Italia: dall’emergenza incendi alla riforma dei parchi

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Quest’estate l’emergenza incendi non ha conosciuto né tregua, né confini regionali. Sono andati in fumo 124mila ettari di boschi, molti dei quali in aree protette e dal grande valore naturalistico, come quelle dei Parchi naturali e dei siti di Rete Natura 2000, la rete europea a cui afferiscono i Siti di Importanza Comunitaria designati sulla base della direttiva Habitat e le Zone di Protezione Speciale. “Non solo il Vesuvio, ma anche tante altre aree protette, nazionali e regionali, sono state interessate dalla morsa degli incendi: dal Cilento e Vallo di Diano, al Gargano, dall’Alta Murgia alla Majella, dalla Sila al Pollino al Gran Sasso passando per la Riserva dello Zingaro in Sicilia, sono troppe le aree di pregio del centro-sud finite in balia di eco-criminali e piromani” ha ricordato Legambiente. Il quadro che emerge dall’analisi della ong è davvero preoccupante: “Quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco, tra il 1 gennaio e il 6 agosto 2017, ha interessato le aree di maggior valore naturalistico presenti in Italia […] invece in tutta la Penisola la superficie complessiva bruciata, dall’inizio del 2017 fino al 10 agosto, ha superato quota 101.000 ettari, più che raddoppiando quanto andato in fumo in tutto il 2016”.

I responsabili sono i criminali, i piromani, l’incuria, la distrazione e il cambiamento climatico, ma sono le Regioni le istituzioni che hanno le principali responsabilità nella gestione della aree protette e in questa recente emergenza incendi hanno dimostrato una grande impreparazione nel prevenire e mettere in sicurezza il prezioso patrimonio naturalistico. Per questo secondo Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, “Governo, Comuni, Enti parco e soprattutto Regioni assumano piena consapevolezza del danno enorme che deriva dall’arrivare impreparati alla stagione critica per il rischio incendi, ancor più oggi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando tale rischio. In particolare i diciassette anni trascorsi dalla pubblicazione delle legge 353 del 2000, che assegna competenze e ruoli per prevedere, prevenire e contrastare gli incendi boschivi, rappresentano un arco temporale tale da rendere inaccettabile questo disastro ambientale”.

Per la ong serve più prevenzione e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici perché “nei troppi e ingiustificati ritardi regionali e nazionali, ha pesato anche la burocrazia, la mancanza di un’efficace macchina organizzativa e di politiche di gestione forestale sostenibili, come dimostra la situazione reale e il ritardo nell’aggiornamento dei piani antincendio dei parchi e delle riserve naturali dello Stato” ha spiegato Ciafani. Allo stato attuale risultano solo 13 i piani antincendio vigenti nei Parchi italiani, otto con l’iter non ancora concluso e due con il piano antincendi recentemente scaduto e da aggiornare, nonostante sia previsto per legge che ogni tre anni venga redatto dall’area protetta e approvato dal Ministero dell’Ambiente, una volta sentito il parere dell’ormai ex Corpo Forestale dello Stato. Eppure per Ciafani “Un piano che deve rispondere a fenomeni così variabili, perché legati al clima che cambia si deve approntare in un mese al massimo e a ridosso dell’inizio della stagione estiva in modo da utilizzare analisi e previsioni più credibili. Non può essere perciò più il meccanismo di predisposizione, approvazione e inserimento nel piano regionale come prevede attualmente la legge 353/2000. È una norma che risponde alle esigenze di una burocrazia cervellotica, ma non alle esigenze di tutela dei boschi dagli incendi”. 

Per questo le emergenze che hanno interessato le aree protette questa estate, in particolare l’azione incendiaria e criminale contro il nostro patrimonio di biodiversità boschiva del Belpaese, sono la spia di quanto sia urgente dotare il sistema parchi di norme adeguate e applicabili immediatamente, che siano in grado di garantire un futuro alle straordinarie risorse naturali e culturali che queste aree tutelano e valorizzano. Norme che devono fornire ai parchi fondi adeguati, strumenti e strategie efficaci a contrastare le sfide a cui sono sottoposti, prima tra tutte gli effetti dei cambiamenti climatici, principale fattore di perdita di biodiversità su scala globale, ed essere capaci di coinvolgere e rendere protagoniste le comunità locali ed i diversi stakeholder. Per questo il Club Alpino Italiano, FAI-Fondo Ambiente Italiano, Legambiente, Slow Food Italia e Touring Club Italiano hanno voluto richiamare il Governo alle sue responsabilità ricordando come dopo otto anni di discussioni sia necessario chiudere nel migliore dei modi la lunga fase che sta accompagnando la proposta di riforma della legge sulle aree protette 394/91 per fornire un contributo essenziale alla conservazione di habitat e specie fondamentali anche per l’economia e la tenuta sociale e civile del nostro Paese.

“Ci preme ricordare in particolare che i parchi, diffusi sul 20% del territorio nazionale, sono anche presidi contro lo spopolamento delle aree interne, dove agricoltura e zootecnica possono esprimersi al meglio senza impattare sull’ambiente - ha concluso Slow Food - una ragione di più per evitare il rischio che questo straordinario bene comune si trovi a essere negoziato con piccoli o grandi interessi”.  Tuttavia, nonostante alcuni recenti passaggi parlamentari ne abbiano migliorato l’impianto rispetto alla proposta originaria, alcuni aspetti della nuova legge sulle aree protette non convincono la società civile, come per esempio l’introduzione di royalties per le attività estrattive o la governance dei parchi, che prevede che i direttori vengano scelti dai presidenti in base alle sole competenze manageriali, favorendo l’appartenenza rispetto alla professionalità. È quindi chiaro, nell’attuale legge licenziata dalla Camera a fine giugno, un ridimensionamento della componente scientifica e conservazionista a vantaggio dei poteri locali. Per questo le associazioni ambientaliste continuano “a chiedere al legislatore di farsi carico del problema e rivedere in Senato quello che a nostro avviso tocca ancora migliorare affinché questa revisione della 394/91 porti veramente verso una nuova fase di rafforzamento dei parchi e delle aree protette del nostro Paese”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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