Il fascino discreto della speranza

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I popoli dell’Expo. 3-5 giugno. Alla fabbrica del vapore di Milano si è tenuta l'Expo dei Popoli, forum internazionale della società civile e dei movimenti contadini. Questa dicitura: "dei Popoli", mi interessa molto. Già in passato mi sono imbattuto direttamente e indirettamente in eventi, forum e varie occasioni il cui nome è accompagnato da questa dicitura, fiera e concisa: “dei Popoli”. Vi è dunque l'esigenza di sottolineare con precisione che quanto si intende fare, spaziando in qualsiasi forma di creazione possibile, è fatto dai Popoli e per i Popoli. Ma chi sono i Popoli? I Popoli, nella fattispecie, sono la "società civile" e i "movimenti contadini". Quindi, volendo sottintendere tutte le connessioni possibili ed esistenti fra queste sfere e ogni singolo individuo, in termini di rapporti umani e commerciali, oserei dire che "I Popoli" sono e siamo tutti Noi. I Popoli presenti all’Expo sono svariati e multiformi, comprendono fisionomie e idee geograficamente distanti, culture e ambizioni che nascono da esigenze specifiche differenti ma che rispondono tutte al richiamo reale del voler dare voce a chi spesso non ne ha.

Un contesto opposto di riferimento

Ma questa necessità di specificare un'appartenenza dell'evento (per quanto ovviamente un'appartenenza democratica) presuppone che vi sia un contesto opposto di riferimento. Il contesto opposto di riferimento non è come si può pensare L'Expo ufficiale che, come giustamente mi sottolinea Giosuè De Salvo, uno degli organizzatori e membro del comitato Expo dei Popoli, "non è un contesto di decisione politica, ma una mostra commerciale e culturale".

Il contesto opposto di riferimento, malgrado ritrovi in questa mostra commerciale un'ampia possibilità d'azione e di rappresentazione, è ben distante da entrambe le manifestazioni, è quel "contesto di decisione politica" a cui si riferiva De Salvo. Questo, in particolar modo nel momento in cui parliamo di produzione alimentare, comporta una serie di interconnessioni finanziarie e politiche con le grandi industrie e le multinazionali, aborti, volendo essere buoni, del capitalismo, o figli, volendo essere crudeli, di quella necessità di potere insita nell'essere umano.

Non voglio e non posso entrare nel merito di una questione complessa quanto il sistema entro cui viviamo. Da semplice cittadino osservatore posso comprendere il sapore amaro che i Popoli si trovano in bocca nello scoprire con violenza quanto questo contesto opposto di riferimento – primo vero ipotetico interlocutore della loro azione – implica un’impossibilità totale di comunicazione. Il sistema va avanti mentre i Popoli invece continuano a vivere nel crudele sogno di alzarsi dalla loro posizione di vittime e di sottomessi e diventare protagonisti di un dialogo alla pari.

Non esiste dialogo né  attrazione tra questi due poli opposti poiché questi sono dipendenti dall'immutabilità del loro rapporto subalterno. Quando ho provato a porre questa evidenza in forma di domanda, per ben due volte, con una coincidenza ironica, ho ricevuto la stessa risposta. Sia Josè Antonio Guitièrrez, esponente del collettivo Raices per la lotta al Land Grabbing intervistato in un altro contesto seppur similare, sia Carlo Petrini, fondatore del movimento internazionale Slow Food, presente invece all’Expo dei Popoli, mi citano Gramsci proponendosi come "pessimisti dell'intelletto e ottimisti della volontà". Apprezzo il valore propositivo di questa risposta e il suo implicito invito a non darsi mai per vinti, per quanto ammetto che vi riconosca una leggera fuga retorica dalla domanda.

Valore oltre il valore

Ma tirando le somme la conclusione di questa riflessione non vuole cadere nel gioco facile del disfattismo. Non sono storicamente in grado di avere una tale lucidità da sapere se mai si riuscirà a creare un dialogo reale fra il Popolo e le sovrastrutture economiche che lo dominano. Certamente so che il valore culturale e spirituale della condivisione di un'esperienza, che sia dibattito, lotta o creazione, è enorme e produce effetti spesso non visibili alla società ma tendenzialmente abbastanza genuini da farmi credere nella loro forza di mutazione a lungo termine della stessa società.

Io credo che questo tentativo, questa costruzione forte e decisa di un'alternativa (per quanto scarsamente applicabile nello stato attuale delle cose) racchiuda in se il più inaspettato dei regali, che probabilmente non porterà sul tavolo dei decisori politici le questioni legate alla sovranità alimentare, alla fame o alla spietatezza dei mercati. Probabilmente non fermerà oggi il Water e Land Grabbing e non ci proteggerà come madre attenta dall'abuso forzato della società dei consumi. Ma tuttavia sarà in grado di farsi substrato, ricco e fertile, di un processo culturale che vuole ridare consapevolezza al mondo in una visione onirica di rispetto della vita, partendo dai singoli individui, dalle loro idee e dalla loro forza, dalla loro necessità vitale di organizzarsi e di condividere un progetto, una speranza, un sogno o anche soltanto saperi e competenze.

Quando mi hanno presentato Manigueuigdinapi Jorge Stanley Icaza, membro dell’IITC, organizzazione dei popoli indigeni dell’America Centrale, mi hanno detto che oltre ad essere un attivista è anche un poeta. Gli ho voluto chiedere se secondo lui la poesia gioca un ruolo in questa lotta. Mi ha detto che “...la lotta in difesa della madre terra non è altro che lotta in difesa dell'amore...” e che “...la poesia, il canto, la pittura e tutta l'arte sono effettivamente la miglior difesa che possa esistere…”. Per un momento il richiamo alla poesia ha fatto riecheggiare tra i padiglioni della fabbrica del vapore quell'Urlo di protesta e di cambiamento che Allen Ginsberg lanciò nel ‘55 a San Francisco e il cui celebre primo verso dice "Ho visto le migliori menti della nostra generazione distrutte dalla pazzia". Io credo che è anche grazie ad occasioni come quella dell'Expo dei Popoli se le menti della nostra generazione ancora non cadono distrutte dalla pazzia, trovando la possibilità di un contesto in cui crescere e accrescersi, e questo, di per sé, mi pare che basti per rivolgere un gentile inchino di ringraziamento nei confronti di chi questa possibilità l'ha costruita ed infine ce l'ha donata.

Ariele Pitruzzella

In Medias Res

L'associazione In Medias Res nasce nel Luglio del 2015 a Trento come naturale prosecuzione del progetto di media-attivismo "Agenzia di Stampa Giovanile", realizzato da un collettivo formato da giovani con background e formazione differenti. Il progetto nasce in seno all'associazione Jangada nel 2012 e in collaborazione con l'associazione Viração Educomunicação in Brasile, in concomitanza con il Summit Rio+20 e cresce entrando in contatto e collaborando negli anni con diversi enti e associazioni a livello locale ed internazionale (tra gli altri l’Assessorato alla Cooperazione e allo Sviluppo della Provincia Autonoma di Trento, l'Universita di Trento, l'Osservatorio Trentino sul Clima, il consorzio dei Comuni della provincia di Trento BIM dell’Adige, la Fundación TierraVida in Argentina e la Rete+Tu). L'associazione si occupa principalemtene di divulgazione libera e indipendente di tematiche legate all'ambiente, alla società e all'economia attraverso la pubblicazione di articoli e video (negli ultimi anni ha realizzato reportages durante le Conferenze delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici - COP18 di Doha, COP19 di Varsavia, COP20 di Lima), percorsi formativi nelle scuole e laboratori e eventi aperti alla cittadinanza.

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