Il giorno della Vittoria, la retorica dell’esercito e della fede

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Foto: Asianews.it

In tutto il Paese il 9 maggio si è festeggiata la vittoria sul nazi-fascismo. Nel resto del mondo è attribuita al giorno precedente, l’8 maggio, quando gli alleati dalle due parti (americani e sovietici) entrarono a Berlino; ma fu appunto il 9 maggio che il maresciallo Žukov proclamò la conquista russa della capitale tedesca, la cui spartizione fu il simbolo stesso della guerra fredda successiva. Come confermato da recenti sondaggi, il 9 maggio è la festa più amata dai russi: oltre il 70% ritiene questo giorno come quello più solenne nella storia della nazione.

Prima della caduta dell’Unione Sovietica, la festa preferita era il 7 novembre, ricordo della Rivoluzione d’Ottobre, che riceveva il massimo sostegno da parte delle autorità. Soppressa dopo la fine del comunismo, nella memoria nazionale la rivoluzione fu sostituita dall’istituzione della festa della Riconciliazione del 4 novembre, in cui si ricorda la cacciata degli invasori polacchi e la fine dei “Torbidi” nel 1612, che permise l’ascesa al trono della dinastia dei Romanov. In realtà, ben pochi russi ricordano davvero i motivi di tale solennità, e tutta la retorica si concentra sul 9 maggio, in cui si conserva l’orgoglio sovietico insieme a quello nazionale.

La storia russa è segnata infatti da terribili sconfitte, che hanno gettato il Paese in lunghi periodi di dominazione straniera o depressione sociale ed economica: le lotte intestine degli antichi principi, il “giogo tartaro” medievale, le numerose umiliazioni subite dai turchi o dai polacchi, la lunga notte del totalitarismo sovietico. Allo stesso tempo, l’autocoscienza russa si nutre di clamorose vittorie, quasi sempre ottenute con incredibili sacrifici e sostenute da una forte percezione apocalittica della propria missione universale di salvezza. Così fu con la prima vittoria sui tartari nel 1380, ispirata da san Sergio di Radonež coi suoi monaci guerrieri; con la presa di Kazan’ del 1552, quando Ivan il Terribile fece cadere le mura dei mongoli con le preghiere alla Madre di Dio; con la sollevazione di Minin e Požarskij nel 1612, benedetta dal santo patriarca Ermogen, lasciato morire di fame dalle armate polacche del finto zar Dmitrij. La più eclatante fu certamente la sconfitta di Napoleone nel 1812, quando gli stessi moscoviti incendiarono la capitale davanti agli occhi del dittatore corso, mentre lo zar Alessandro I attendeva in preghiera nella cappella di palazzo a San Pietroburgo.

La sensazione di essere destinati a “salvare il mondo”, e non solo il proprio Paese, ha sempre ispirato i russi, chiamati a essere la “terza e ultima Roma cristiana”, come detta la profezia di Filofej di Pskov a fine ‘400. Così avvenne nella Seconda guerra mondiale, in cui Stalin dovette trasformare l’ideologia marxista nel più estremo misticismo russo per resistere alla terribile invasione nazista dell’Operazione Barbarossa. I russi sembrano saper vincere solo distruggendo se stessi, come nella Mosca di Napoleone o nella Stalingrado di Hitler, o nei mille giorni di assedio di Leningrado. Tanto più questa dedizione assoluta viene esaltata oggi, quando – non a caso – le feste di maggio coincidono con il nuovo insediamento dello zar Putin IV, che ha confermato il governo del fido Medvedev per “risollevare la Russia”.

La Vittoria, i cosacchi, san Giorgio

La Vittoria è il fondamento dell’ideologia statale attuale, in continuità con la storia recente e antica del suo popolo. La retorica paternalista e la propaganda capillare anestetizzano ogni altro anelito delle masse e cancella i peccati dei potenti, come si è visto nella repressione delle manifestazioni giovanili del 5 maggio scorso. A malmenare i giovani e adolescenti per strada non sono stati i poliziotti, ma i “volontari” vestiti da cosacchi, ormai apertamente ammessi accanto alle forze dell’ordine, per simboleggiare una forza che viene dal popolo stesso, e non dai vertici. I cosacchi, infatti, sono la sintesi di questa storia di tragedie, ribellioni e oppressioni, e grandi vittorie sui nemici esterni ed interni: uomini fuori dai confini, che servono lo zar in nome della fede e del destino preparato da Dio.

Alle parole d’ordine che esaltano il “grande sacrificio” russo, il podvig di origine monastica (quasi un jihâd cristiano) si aggiungono negli ultimi anni i simboli un po’ frivoli dei “nastri di S. Giorgio”, distribuiti a migliaia a tutti i partecipanti  (foto 2) per dare alla Vittoria un significato più spirituale e insieme più militaresco, essendo il santo martire palestinese patrono di Mosca e dell’esercito. Lo stesso patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), ha esaltato l’eroismo dei padri e dei soldati. Deponendo la corona al Milite Ignoto (foto 3), il patriarca ha dichiarato che “La Vittoria è stata conquistata dai nostri nonni e bisnonni, ma la tradizione dei vincitori si conserva nella memoria del nostro popolo e nella vita delle nostre Forze Armate”.

Secondo Kirill, la potenza militare esalta la natura cristiana della Russia: “Vediamo che oggi le Forze Armate acquistano a buon diritto una sempre maggiore autorità e rispetto presso il popolo, perché con la loro capacità di difendere la Patria aumenta l’orgoglio di tutti per il proprio Paese… è una grande responsabilità, da esercitare con la forza delle armi e con la forza dello spirito. È la Chiesa a formare lo spirito, e per un popolo forte la Chiesa deve operare con forza”. Così, la Chiesa militante della Russia è pronta a nuove grandi imprese.

Vladimir Rozanskij da Asianews.it

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