#Iostoconerri

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“Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”. A scriverlo nel pamphlet  “La parola contraria” uscito il 14 gennaio per Feltrinelli è Erri De Luca, uno che normalmente e di professione dice, “scrivo storie, poi le vendo”, non uno scrittore, ma “uno che racconta storie che gli sono capitate”, brevi, di quelle che risparmiano gli alberi, perché già di suo “uno scrittore deve un bosco al mondo”. Prima faceva l’operaio, in principio manovale, poi muratore, “la carriera di diciotto anni di quella vita”. Adesso però farà l’imputato in un processo a Torino, mercoledì 28 gennaio, per rispondere all’accusa di “istigazione al sabotaggio” a favore della protesta No Tav in Val di Susa, per aver sostenuto durante una breve intervista all’Huffingtonpost nel 2013 che “la Tav va sabotata” e che “i danneggiamenti” alla linea ferroviaria Torino-Lione in costruzione “sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile”. 

Il riferimento era a quattro ragazzi fermati il giorno prima con l’accusa di terrorismo, poi caduta grazie all’intervento della Cassazione, mentre trasportavano in macchina anche delle cesoie. Materiale, secondo gli investigatori, destinato ad azioni contro il cantiere della contestatissima linea ferroviaria ad alta velocità. “Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo […] Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa” aveva dichiarato lo scrittore. Da qui la denuncia alla Procura di Torino da parte della Ltf, la società italo-francese che gestisce l’opera, firmata dal direttore generale Marco Rettighieri. Eppure, ha spiegato De Luca in una delle tante interviste che i giornali rimbalzano in questi giorni, “La Digos di Torino ha prodotto una lista di azioni anche insignificanti compiute, lo dicono gli stessi autori anonimi di quelle azioni, in solidarietà con i quattro giovani condannati prima che io rilasciassi l’intervista incriminata il 14 maggio 2013. Nessuno ha spiegato: ho sabotato la Tav perché l’ha detto Erri De Luca. E invece è come se i danni alla Tav prima delle mie parole non contassero per l’accusa, è come se tutto fosse accaduto dopo l’intervista: è evidente che non è così”.

De Luca rischia ora da uno a cinque anni di carcere visto che “se sarò condannato non farò appello” ha dichiarato lo scrittore, promettendo di diventare un recidivo, reiterando il reato. In verità ricorda “Lo sto già facendo. I magistrati possono condannarmi, ma non farmi cambiare idea. Ormai il mio non è più un reato d’opinione, ma un reato di convinzione e non ritratterò la mia convinzione sulla linea Tav”. E con La parola contraria si difenderà anche in aula. La chiamano “libera dichiarazione, ma le uniche mie libere dichiarazioni avvengono fuori da quell’aula” dove “Rivendico il diritto di adoperare il verbo sabotare come pare e piace alla lingua italiana. Il suo impiego non è ristretto al significato di danneggiamento materiale, come pretendono i pubblici ministeri in questo caso”, ma può comprendere “uno sciopero”, “un ordine eseguito male” o un “ostruzionismo parlamentare”. “Se avessi inteso il verbo sabotare in senso di danneggiamento materiale - ha spiegato De Luca - dopo averlo detto sarei andato a farlo, per questo motivo non sono né mandante né mandato”. 

Così, nell’imminenza del processo, Erri De Luca ripropone l’eterno e attuale dibattito sui confini della libertà d’opinione, sul discrimine tra legalità e protesta politica, sul rapporto tra intellettuali e movimenti. “Se dalla parola pubblica di uno scrittore seguono azioni, questo è un risultato ingovernabile e fuori dal suo controllo”, scrive De Luca, che nelle pagine del pamphlet mette in discussione il concetto stesso di “istigazione” alla base del reato che lo vede imputato e confessa l’aspirazione ad accomunarsi a George Orwell, che con il suo “Omaggio alla Catalogna” sugli anarchici nella guerra di Spagna, “ha spostato la direzione della vita”. Questa è “l’istigazione alla quale aspiro”, aprire gli occhi su una lotta, quella dei No Tav, “diffamata e repressa” che lo scrittore ha abbracciato perché l’obiettivo dei No Tav valsusini “è scrollarsi di dosso l’invasore. Vengono trattati come un territorio straniero. Lo dico anche nel libro: In Val di Susa l’utopia non è creare un luogo nuovo, ma conservare il vecchio”, contro un potere che ha criminalizzato un’intera valle diventando “la difesa privata di una società privata”. Dall’altra parte per evitare un’impresa inutile, dannosa, costosa che devasterà un territorio c’è “Una bella fraternità e solidarietà popolare in risposta a una grande prepotenza. Non accettano di farsi schiacciare, sono una comunità compatta. Quando le fibre di una comunità si mettono insieme, per me si tratta di popolo. Sono fibre che accettano di federarsi e stringersi, non per conquistare il palazzo d’Inverno, ma per non soccombere”. 

Non ha chiamato testimoni Erri perché l’unica testimonianza valida ha spiegato lo scrittore napoletano sono gli attestati di solidarietà dei lettori, che già da molti mesi convocano letture pubbliche dei suoi libri e animano il sito Io sto con Erri. Ma ci tiene a precisare: “Non sono una vittima, sono pienamente responsabile delle mie azioni. Non mi è caduto un vaso di fiori in testa mentre camminavo lungo la strada”. Vittime, semmai, sono quei poliziotti e quegli operai che lavorano al cantiere di Chiomonte e che per pochi Euro respirano le fibre di amianto che contiene la montagna che stanno bucando. Loro “Si stanno avvelenando per certo. Paragono questo fatto alla lucida e consapevole omissione dei dirigenti dell’Ilva condannati per lo spargimento di polvere d’amianto a Taranto. E anche i responsabili del cantiere di Chiomonte saranno condannati per questo”. L’impressione ha concluso lo stesso scrittore è che nell’aula del tribunale di Torino il 28 gennaio 2015 “non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo. Per questo diritto sto nell’angolo degli imputati”.

Non ci stupisce quindi sapere che il “caso” stia facendo discutere, soprattutto all’estero dove,  specialmente in Francia, De Luca è uno scrittore particolarmente apprezzato e un intellettuale alla sbarra per aver espresso contrarietà ad una grande opera non è cosa di tutti i giorni. Eppure se qualcuno avesse letto De Luca con attenzione alla Procura di Torino, ben oltre le interviste di pochi minuti, capirebbe che le sue parole non sono un’istigazione, ma una difesa. Come quelle dell’amico bosniaco, Izet Sarajlic, un poeta che De Luca ha conosciuto guidando i camion dei convogli umanitari durante gli anni della guerra a Sarajevo. Lui diceva di essere responsabile della felicità dei suoi concittadini perché con le sue poesie d’amore si erano celebrate delle nozze e dunque era responsabile anche dell’infelicità. “Perciò rimase a Sarajevo a condividere la malora del suo popolo durante la guerra. Da lui ho imparato che un intellettuale deve stare dove la vita è offesa”. La scrittura per questo poeta napoletano spesso dalla parte dei Chisciotte contemporanei, sognatori che non si arrendono neanche davanti alle cause perse, è prassi! L’impressione, parafrasandolo, è che mercoledì sul banco degli imputati lo piazzeranno da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata sarà l’accusa.

#Iostoconerri! E con lui già stanno numerosi intellettuali e artisti italiani, da Fiorella Mannoia ad Ascanio Celestini, da Luca Mercalli al padre comboniano Alex Zanotelli, fino ai Wu Ming con la loro profezia: “Le parole non si processano, le parole si liberano”. Siamo convinti sarà così, anche perché da anni sopportiamo parlamentari che danno del "culattone" o "dell'orango", un vice presidente del Senato che parla di "sesso consensuale" con jiadisti, un primo ministro che invitava al "lavoro nero" e un leader di partito che era pronto ad "imbracciare i fucili". Volete mettere uno scrittore che parla di "sabotare"?

Alessandro Graziadei

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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