L’Italia contaminata

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Foto: Focus.it

In Italia la definizione giuridica di “sito contaminato” comprende sia il piccolo incidente temporaneo, che il grande e duraturo inquinamento di origine industriale, per questo la fotografia della situazione ambientale del Belpaese risulta molto difficile da decifrare. La classificazione dei siti contaminati, attualmente, è divisa in due grandi ambiti: i Siti di interesse nazionale (Sin) la cui procedura di bonifica è attribuita al Ministero dell’Ambiente, e quelli di pertinenza regionale. Questa divisione porta con sé una grande differenza nello stato delle bonifiche nelle diverse regioni e una sostanziale incomunicabilità, sia tra le regioni, che tra le regioni e il Ministero. L’unica cosa certa è che oggi in Italia i siti inquinati che necessiterebbero di impellenti bonifiche sono oltre 20mila, 40 dei quali dichiarati “Siti d’interesse nazionale”. Peccato non si veda “l’interesse nazionale” per le bonifiche, visto che pochissimi sono stati riqualificati nonostante si tratti, nella maggior parte dei casi, di aree individuate e circoscritte per la prima volta nel 1988 e identificate dal Ministero come “aree fortemente inquinate bisognose di urgenti bonifiche”.

Secondo quanto emerso durante RemTech Expo, la fiera che dal 20 al 22 settembre a Ferrara si è occupata di bonifica, riqualificazione, recupero e tutela del territorio e che ha visto confrontarsi sul tema anche il Consiglio nazionale dei chimici, quello dei Sin non è un problema da poco, visto che occupano ancora lo 0,81% del territorio nazionale, cioè qualcosa come 600 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e altri 1.600 chilometri quadrati di territorio. La Lombardia con cinque siti contaminati è la regione più esposta all’inquinamento dei Sin, seguita da Piemonte, Toscana, Puglia e Sicilia con quattro siti ciascuna. La maggioranza delle regioni italiane ha un solo un sito contaminato, che tuttavia basta e avanza per compromettere la salute umana in vaste aree di territorio, come già documentato anche da Unimondo grazie all’ultimo rapporto I numeri del cancro in Italia 2017. Presentato al ministero della Salute lo scorso 19 settembre dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), per il rapporto "la relazione tra cancro e inquinamento è sempre più evidente in aree in cui la contaminazione ambientale è di particolare rilevanza sia per tipologia che per diffusione”. 

Nonostante questo, attualmente, rimane ancora da bonificare circa l’80% del territorio compreso nei Sin nazionali, eppure risanarli sarebbe un’operazione conveniente non solo dal punto di vista ambientale. Per Confindustria e il rapporto del settembre 2016 Dalla bonifica alla reindustrializzazione, infatti, “investendo 10 miliardi di euro per le necessarie operazioni se ne attiverebbe il doppio, e 5 tornerebbero allo Stato sotto forma di entrate fiscali. Senza contare i 200mila posti di lavoro che verrebbero creati, incrociando sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. Se ne deduce che una “bonifica sostenibile”, ovvero un processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, magari tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse e le comunità locali, potrebbe trasformarsi in uno straordinario volano di crescita economica locale, oltre che in un risanamento ambientale nazionale.

Le competenze in Italia per portare avanti bonifiche sostenibili non mancano, in primis quelle dei chimici che in questo quadro sono chiamati a dare il loro fondamentale contributo professionale. “Contributo, - ha sottolineato a Ferrara Nausicaa Orlandi, presidente del Consiglio nazionale dei chimici - che va ben oltre le competenze in tema di analisi chimico-fisica, ma che si allarga all’insieme di attività essenziali per assicurare una gestione efficiente ed efficace delle bonifiche, sia sotto l’aspetto operativo che amministrativo. Si tratta, infatti, di farsi carico anche di tutta la fase di gestione dei rifiuti e del loro smaltimento. La conoscenza specifica delle tematiche connesse alla caratterizzazione dei siti inquinati è fondamentale per la progettazione di un intervento di bonifica di suolo e di falda, in linea con il continuo aggiornamento della normativa tecnica del settore. Non per ultimo, il chimico può affiancare altri professionisti coinvolti nei piani di bonifica ed eventualmente nelle fasi di recupero e riutilizzo dei materiali oggetto di intervento”.

Se i professionisti non mancano, il tema delle bonifiche in Italia è ancora trascurato e spesso rallentato non solo dai costi della gestione dei rifiuti, ma soprattutto dai tempi lunghi della politica per  l’approvazione e la realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interazione tra gli enti di controllo. Che fare? Per trasformare una speranza in realtà, Confindustria ha individuano 4 punti chiave: “intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato; intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree; avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure; e favorire l’utilizzo di tecnologie in loco, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento, non ultima anche l’ipotesi, se possibile, del riciclo dei materiali”. Agli ottimi spunti di Confindustria aggiungiamo, come più volte suggerito anche da Legambiente,  l’applicazione certa del principio “chi inquina paga” anche all’interno di quel mondo di industriali responsabili di eventuali contaminazioni.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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