L'Eni e il giacimento petrolifero di Nassiriya: allora avevamo ragione...

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Soldato di guardia ai pozzi petroliferi in Iraq - Foto: Un ponte per...

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per… ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare "riservata" a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta "fiduciosa" di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo. In sostanza l’affare è fatto.

Ricapitoliamo per chi avesse la memoria corta.

Fine anni ’90, l’Iraq era sotto embargo, l’Eni firma un Production Sharing Agreement con l’azienda petrolifera di Stato irachena per lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Nassiriya. L’accordo, secondo un documento del Dipartimento del Commercio statunitense, è in compartecipazione con la spagnola Repsol, vale 2 miliardi di dollari, e ha una durata di 23 anni dall’aprile 1997. Tale accordo è stato confermato dal Governo Berlusconi nelle risposte a interpellanze in merito presentate alla Camera e al Senato. Esso, ci hanno però detto i Ministri, subirà modifiche nel 2001, e non è stato mai onorato.

Febbraio 2003. Gli Usa stanno preparando la guerra all’Iraq. Il Ministero delle Attività Produttive pubblica un rapporto, commissionato al professor Cassano, docente di Statistica economica all'università di Teramo sei mesi prima della guerra, intitolato "Iraq: le opportunità del dopo Saddam", nel quale si dice che l’Italia "non deve perdere l’occasione", e si suggerisce di farsi garantire dagli Stati Uniti che il pre-contratto dell’Eni a Nassiriya sarà in ogni caso onorato. Non sappiamo se il suggerimento sia stato seguito, ma sembra improbabile che nei colloqui con gli Stati Uniti prima della guerra non si sia mai parlato del futuro del petrolio iracheno.

Il 15 aprile 2003 l'allora Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini annuncia la decisione italiana di partecipare all’occupazione dell’Iraq con una "missione che ha scopo emergenziale e umanitario". In quella sede il Ministro afferma che devono essere ancora prese decisioni sulla collocazione territoriale della missione militare.

Maggio 2003. Alla "Force-generation Conference for Iraq" convocata dalla Gran Bretagna, che sovrintende l’occupazione del sud Iraq, l’Italia chiede, e ottiene, di stanziare i propri militari nella provincia di Dhi Qar, con capitale Nassiriya.

Giugno 2003. Come riferito dal Sole 24 Ore, una delegazione dell'Eni si reca a Nassiriya, a bordo di un aereo militare italiano, prima dell’arrivo delle truppe.

12 novembre 2003. Un attentato uccide 19 carabinieri. Claudio Gatti (corrispondente del Sole 24 ore a New York) scrive in un suo articolo, citando fonti della CIA, che l'attentato di Nassiriya era una segnale diretto a colpire non tanto i militari italiani quanto gli interessi petroliferi del nostro Paese, un efferato avvertimento teso ad allontanare l'Eni, cioè ovvero l'operatore economico italiano nella zona.

Tra il 2003 e il 2005 alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica vengono presentate 14 tra interpellanze e interrogazioni che chiedono conto al Governo del possibile legame tra la destinazione a Nassiriya del contingente italiano e gli interessi dell’Eni nella zona.

Il sottosegretario Alfredo Mantica il 22 gennaio 2004, rispondendo a una interrogazione dell’Onorevole Elettra Deiana, afferma: "Nego qualunque collegamento tra la presenza delle truppe e quegli affari".

Il 30 giugno 2005, il sottosegretario Cosimo Ventucci ribadisce: "Non è suffragata da nessun elemento concreto l'ipotesi che la zona di Nassiriya sia stata scelta come luogo di intervento delle truppe italiane in relazione ad interessi petroliferi del nostro Paese". Lo stesso Ventucci però, in una intervista, definisce "intelligente" quella scelta. Mentre l'11 novembre 2004 l'allora Ministro degli Affari Esteri Frattini, nella prima Relazione sulla partecipazione italiana alle operazioni internazionali scriveva: "Possiamo attenderci benefici economici dalla stabilizzazione di regioni sensibili per i nostri approvvigionamenti".

L’Eni - va da sé - ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il "diritto di prelazione" su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l'autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di "Cortina Incontra"): "Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata".

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi "amici".

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia "L’Eni è pronta a tornare in Iraq" (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto "riservata".

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l'assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l'assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già "assegnato". Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Attendiamo l’esito della gara su Nassiriya per trarre conclusioni. Forse due più due non fa sempre quattro.

Fabio Alberti

(Presidente di Un ponte per...)

Fonte: Osservatorio Iraq

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