Josef il beato antirazzista

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Josef Mayr-Nusser è finalmente beato. Papa Francesco ha firmato il decreto che autorizza la Congregazione delle Cause dei Santi a innalzare il giovane sudtirolese antinazista, padre di famiglia, presidente dei giovani dell’Azione Cattolica in lingua tedesca di Bolzano, sull’altare dei prossimi beati. La cerimonia si terrà il 18 marzo 2017 nel duomo di Bolzano. E sarà un evento che avrà grande impatto in una provincia di confine dove il nazismo penetrò in maniera decisa con un ampio consenso della popolazione, la quale sentiva su di sé l’affronto e la minaccia del fascismo con il suo nazionalismo forzato. In un territorio dove le figure di resistenti come Mayr-Nusser o Franz Thaler sono sempre state vissute come un qualcosa di fastidioso, come una sorta di elemento di disturbo di una cattiva coscienza, che affonda le radici nella storia più inquietante del Novecento. 

Il contesto

Negli anni Trenta il fascismo arrivò a impedire l’utilizzo della lingua tedesca nelle scuole. Venne imposto il divieto alle cerimonie folcloristiche sul territorio e vennero stravolti perfino i nomi dei paesi, delle città e in alcuni casi anche i cognomi, che furono italianizzati. Nel 1939 i due Stati totalitari firmarono a Berlino un accordo (l’Accordo delle Opzioni) in cui si imponeva ai sudtirolesi di madrelingua tedesca di decidere se perdere i propri diritti culturali, linguistici ed etnici rimanendo nelle proprie terre oppure se voler mantenere la propria identità e, quindi, emigrare nel Reich tedesco. Una schiacciante maggioranza optò per la Germania nazista. Pochi furono i resistenti che obiettarono a questa divisione della società. Non optare significava, di fatto, rimanere cittadini italiani (Dableiber) ed essere accusati di tradimento etnico dalla maggioranza di cittadini (86%) che scelse il Reich

Josef Mayr-Nusser 

Josef Mayr-Nusser capì fin dall’inizio quale abominevole disegno si celasse dietro queste operazioni politiche. Da anni era impegnato in una analisi profonda e profetica sulla deriva del nazismo. Aveva studiato l’ideologia, aveva fatto esperienza diretta di quale perversione si nascondesse dietro il volto minaccioso del Führer. Insieme all’assistente spirituale di Ac, don Josef Ferrari, si era recato a Monaco ad ascoltare i comizi di Hitler per cercare di capire come potesse diffondersi il virus del male. Meglio di chiunque altro aveva compreso il carattere demoniaco del pensiero negativo della destra al potere. Hitler non era solo un capo politico violento e sanguinario, ma si sentiva un dio. Era chiaro agli occhi di Mayr-Nusser lo spirito idolatrico del nazismo, il culto del capo innalzato a idolo di una nuova religione sterminatrice. Così scriveva nel 1936: “Ci tocca oggi assistere a un culto del leader (Führer) che rasenta l’idolatria. Tanto più può stupirci questa cieca fiducia nel leader se consideriamo il fatto che viviamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica. In un’epoca piena di scetticismo, in cui il singolo non vale nulla, solo la massa, il grande numero, ha senso”. 

La Chiesa non riusciva a capire che la posta in gioco era enorme. Sempre nello stesso discorso del 1936 Mayr-Nusser attacca i pastori che chiudono gli occhi di fronte a tanta sofferenza: “Queste guide addormentate della Chiesa (ne esistono troppe anche qui) chiuse nell’angusto orizzonte delle loro preoccupazioni quotidiane e associazionistiche, non vedono le enormi decisioni che si stanno preparando nel mondo. Non sembrano accorgersi come sempre più distintamente si stanno formando due fronti contrapposti: uno, il cui motto è il mondo per Cristo, e l’altro che si è votato a Satana come guida suprema”. 

Il no responsabile

Mentre da ogni parte si passava in rassegna il Mein Kampf o Il mito del XX secolo di Rosenberg, Josef leggeva Tommaso Moro, seguiva la vita di san Francesco d’Assisi, conosceva il pensiero della nonviolenza di Gandhi, amava le opere di Tommaso d’Aquino e faceva anche delle incursioni nelle novità teologiche del tempo, come gli scritti di Romano Guardini. Solo la testimonianza concreta di libertà poteva salvare il mondo dall’obbedienza coatta voluta dal nazismo. Nel 1938 lo scrive nel giornale dei giovani cattolici: “Intorno a noi c’è il buio: il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo e forse della persecuzione. Ciononostante dobbiamo dare testimonianza e superare questo buio con la luce di Cristo, anche se non ci ascoltano, anche se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace. È un fatto insolito. Né la spada, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò ci è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. È una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci chiede: dare testimonianza”. 

Il 4 ottobre del 1944 Josef realizza con un colpo di scena la sua etica della responsabilità e della testimonianza. Da qualche settimana era a Konitz (una cittadina della Prussia occidentale), arruolato a forza nelle SS. È il giorno di san Francesco. 

Il maresciallo maggiore dell’esercito istruisce le reclute sul valore del giuramento diretto a Hitler. Mayr-Nusser ascolta, osserva. È in agitazione dalla mattina. Batte le dita sul tavolo, suda, si muove concitato. A un certo punto alza la mano: “No maresciallo maggiore, io non posso giurare fedeltà a Hilter in nome di Dio. La mia fede e la mia coscienza non me lo consentono”. Gli amici si guardano negli occhi attoniti. Il maresciallo non si scompone. Ordina al giovane di firmare la sua decisione e di chiudersi in camera. La sera i compagni di stanza si stringono attorno alla branda del compagno. Le tentano tutte per convincerlo a ritrattare, a far finta di nulla perché “tanto la guerra finirà presto e non ha senso mettere a repentaglio la vita di una intera famiglia. Cristo non pretende di sicuro un rigore e una fedeltà così nobili in una situazione di terrore e di caos bellico”. Ma Josef li trafigge con queste parole: “Se nessuno avrà mai il coraggio di rifiutare il nazionalsocialismo, questo sistema non finirà mai!”. 

La prigionia

Da quel giorno inizia il calvario di Josef fra prigioni, privazioni, trasferimenti fino al processo a Danzica con la sentenza di condanna a morte per disfattismo. Di questi mesi rimangono le lettere commoventi che Josef invia alla moglie Hildegard e ad Albert, il bambino che ha poco più di un anno. In una delle ultime lettere l’amore oramai si volge all’indietro, nell’arco del passato: “Amatissima Hildegard, ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua ultima lettera è quanto scrivi dell’amore. Sì, era veramente il primo amore profondo a autentico. E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente sono convinto che questo amore reggerà anche alla prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza. Hildegard, moglie diletta, sii forte, Dio non abbandonerà né te né me”.

Il treno con il carico di condannati parte da Danzica su carri piombati agli inzi di febbraio del 1945. Sosta a Buchenwald per qualche giorno e poi riprende la corsa, ma un bombardamento alleato distrugge la ferrovia e il treno è costretto a sostare alla stazione di Erlangen. Josef è malato. Ha una forma di dissenteria molto grave e un edema polmonare. Legge continuamente il Vangelo e il messale. Muore la mattina del 24 febbraio.

Francesco Comina da Mosaicodipace.it

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