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Italia, Israele, Sudafrica, Egitto. Zitti tutti
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Foto: Direttanews.it
Italia. La legge bavaglio sull’informazione si sta concretizzando. Verrà presto posto un divieto ai giornalisti della camera di zoommare i parlamentari dediti a svaghi, a scambi di pizzini, oppure dediti al “pianismo”, od ancora colti da vistosi sbadigli o vere e proprie pennichelle. Ebbene tutto ciò verrà ridotto al silenzio in quanto lesivo della privacy. Sebbene tale divieto manchi ancora della normativa nella realtà è già operativo stante che i fotografi “vengono già allontanati dai commessi”. Si. Certo. Altrove, come vedremo, succede di peggio ma non è forse il caso di fermar sul nascere certi provvedimenti?
Israele.Reporter sans frontières (Rsf) esprime la sua viva inquietudine in seguito all'adozione in prima lettura dal parlamento di un progetto di legge sulla stampa, e questo malgrado la viva protesta dei giornalisti israeliani. Il testo prevede l'aumento vertiginoso dell'importo (60 000 euro) da parte di "diffamatori." Centinaia di giornalisti si sono riuniti recentemente a Tel Aviv per protestare contro questo progetto di legge giudicato liberticida, denunciandone le minacce alla libertà di espressione. Hanno denunciato anche le pressioni esercitate sul canale privato Channel 10.
Di tutta risposta alla manifestazione il ministro israeliano delle Telecomunicazioni ha ordinato la chiusura della stazione radio Kol Hashalom (La Voce della pace), che ha i suoi uffici a Gerusalemme Est. E' rea "d'incitare all’ostilità contro Israele”. Il condirettore della radio, Mossi Raz, ha respinto le accuse ed ha sottolineato il carattere illegale della sua chiusura. Spiega che essendo la sede a Gerusalemme Est, zona sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, la radio non è sotto la giurisdizione israeliana. La radio diffondeva da sette anni dei programmi in ebraico ed in arabo che incoraggiavano le iniziative in favore della pace e del dialogo tra israeliani e palestinesi.
La giornalista on line Anat Kam, condannata a quattro anni e mezzo di prigione e diciotto mesi di arresti domiciliari, ha fatto appello. Il 17 novembre, il suo avvocato, Ilan Bombach, ha chiesto alla corte di attendere il verdetto finale prima di incarcerare la ragazza, argomentando che la sua cliente non rappresentava un “pericolo pubblico”. Il giudice si è rifiutato di sospendere la sua decisione. Anat Kam dovra quindi cominciare a scontare la pena da questo fine settimana.
In una lettera indirizzata il 3 novembre 2011 al Procuratore Generale dello Stato di Israele Reporters sans frontières aveva chiesto l’abbandono del procedimento contro Uri Blau, giornalista di Haaretz, che rischia fino a sette anni di carcere per “possesso di informazioni confidenziali, senza autorizzazione e senza intenzione di nuocere alla sicurezza dello Stato” in base all’articolo 113-c del Codice Penale “I giornalisti d’inchiesta sono i garanti della trasparenza, principio essenziale del buon funzionamento democratico. Svolgono un lavoro utile. La sua condanna costituirebbe un grave attentato alla libertà di circolazione dell’informazione”, ha concluso l’organizzazione.
Sudafrica. Bavaglio alla sudafricana. Così viene interpretata dai giornalisti del paese arcobaleno la nuova legge sulla Protezione delle informazioni di Stato, approvata ieri dalla camera bassa del Parlamento sudafricano. La legge, voluta dal partito al governo, l’African national congress che fu di Nelson Mandela, prevede una pena fino a 25 anni di carcere per chi è in possesso di documenti protetti da segreto di Stato. Nessuna attenuante, né per i giornalisti, né per chi agisce nel pubblico interesse.
Nel Parlamento, i deputati dell’Anc – che ha una maggioranza di due terzi dei 400 seggi – hanno votato compatti: 229 sì e 107 no. Eppure, perfino il Centro Nelson Mandela per la memoria, cioè l’ufficio del campione della lotta contro l’apartheid, ha criticato la legge, dicendo che il testo attuale non riesce a bilanciare il bisogno di proteggere informazioni rilevanti per la sicurezza dello stato con quello di garantire la libertà di stampa e di espressione. Al coro delle proteste si è unito l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace come Mandela: “E’ insultante per tutti i sudafricani sentirsi chiedere di digerire una legge che potrebbe essere usata per perseguire il giornalismo d’inchiesta e la diffusione di documenti. Una legge che rende lo Stato responsabile solo nei confronti di se stesso”. Un altro premio Nobel sudafricano, la scrittrice Nadine Gordimer ha rincarato la dose: “La corruzione e il nepotismo in cui i politici indulgono può essere combattuto solo se abbiamo la libertà di espressione», ha detto al giornale Times News”.
Gli appelli sono però finora caduti nel vuoto, ma la protesta sembra solo all’inizio. Una coalizione di forze sociali, infatti, ha lanciato la campagna Right 2 Know (diritto a conoscere), che ha già tenuto le prime manifestazioni di protesta e sta rapidamente crescendo grazie alla diffusione virale sulla Rete e al sostegno pubblico dei principali mezzi di comunicazione del Paese.
Sull’intera vicenda, peraltro, pesa il forte sospetto che siano proprio i segreti di Zuma ad aver spinto l’Anc a sostenere con tanta convinzione il progetto di legge. Il presidente, infatti, è finito sotto inchiesta più volte per presunte tangenti legate a un traffico d’armi illegale.
Egitto. Malmenata, i vestiti strappati e poi le violenze sessuali: è il racconto della giornalista di France 3 Caroline Sinz, che stava girando delle immagini sulle manifestazioni di piazza Tahrir: “Io e il mio operatore siamo stati picchiati, poi separati. Sono poche le donne, soprattutto straniere, in piazza Tahrir. Sono stata afferrata da molti uomini e ho subito un’aggressione sessuale in mezzo alla gente, in pieno giorno. Anche altre giornaliste hanno subito violenze. È un modo di intimidire la stampa”. Un’altra drammatica storia da Il Cairo. La giornalista Mona Eltahawy, che ha doppia nazionalità egiziana e americana, ha consegnato a Twitter l’incubo di 12 ore di detenzione. Ha parlato di botte, umiliazioni e molestie sessuali subite dagli uomini delle forze di sicurezza.
E chiudiamo con un appello. Dedichiamo una via ad Anna Politkovskaja. A Milano ma non solo. Una risposta concreta ai governi illiberali e... talvolta... assassini. Per aderire, mandare una mail specificando nome, cognome e professione a questo indirizzo:unaviaperanna@gmail.com






