In Burkina Faso, non è tutto oro ciò che luccica

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Cosa lega la Svizzera, il Togo, il Burkina Faso e il Libano? Il quesito geografico è intrigante. La domanda non sorge spontanea, ma influenzata dall’inchiesta della Dichiarazione di Berna (Berne Declaration), un’organizzazione svizzera nata nel 1968, intitolata “A Golden Racket – The True Source of ‘Togolese’ Gold” pubblicata il 10 settembre 2015.

Gli attori in gioco si muovono in uno scenario – il “triangolo d’oro” come lo ha definito Nigrizia – che rappresentato risulterebbe più o meno così. La Svizzera, cioè la Valcambi, una delle principali raffinerie svizzere (recentemente acquistata dall’indiana Rajesh Exports; con sede a Balerna, al confine con l’Italia), compra oro in Togo tramite l’intermediazione commerciale di una società libanese, perché in Togo le tasse sulle esportazione sono molto basse, leggasi quasi inesistenti. L’oro però non può essere togolese, perché il Togo non ne produce. Il Burkina centra perché (forse) proviene da lì, uno dei paesi della regione che ne produce di più insieme al Mali e al Ghana; non ci sono dubbi. La faccenda puzza però perché non risulta alcuna transazione tra il Burkina Faso e il Togo; ciò che risulta è un transito clandestino di circa sette tonnellate di minerale prezioso che non sono passate inosservate, nonostante la notte abbia accompagnato il loro viaggio verso sud.

Allora si scopre che oltre ai libanesi ci sono anche gli autoctoni a farsi da intermediari, non potrebbe essere altrimenti: la complicità tra “stranieri” e “autoctoni” è una delle chiave di conquista dei territori e delle risorse. Quindi, insieme al gruppo libanese Ammar, che è intervenuto in questa operazione attraverso le società Wafex (con sede a Lomé) e MM Multitrade (con sede a Ginevra), ecco comparire anche la sussidiaria locale Somika, Société Minière Kindo Adama, che porta il nome del suo amministratore delegato, del quale sono note le relazioni molto strette con l’entourage del presidente Compaoré, destituito nell’ottobre 2014. Lasciare le frontiere non è mai affare semplice né per le persone né per le merci: se l’oro è partito dal Burkina verso Lomé e da lì con voli Air France verso Parigi e poi Zurigo è evidente che non lo abbia fatto in totale autonomia.

Le risorse minerarie, aurifere in particolare, del Burkina Faso, hanno da sempre rappresentato un potenziale economico interessante anche se poco sviluppato per la difficoltà di accesso ai siti e per la mancanza di investimenti. L’attività, più che altro artigianale (l’orpaillage), ha rappresentato fin dagli anni ’80 (nel 1984 il Sahel ha vissuto una delle siccità più violente del secolo scorso) una fonte alternativa di reddito per le popolazioni rurali.

Nel 1997, l’adozione di un nuovo codice minerario (poi rivisto nel 2003) ha messo il Burkina Faso sulla via della produzione industriale. Esso accordava agli investitori nazionali ed internazionali numerosi vantaggi fiscali e doganali e liberalizzava la ricerca e lo sfruttamento dei siti, sull’onda del processo di liberalizzazione e privatizzazione che stava contaminando il pianeta.

Nel giro di pochi anni, nel 2005/2006, la corsa all’oro sembrava presagire l’uscita dalla povertà. Nel 2009, l’oro giallo era il primo prodotto di esportazione, sorpassando l’oro bianco del Burkina, cioè il cotone. La corsa ha poi subito un’accelerazione nel 2011 quando il prezzo dell’oro è volato alle stelle.

Gli investimenti si facevano con una certa facilità e in nome di benefici e ricadute sulle comunità locali: l’impiego intensivo nelle miniere artigianali doveva trasformarsi per le popolazioni rurali in una fonte di reddito complementare a quella proveniente dalle campagne agricole. Se ciò fosse avvenuto non saremmo qui a raccontare questa storia.

Un nuovo codice minerario più “ambientalista” è venuto in soccorso nel giugno 2015, approvato dal governo della transizione, per arginare alcune delle “insufficienze” del precedente codice, ma la corsa sembra inarrestabile, soprattutto non si controllano frodi, corruzione ed illegalità. È interessante notare che questa riforma del codice minerario segue altre due importanti “lavori” della transizione guidata da Michel Kafando, la riforma del codice elettorale e la legge anticorruzione. Le implicazioni e le poste in gioco del settore minerario hanno un’evidente rilevanza politica (oltre che economica).

Secondo fonti ministeriali (Ministero delle Miniere e dell’Energia), il Paese vanta 74 banchi di acquisto, vendita e sfruttamento autorizzati nel 2015, la maggior parte dei quali non rispetta le norme in vigore. I siti artigianali di estrazione clandestini sono oltre ottocento, mentre duecento sono quelli ufficialmente riconosciuti (per approfondimenti si veda il dossier di LibérationPour tout l’or du Burkina Faso” , 08/2015). La produzione artigianale occupa, nelle statistiche un posto minoritario con circa 1-2 tonnellate all’anno; poca cosa rispetto alle 36 prodotte dalle sette miniere industriali.

Ma al di là del peso numerico, questo oro può splendere al sole anche perché a portarlo alla luce sono delle persone, uomini e donne di tutte le età coinvolti nelle varie attività che ruotano attorno ai siti. Si inseguono vene orizzontali e depositi verticali. Nei cunicoli dei siti artigianali, si scende di molti metri, anche oltre i 150, si resta molte ore al buio – i turni sono di 12 ore – in posizioni insopportabili, si respirano o si entra in contatto con sostanze tossiche come il mercurio e il cianuro, e a farlo sono persone che non hanno ancora compiuto la maggiore età o che, oggi adulte, hanno iniziato a farlo quando erano adolescenti. Le cifre sono approssimative, ma pur sempre significative, fin troppo. Secondo l’UNICEF sono 500-700.000 i minori coinvolti nella corsa all’oro in Burkina Faso.

Per raggiungere i punti più pericolosi dei tunnel serve coraggio: droghe e alcool sono a disposizione per esorcizzare ogni paura. Il rischio di rimanere vittima di un crollo è elevatissimo, soprattutto quanto si accede ai siti durante le prime piogge che rendono i terreni molli, anche se vitato dalla legge. Gli incidenti sono mortali. L’inquinamento dei suoli e delle acque è diffuso.

Senza dimenticare che un sito è tale perché situato in un luogo che in Burkina Faso coincide quasi sempre con una superficie agricola. L’attività mineraria infatti va spesso a confliggere con un’attività preesistente, agricoltura o pastorizia e i danni sono irreparabili quando si scava un territorio che trae il suo sostentamento proprio dall’attività agro-silvo-pastorale. Sono oltre 130.000 gli ettari sottratti all’agricoltura per estrarre minerali, oro soprattutto.

Dall’ottobre 2014, con la caduta dell’impero di Compaoré, tutta l’economia burkinabè e con essa il settore aurifero hanno conosciuto una battuta d’arresto: alcune società si sono ritirate, altre sono rimaste in attesa, gli investimenti si sono ridotti; l’effetto è stato una diminuzione della produzione nel 2015, quindi una conseguente riduzione delle entrate fiscali per lo stato e una contrazione delle esportazioni (ad inizio gennaio 2015 lo preventivava anche una nota del Tesoro francese).

Dove andrà a finire il golden rush in Burkina? Chi vincerà? La soluzione non viene certo dall’ultimo MOBA (Multiplayer Online Battle Arena). In ogni caso, anche in questo, come nel gioco virtuale, sono necessarie precise strategie di lotta contro mostri, draghi e altri avventurieri che vogliono accaparrarsi i tesori delle Golden Lands.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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