Internet o “chinanet”?

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In Cina è internet boom – Foto: faceit.lt

SHANGHAI- Trovo un po’ riduttivo ma inevitabile il paragone che immancabilmente viene fatto fra i social network cinesi e quelli che ci sono famigliari. In cinese Weibo significa microblog, se noi usiamo Twitter i cinesi utilizzano Sina Weibo, se noi conosciamo Google loro ricorrono a Baidu. Noi compriamo su Ebay e loro su Taobao, il profilo non si fa su Facebook ma su Renren, non si guarda un video su Youtube ma su Youku. O ancora, se hai uno smartphone in Cina non puoi non avere l’applicazione Weixin – Wechat per gli occidentali – che in una sola applicazione offre l’equivalente di Facebook, Twitter, Instagram e WhatsApp.

Dopo un mese di viaggio il 16 agosto sono arrivata a Pechino e la prima domanda è stata: “come faccio se non posso accedere a Facebook?”. Ero nella capitale che sognavo di rivedere da anni e – confesso – il mio primo pensiero è andato al Re dei social network.

Ricorro alla chiara narrativa del giornalista Jing Zhao per spiegare che “al mondo ci sono due internets: Internet e il Chinanet”. In Cina gli internauti sono circa il doppio di quegli americani, le previsioni dicono 800 milioni di connessi per il 2015 (per dare un’idea nel 1997, anno in cui gli USA hanno acconsentito anche a Pechino di collegarsi all’ASDL, erano appena 620 mila). Gli internauti cinesi si aggirano attorno ai 500 milioni, un anno fa i microblogger attivi erano 274 milioni e ad oggi si contano 800 milioni d’iscritti al servizio di pagamento online Alipay del sito e-commerce Alibabà (da noi ancora sconosciuto).

Numeri importanti che formano un cyberspazio di cui nel nostro Internet sembra non esserci traccia. Se da parte cinese c’è un freno alle fonti web oltre confine (anche se i giovani cinesi mediamente conoscono le piattaforme del nostro internet), da parte nostra non c’è conoscenza della sfera virtuale destinata presto ad essere la prima al mondo per grandezza e competitività economico-commerciale.

Parlando di Cina, ridurre tutto ad una ed una sola censura è fuorviante. Seppur con i limiti all’espressione realmente esistenti, questo paese non è un cerchio bianco e nero, ma diversamente, fra i due si ritrovano molteplici sfumature, che in questo caso sono i differenti tipi di censura. Non c’è solo un governo che blocca informazioni, ma una politica volta a guidarle e manipolarle attraverso sistemi sempre nuovi a seconda delle circostanze. È un discorso complesso, di un argomento che richiede uno spazio maggiore di un articolo (lettura che consiglio Cina.net di I. Franceschini).

Tornando alla mia preoccupazione iniziale, sapevo che pagando un servizio VPN per appoggiarsi ad un server differente da quello di Pechino – un po’ come essere senza chiavi di casa ed entrare dal retro sempre aperto –, si poteva facilmente aggirare il “Chinanet”. Cosa che non ho fatto, non certo per presa di posizione, ma per l’incredibile possibilità di riflessione che la lontananza dal mio consueto mondo mi sta offrendo. La “censura cinese” mi ha permesso di ripensare alla mia dipendenza e approccio ai social network, alle occasioni in cui mi muovevo in base all’immagine o alla frase da “postare”.

Occorre ripensare con maggior consapevolezza il proprio modus operandi: ridefinire i modi di condivisione attraverso i social network è un’opportunità per riflettere su come questi, così come censura e altre manipolazioni, agiscono sulle nostre vite, e dunque su quelle degli altri.

Utilizzando le piattaforme cinesi mi sto rendendo conto di quanta miopia c’è da parte nostra. Un metodo – così come un prodotto – molto spesso viene categorizzato come “troppo cinese” ancor prima di conoscerlo. Dobbiamo pensare che se un sito cinese è il primo nel suo paese, lo sarà anche nel mondo – visti i numeri –. Alcuni imprenditori italiani ne fanno uso (alibabà.com) e fra gli emigrati italiani a Shanghai, il pregiudizio verso le piattaforme cinesi spopola (taobao.com, youku.com, ecc), ma i pochi che lo utilizzano hanno un’opinione molto positiva a riguardo. È conveniente ad esempio per chi d’abitudine acquista online, è efficiente per chi ricerca prodotti, fornitori, business, ed è fondamentale per chi vuole conoscere il marketing cinese. Questo misterioso “Chinanet” inizia ad essere il filo rosso delle vite delle persone con origini diverse ma tutte esposte al tocco del grande paese orientale: giapponesi, inglesi, italiani, finlandesi, americani, australiani, chiunque a che fare con la Cina e non si ferma nella conoscenza, condivide un mondo di cui noi non sappiamo nemmeno della sua esistenza.

Fra limiti, censura e diversità ci viene data un’enorme chance che è quella di ripensare alla nostra censura, più mite e silenziosa, ma in grado di plasmare felicità, pensiero e sapere di chi è quotidianamente connesso. L’invito dunque è un'altra volta quello di attraversare il caotico confronto cinese per rivedere il nostro agire, abbassando il dito puntato per eliminare ogni tipo di giudizio, a parte quello su sé stessi.

Francesca Bottari

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