Ius soli: la legge bloccata in Senato e quel milione di vite “appese a un filo”

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Foto: Anna Toro ®

Tante foto natalizie accompagnate da un pensiero e dall’hashtag #AnnoNuovoLeggeNuova sono comparse in questi giorni sulla bacheca del gruppo Facebook “Italiani Senza Cittadinanza”, in cui tantissimi ragazzi e ragazze di diverse età, nati da genitori stranieri, si sono riuniti con uno scopo preciso: chiedere che la riforma della legge sulla cittadinanza sia finalmente approvata affinché anche loro, “figli e figlie invisibili" del nostro paese, vengano finalmente riconosciuti. “La legge è bloccata in Senato da un anno, un ritardo esagerato. Ho amici che sono nati qui e che dopo 30 anni di vita in Italia non hanno ancora la cittadinanza, magari solo per un permesso di soggiorno scaduto” racconta a Unimondo il giovane Youness Warhou, 22 anni, in Italia da quando ne aveva 14. Lui stesso, nonostante abbia fatto tutte le scuole superiori e oggi sia iscritto all’università (Ingegneria gestionale), attualmente vive ancora nella sua Reggio Emilia con il permesso di soggiorno. “Mi sento italiano perché ovviamente ho costruito la mia vita qui, sono cresciuto qui, la lingua che parlo è l’italiano, partecipo attivamente alla vita sociale e m’interesso alla politica italiana – spiega – eppure non sono ancora cittadino perché la legge attuale me lo impedisce”. Una condizione che gli ha precluso tante opportunità, dai viaggi studio all’estero, all’Erasmus, fino al suo sogno di frequentare la scuola militare per diventare pilota. Ma non si perde d’animo e come lui tanti ragazzi e ragazze nella stessa situazione – circa un milione, di cui 800 mila frequentano le nostre scuole pubbliche – che continuano a chiedere a gran voce che la riforma venga finalmente discussa e approvata in Senato.

Il 13 ottobre 2015, infatti – con 310 voti favorevoli, il no della Lega e l'astensione dei 5 Stelle – la Camera aveva dato il via libera alla riforma della legge sulla cittadinanza 91/92. Frutto di un compromesso di maggioranza, la riforma propone uno ius soli temperato, che secondo i diretti interessati presenta molti limiti eppure è stato accettato in quanto difficilmente, data la situazione politica, si poteva ottenere di più. In pratica, secondo la riforma chi nasce in Italia da genitori stranieri – di cui almeno uno titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo – è di diritto cittadino italiano (Ius soli); ha inoltre diritto alla cittadinanza italiana chi arriva entro i 12 anni di età e abbia frequentato almeno 5 anni di scuole in Italia (Ius culturae). Chi arriva oltre i 12 anni, invece, potrà acquisire la cittadinanza dopo sei anni di residenza legale e un ciclo scolastico concluso con successo. La legge avrà valore retroattivo, ovvero si potrà applicare alle seconde generazioni adulte, ancora non italiane, che rientrino in uno dei punti precedenti. Peccato che, ad oltre un anno dall’approvazione alla Camera, il ddl giaccia ancora nelle aule del Senato, sepolto da oltre 7 mila emendamenti, la maggior parte della Lega Nord. La legge ancora aspetta di essere discussa in commissione Affari Costituzionali, ma tra il referendum del 4 dicembre (l’argomento è stato rimandato perché tra quelli giudicati troppo 'divisivi' in periodo pre-referendario), la crisi di governo e il nuovo esecutivo di Gentiloni, il rischio di un nuovo accantonamento è forte.

Così, i ragazzi continuano a barcamenarsi con la vecchia legge 91 del 1992, in cui prevale ancora lo “ius sanguinis”, ovvero si acquisisce la cittadinanza dei propri genitori anche se si nasce in Italia. Secondo l’attuale legge, i minorenni nati in Italia da genitori stranieri potranno chiedere la cittadinanza italiana solo al compimento del 18° anno di età attraverso un complicato e costoso iter burocratico, dimostrando di aver vissuto ed essere rimasti residenti in Italia ininterrottamente, rinnovando il permesso di soggiorno assieme ai genitori. Con tutte le incertezze e rischi che questo comporta: anche la semplice partecipazione a una gita scolastica all’estero può infatti pregiudicare la domanda. O peggio, se anche solo per un breve periodo i genitori non erano in regola con il permesso di soggiorno, o se perdono il lavoro e non possono più rinnovare i permessi dei figli prima del compimento dei 18 anni, si rischia addirittura di divenire dei “clandestini”. Per i ragazzi come Youness, che i 18 anni li hanno già compiuti, c’è l’iter di un qualsiasi immigrato, che prevede i 10 anni prima di poter fare la richiesta, legata anche alla dichiarazione di un certo reddito, recepito attraverso lavori regolari. “Quindi se studio a loro non interessa proprio – commenta Youness – Se tutto va bene potrei ottenere la cittadinanza a trent’anni, a meno che non passi la legge”.

Secondo lui, però, non solo manca la volontà politica, ma anche la sensibilità sociale sulla questione: “C’è chi la strumentalizza nella maniera sbagliata. Come chi dice che, con la nuova legge, la cittadinanza sarebbe un regalo e non un diritto” spiega. Per questo il gruppo degli Italiani Senza Cittadinanza continua a premere per una corretta informazione e affinché le promesse fatte loro dai politici tanto tempo fa vengano infine mantenute. Diverse le iniziative lanciate, a partire dalle “cartoline cittadine – ideate dalla giornalista Paula Baudet Vivanco, figlia di dissidenti cileni e in Italia da oltre trent’anni e dallo studente universitario Shehan Teixeira – in cui i ragazzi hanno tirato fuori dai loro cassetti una vecchia foto del loro primo giorno di scuola in Italia accompagnandola a una didascalia, pronte per essere inviate ai senatori e senatrici della Repubblica con lo slogan: “Cambiateci la vita”. Le stesse cartoline, che contengono le loro storie, i sogni – ma anche le delusioni e le ferite che questa condizione reca con sé – sono state portate al flash mob nazionale da loro organizzato lo scorso 13 ottobre in tantissime città d’Italia, in cui i ragazzi hanno “dato la sveglia al Senato”, invitando i parlamentari ad uscire dai loro Palazzi per un’approvazione immediata della riforma. Lo hanno fatto travestiti da fantasmi, a rimarcare il loro sentirsi dei “cittadini invisibili”: dimenticati dall’Italia, come se non esistessero.

Ma loro esistono eccome, studiano, lavorano, producono, amano il paese che li ha visti nascere o li ha accolti da giovanissimi, ma che pure non permette loro di vivere appieno la vita sociale e politica in cui sono immersi – a partire dal voto –, limitandoli ma anche de-responsabilizzandoli, e lasciando che le loro vite restino “appese a un filo”. Per questo non mancheranno iniziative future, dallo “Ius soli challenge” (il lancio di una catena di video di sensibilizzazione) a una continua pressione al Senato attraverso chiamate dirette. “Noi non abbiamo scelto di venire in Italia, siamo nati qui o ci hanno portato qui come valige, quando eravamo bambini e bambine – hanno detto più volte durante il flash mob del 13 ottobre – Dalla legge del ’92 l’Italia è cambiata, e il tempo della riforma era ieri: non possiamo più aspettare”.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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