor tasso possibile di umidità per evitare che sviluppino micotossine molto pericolose per la salute. Se l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha classificato già nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, mentre nel marzo di quest’anno l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) lo ha catalogato come “non cancerogeno”, il dibattito sull’erbicida più utilizzato e controverso al mondo si è arricchito in aprile dell’ennesimo dossier dell’associazione A Sud, che con la rivista Il Salvagente ha provato quanto il tema sia attuale per la nostra salute. Il laboratorio tedesco BioCheck Lab di Lipsia che ha presentato i risultati delle analisi tossicologiche indipendenti su un campione di 14 donne incinte, scelte nel contesto urbano della città di Roma, ha dimostrato come “tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml”.

Numeri difficilmente interpretabili, dal momento che non esistono quantità massime consentite per legge, ma in ogni caso il glifosato non dovrebbe comunque essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri. “Negli ultimi anni la letteratura scientifica internazionale ha evidenziato maggiori livelli di glifosato nelle urine di soggetti che vivono in campagna, con percentuale di positività e concentrazione più elevata negli Stati Uniti rispetto all’Europa” ha spiegato Antonello Paparella, microbiologo e docente all’università di Teramo. Le partecipanti che si sono volontariamente sottoposte a questo screening però vivono in città, a Roma, lontano da campi agricoli o da aree considerate a rischio. Come è possibile? Con buona probabilità la sua presenza nell’uomo può essere dovuta principalmente all’alimentazione. Il glifosato, infatti, entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, e altri prodotti a base di farina, ma anche attraverso carni e formaggi, visto che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, e colza ogm, tutti brevettati proprio per essere resistenti al glifosato.

Secondo Patrizia Gentilini, medico oncologo e componente del comitato scientifico dell’associazione Medici per l’Ambiente Isde-Italia, “oggi siamo tutti esposti”. Per l’oncologa ci sono numerosi dati sperimentali, condotti su cellule placentari ed embrionali umane, “che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata. Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc” e può essere considerata un potenziale interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. In un’indagine dello stesso tipo effettuata in Germania tra il 2001 e il 2015 su un totale di 399 soggetti di genere maschile e femminile, di età compresa tra i 20 e i 29 anni, il glifosato è stato trovato solo nel 32% delle analisi effettuate. “Occorre considerare che il valore massimo riscontrato tra le 14 donne in gravidanza esaminate a Roma è stato del 24% superiore al valore più alto trovato tra le analisi effettuate in Germania. Vi sono quindi ragioni scientifiche perché il risultato di questo test possa ritenersi un campanello di allarmeha concluso la Gentilini.

L’indagine presentata dalla rivista Il Salvagente fa parte di un più ampio dossier realizzato oltre che dall’associazioni A Sud, anche da Navdanya International e Centro Documentazione Conflitti Ambientali (Cdca), dal titolo: Il Veleno è servito – glifosato e altri veleni dai campi alla tavola, che racconta storia, evoluzioni e rischi dell’utilizzo della chimica in agricoltura, soffermandosi sugli studi scientifici pubblicati, sui profili normativi e sul conflitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative più permissive, dandoci così una panoramica sugli effetti del glifosato nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, è stato trovato nelle urine del 93% dei consumatori sottoposti a indagine tossicologica durante un progetto avviato nel 2015 dall’Università di San Francisco in California (Ucsf). In Argentina, che rappresenta uno dei paesi maggiormente colpiti dagli effetti dell’agricoltura industriale, da quando nel 1996 il governo argentino spalancò le porte alla coltivazione transgenica della soia resistente al pericoloso RoundUp, un’erbicida a base di glifosato,  i casi di cancro e malformazioni alla nascita sono esplosi, come hanno dimostrato le immagini scattate dal fotografo Pablo Piovano. In Colombia, infine, il massiccio ricorso al glifosato per lo sradicamento dei campi illegali di coca, una pratica sostenuta dal Plan Colombia approvato nel 2000 dagli Stati Uniti,  ha portato all’inquinamento dei corsi d’acqua e dei terreni e allo sfollamento di migliaia di colombiani oltre naturalmente all’insorgere di gravi patologie epidermiche, oftalmiche, epatiche e oncologiche.

Eppure il dossier dimostra come un sistema di produzione del cibo sostenibile, equo e salutare sia possibile. “Un’agricoltura senza pesticidi è una questione di salute, oltre che di tutela dell’ambiente in cui viviamo - ha dichiarato Marica Di Pierri di A Sud -. Gli strumenti a nostra disposizione per fermare la Commissione europea, che sembra intenzionata a rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione al glifosato, sono le azioni dal basso promosse da cittadini e agricoltori” come l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) per vietare il glifosato che in tre mesi ha già raccolto più di 800mila firme e punta ad arrivare al milione entro giugno anche in Italia. Per Ruchi Shroff di Navdanya International, braccio italiano dell’omonima associazione indiana presieduta dalla scienziata e attivista Vandana Shiva, “In tutto il mondo la società civile si sta mobilitando contro l’uso degli agrotossici promosso dal Cartello dei Veleni delle multinazionali che si arricchisce ai danni dei cittadini e a spese degli Stati”. Adesso grazie all’Ice anche l’Italia può assumere un ruolo più consapevole nell'Unione europea per difendere la salute dei cittadini, le piccole e medie imprese agricole e le eccellenze alimentari, come pizza, pasta e pane, che rischiano di venir presto inquinate dal grano canadese al glifosato da poco sdoganato dal CETA

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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