Il diritto delle tribù incontattate a rimanere tali

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Foto: Survival.it

Nel mondo ci sono più di un centinaio di tribù incontattate. Sono una parte essenziale della diversità umana, ma se le loro terre non saranno protette per loro sarà la catastrofe. L’associazione Survival International che dal 1969 si è impegnata a sostenere il diritto di queste popolazioni a determinare autonomamente il proprio futuro, ha da poco rilanciato l’appello della Relatrice Speciale sui diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz che in ottobre ha sottolineato la necessità di “raddoppiare gli sforzi di protezione dei territori delle tribù incontattate" da parte di tutti degli stati ed in particolare di quelli del Sud America. Qui il mancato rispetto dei diritti dei popoli indigeni e la pressione per accaparrarsi la terra delle tribù ha provocato “un’ondata crescente di contatti e interazioni nelle regioni di confine tra Perù e Brasile” dagli esiti drammatici.

Ultimo in ordine di tempo è stato l’assassinio di un gruppo di circa 10 indigeni incontattati per mano di alcuni cercatori d’oro illegali, che sarebbe avvenuto in settembre nell’Amazzonia brasiliana. Apparso sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, l’episodio ha fatto notare la vulnerabilità di questi popoli quando i governi non proteggono le loro terre e i loro diritti. Attirando l’attenzione sull’importanza delle linee guida che riconoscono il diritto delle tribù incontattate a rimanere tali, come “espressione del diritto all’autodeterminazione”, la Tauli-Corpuz in occasione del meeting newyorkese del Network latinoamericano per la prevenzione del genocidio e delle atrocità di massa, ha dichiarato che la loro condizione dovrebbe essere “inclusa nei progetti e nei programmi di intervento dei più alti organismi politici delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani.”

Ma i popoli incontattati non sono minacciati solo in Sud America e non solo da incontri a mano armata. Come abbiamo più volte scritto, da anni i tour operator delle isole Andamane, in India, vendono veri e propri “safari umani” all’interno della riserva degli Jarawa, una popolazione uscita solo recentemente dall’isolamento. Nonostante le promesse del governo indiano di vietare tale pratica, migliaia di turisti ogni anno viaggiano lungo una strada che attraversa la foresta degli Jarawa trattando gli indigeni come animali in un parco safari e rischiando di trasmettere involontariamente, come fecero i primi conquistatori europei, malattie ai membri della tribù indigena, che hanno poche difese immunitarie verso le malattie esterne. Nel 2002 la Suprema Corte dell’India aveva stabilito che la strada andava chiusa, ma in realtà è rimasta sempre aperta nonostante le pressioni da parte degli attivisti per i diritti umani. Nel 2013, il Governo delle Andamane aveva promesso di aprire una rotta marittima verso le destinazioni turistiche più popolari delle isole per impedire ai turisti di attraversare la riserva indigena in macchina, ma anche se tale rotta è stata recentemente aperta e resa operativa, al momento sono molto pochi i tour operator che la utilizzano e il mercato dei "safari umani" è ancora molto fiorente.

“Il nuovo traghetto marittimo doveva fermare i pullman di turisti che viaggiano attraverso il territorio degli Jarawa, mettendo così fine a questi pericolosi e disgustosi safari umani” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Ma il governo vuole che il suo utilizzo sia facoltativo, vanificandone interamente lo scopo. Le agenzie turistiche continuano così a vendere i safari e a trarre profitto dallo sfruttamento dei popoli indigeni. I turisti responsabili dovrebbero boicottare le isole fino a quando tutto questo non avrà fine”. In una recente dichiarazione, infatti, il Governo delle Andamane ha affermato che la strada: “…rimarrà aperta ad uso sia degli abitanti dell’isola, sia dei turisti, dal momento che non è mai stata presa alcuna decisione da parte di questa Amministrazione circa la sua chiusura definitiva al turismo. Tuttavia, ai visitatori è consigliato utilizzare il servizio dei battelli”.

Un posizione che non salvaguarda gli Jarawa. Non stupisce che Survival, all’apertura della stagione turistica che va normalmente da settembre a maggio, abbia rintracciato un vero e proprio catalogo dedicato da molte agenzie turistiche ai safari illegali. La Tropical Andamans, per esempio, afferma che: “Il famoso territorio Jarawa è un pianeta a sé stante. È il luogo dove vivono le tribù più antiche di queste isole. Quelle conosciute come Jarawa sono distanti dal mondo civilizzato. Sono la meraviglia del mondo moderno, perché si nutrono di carne di maiale cruda, frutta e verdure. Non parlano alcuna lingua nota al pubblico. La loro pelle di un colore nero scurissimo e gli occhi rossi potrebbero impressionarvi se vi capitasse di incontrarli”. Il sito turistico Flywidus offre ai turisti la possibilità di dare un’occhiata agli “indigeni primitivi” guidando attraverso la riserva degli Jarawa, mentre un altro, Holidify, descrive gli Jarawa come una “importante attrazione” e afferma che “amano molto l’ebbrezza di certe droghe, una di queste è il tabacco”.

Per questo Survival porta avanti da anni una campagna internazionale contro i safari umani invitando i viaggiatori di ogni latitudine a boicottare l’industria turistica nelle Andamane fino a quando tali safari non saranno fermati. Anche le Nazioni Unite e i membri del Parlamento Europeo hanno condannato tale pratica e in più occasioni hanno ricordato che tutti i popoli indigeni incontattati e quelli contattati di recente “rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta dando loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro”. Una questione che in attesa di diventare veramente illegale e sanzionabile è ancora lasciata alla coscienza/incoscienza del turista.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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