Italia: dal 2011 stop ai sacchetti di plastica

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Foto: Legambiente

Se n’è parlato più volte in passato, senza mai giungere a una decisione definitiva in merito. Ma adesso ci siamo. Anche se ha venduto cara la sua pelle di polietilene il primo giorno di apertura dei supermercati del 2011 non lo troverete più, lì alle casse, comodo e servizievole, onnipresente e quanto mai inquinante. Dal 1 gennaio entra in vigore anche in Italia lo stop ai sacchetti di plastica in nome d’una maggiore attenzione e rispetto verso l’ambiente e per invertire una tendenza che vede gli italiani primeggiare mestamente nella classifica europea, con una media di 300 shopper all’anno non riciclabili consumati per ogni persona.

I sacchetti di plastica utilizzati nei negozi e nei supermercati costituiscono da decenni un grave problema d’inquinamento ambientale diffuso in tutto il mondo. In Europa le buste consumate sono 100 miliardi e le stime parlano di una commercializzazione annua mondiale di 1.000 miliardi di sacchetti che inevitabilmente diventano rifiuti.

Anche se solo una frazione di questi viene dispersa nell’ambiente, provoca la morte di milioni di pesci, balene, delfini, tartarughe e altri animali. L'Unep stima in un milione il numero di uccelli marini uccisi e spesso è totalmente taciuto il problema della loro tossicità mentre la campagna porta la sporta stima che i sacchetti uccidono ogni anno oltre centomila esseri viventi: mammiferi marini, tartarughe, uccelli,... che li inghiottono scambiandoli per cibo o che vi rimangono intrappolati morendo per fame o asfissia. Nella stampa dei sacchetti, infatti, specialmente nei paesi in via di sviluppo, sono spesso utilizzati coloranti cancerogeni e metalli come additivi che vengono rilasciati nell'ambiente per poi riconcentrarsi negli organi interni delle specie, esseri umani compresi.

Infine, per circa 300 mila tonnellate di buste prodotte vengono bruciate quasi 430 mila tonnellate di petrolio e il divieto comporterebbe la sottrazione immediata di 200 mila tonnellate di biossido di carbonio dall’atmosfera oltre a limitare gli elevati costi di smaltimento.

Così, dopo la proroga di un anno che ha visto slittare l’entrata in vigore della legge europea contro i sacchetti di plastica in Italia, sembra dunque questa la volta buona per invertire una tendenza che vede gli italiani primeggiare mestamente nella classifica europea, con una media di 300 shopper all’anno non riciclabili consumati per ogni persona.

Legambiente è molto soddisfatta della dichiarazione rilasciata alla Camera da Roberto Menia. Il sottosegretario all’Ambiente ha comunicato in ottobre l’intenzione del governo di rispettare la scadenza del primo gennaio 2011 per l’entrata in vigore del divieto di commercializzazione dei sacchetti di plastica non biodegradabili.

“Una vittoria dell’ambientalismo - ha commentato il vice direttore di Legambiente Andrea Poggio - e dei 100mila cittadini che in occasione delle giornate di Puliamo il Mondo hanno firmato la nostra petizione contro la proroga dello stop ai sacchetti non biodegradabili, che inquinano e consumano petrolio. Da tempo chiediamo di vietare a livello nazionale la loro produzione e distribuzione. [...] E il provvedimento è di grande importanza anche per far progredire la raccolta differenziata dei rifiuti organici, per la quale la biodegradabilità dei sacchetti è indispensabile. Siamo certi - aggiunge Poggio - che il ministero dell’Ambiente stia lavorando per definire le norme transitorie per l’esaurimento delle scorte residue di sacchetti e ci mettiamo a sua disposizione per contribuire alla loro definizione”.

E così sembra, visto che l’onorevole Menia ha annunciato che sta per prendere il via “una massiccia e capillare campagna di informazione e sensibilizzazione, in un'ottica di diffusione degli obiettivi di tutela ambientale e di contrasto all'inquinamento, che agevolerà l'opinione pubblica ad una celere, informata e, si auspica, condivisa accettazione del nuovo divieto che impatterà fortemente sulle abitudini di milioni di consumatori e, soprattutto, sulla organizzazione della piccola e grande distribuzione”.

Inoltre, facendo seguito all’interpellanza urgente della deputata di Futuro e Libertà Giulia Cosenza, Menia ha annunciato che il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico hanno predisposto una “distribuzione capillare su tutto il territorio nazionale di borse realizzate in materiale riciclato e riciclabile, o riutilizzato, o in fibre naturali, dando così un'indicazione chiara ed univoca per privilegiare il ricorso al riuso, per la riduzione della produzione e della pericolosità di materiali che non sono biodegradabili e compostabili”.

Va comunque specificato che in diverse zone del paese il passaggio è già iniziato. 150 comuni e buona parte della grande distribuzione hanno già messo al bando i sacchetti in plastica, in favore di soluzioni riutilizzabili.

Quali i futuri sostituti alla plastica? Basta mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole per produrre cento eco-shopper. La soluzione al problema è stata individuata quindi nell'utilizzo di prodotti agricoli biodegradabili realizzati tramite la coltivazione di 200 mila ettari di terreno a granoturco e girasole che andrebbero a ridurre l'attuale gap tra il costo di un sacchetto ecologico, circa 8 centesimi, e uno in plastica tradizionale, circa cinque.

Ma non solo. Se la soluzione dal punto di vista pratico sarà il sacchetto all’amido di mais, in termini di durevolezza la soluzione sono le borse in tessuto e in primis quelle di canapa, juta e cotone organico. Da sempre una valida alternativa alla plastica, oggi la borsa di tessuto diventa alternativa sostenibile e talvolta anche progetto di aiuto allo sviluppo, come fa l’associazione RAM dal 1986, presente alla Fiera fa la Cosa giusta di Trento, che proprio in novembre ri-lancia una campagna per l'acquisto di borse ecosostenibili prodotte in juta da artigiani del Bangladesh e in cotone organico da artigiane dell'India, tutte personalizzabili e con un'etichetta in tessuto che ne descrive la provenienza.

Alessandro Graziadei

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