L’abito non fa il monaco, ma la donna violata sì

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#metoo, anche a me. E’ l’hashtag usato sui social da centinaia di donne che l’hanno postato come proprio status per denunciare violenze o ingerenze a sfondo sessuale. Un paio di parole diventate virali dopo il tweet dell’attrice Alyssa Milano, che riprendeva un appello per le donne a uscire allo scoperto: come atto dimostrativo, per dare al mondo la misura del “problema”; ma anche come atto di coraggio, perché riuscire a dire che anche a te è successo non è per nulla scontato. Riuscire a dire che anche a me è successo non è scontato. I pensieri si ingarbugliano, un po’ ti vergogni, figurati se in un mondo in cui si parla ancora con così poca consapevolezza e sincerità del sesso bello e pulito si può parlare, senza timore di essere mal giudicate, di quello subìto e violento e forzato, del male che fa, dell’onta che ti cola addosso. Un po’ pensi che forse è meglio sminuire, ché tanto dai, succede a tante, cosa vuoi che sia, sono maschi, la vita va così, se sei donna ti devi difendere; un po’ te la metti via, ti dici che tanto parti in svantaggio, che senza testimoni cosa vuoi che valga la tua parola contro un professore universitario che tenta di baciarti in ascensore; un po’ ci ironizzi anche, perché se il tuo capo fa allusioni pesanti, per esempio in una riunione di lavoro, ci sono anche le tue colleghe insieme a te, lui è un viscido prepotente, ma insieme a volte ci si scambiano solo sguardi intimiditi e perplessi, non sempre si denuncia. Insieme a volte si nasconde. Si lascia perdere. Non si dimentica no, ma si lascia perdere, e ci si sente pure sciocche poi, perché alla fine dentro di noi un po’ di senso di colpa si divincola, per non aver detto niente al momento in cui tutto poteva essere detto – senza colpe.

E se tutto questo centrifuga sentimenti per te, per una “cosa così banale” (che poi di banale ha ben poco, e lo sai), come vuoi che si senta chi è stata stuprata, picchiata, violata? Di merda, si sente. E diciamolo senza pizzi e merletti, senza edulcorare per l’ennesima volta. L’attenzione è ancora sulla donna, sulle sue forme e sulle sue emozioni di vittima. L’uomo resta nell’ombra del non detto, in qualche modo fuori dal discorso, pubblico o privato che sia. Ecco perché la donna si sente di merda, perché anche denunciando non evita imbarazzi e offese, che si vestono con le sembianze di indagini necessarie, ma che sono di fatto morbose discriminazioni. E non a caso dico “si vestono”: perché anche i vestiti importano a quanto pare, ma solo per questi reati declinati al femminile plurale. Com’eri vestita? La domanda se la sono sentita porre in molte, tanto che alcuni studenti universitari ci hanno intitolato una mostra. What were you wearing? Diciotto vestiti incorniciati, abiti “da stupro”, abiti che non dovrebbero avere un peso ma che evidentemente lo hanno eccome, anche se si tratta di una camicetta leggera, di un paio di pantaloni di cotone. Le didascalie sono epigrammi, perché anche lì le parole sono poche, e sono storie vere di donne che indossavano quel giorno qualcosa di simile, qualcosa che – il dubbio ancora viene a troppi – quello stupro forse poteva giustificarlo, o almeno invogliarlo. Insomma, le ginocchia un po’ più vicine, pure tu, potevi tenerle.

L’idea viene a Jen Brockman, direttrice del Sexual Assault Prevention and Education Center dell’Università del Kansas e, con estrema delicatezza, la scelta è di non esibire i veri abiti delle vittime. I vestiti esposti, raccolti dagli studenti che le vittime, però, le hanno intervistate davvero, assomigliano molto a quello che le ragazze indossavano, cose semplici, una maglietta e dei jeans, un abitino visto in un negozio e comprato con gioia. Una tuta, una minigonna, importa davvero cosa avessero addosso? Agli stupratori non importava, è successo comunque. Importa però a chi giudica, a chi indaga, a chi ancora non può smettere di pensare che, in fondo, se è successo qualche provocazione deve pur esserci stata, dai. E la mostra mette in cornice questo, uno stereotipo che non muore, un presunto atteggiamento equivoco che ha acceso la voglia come una scintilla – in parte allora comprensibile? – di un maschio predatore: te la sei cercata, ragazza, donna o bambina che tu fossi, hai dato un messaggio che poteva essere letto come “Io ci sto”. Sei stata equivoca, dunque ragionevolmente equivocata.

In realtà il messaggio è proprio un altro, opposto, che ha più a che fare con un “Io esisto”, e i vestiti che indossavo non contano, non devono contare niente rispetto a quello che mi è successo. Anche se a volte è qualcosa che indossiamo a fare la differenza. Per esempio in una gara di corsa, quando i runners mettono qualcosa di rosso. Rosso come la rabbia, rosso come l’energia, rosso come i diritti da difendere, compreso quello di correre. La Women In Run infatti è solo una delle tante iniziative di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, un progetto nato a Monza, che fa tappa in tante città d’Italia. Tra pochi giorni toccherà a Trento scendere in campo, per un percorso di 5 km non competitivo a cui ci si può ancora iscrivere (qui) e che devolverà parte del ricavato al fondo “La violenza non è un destino”, gestito da Famiglia Materna e dalla cooperativa sociale Punto d’Approdo, che supporta le vittime di violenza e i loro figli. Sono appuntamenti del branco, quello che si stringe a testa alta e alla luce del sole per difendere diritti, non quello che violenta nel buio che nasconde i soprusi.

Lasciatemi allora chiudere condividendo un memorandum, che riprendo da Angelina Chapin su Huffington Post: se tutto ciò che raccoglie quel #metoo può avere in ultima istanza per noi donne anche un valore catartico, non possiamo dimenticare la lunga storia di silenzi e assenze degli uomini su questo tema. L’invito quindi è quello di un simbolico #metoo anche per i maschi, per tutte le volte che si sono scoperti a dire una frase sessista, per uscire allo scoperto come co-attori di un cambiamento di prospettive necessario. Perché se nessuna vittima di violenza deve sentire su di sé l’ennesima pressione, quella cioè di sentirsi obbligata a venire allo scoperto raccontando pubblicamente episodi dolorosi della propria vita, ognuno e ognuna di noi, invece, può sentirsi responsabile perché comportamenti che inducono e giustificano ingerenze a sfondo sessuale diventino sempre meno frequenti e abituali.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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