Il delta del Niger si tinge di nero, tra petrolio, inquinamento e riciclaggio

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James Ibori - Foto: Metropolitan Police/PA

Del delta del Niger si parla soltanto quando un’esplosione a un condotto petrolifero causa centinaia di morti oppure qualche lavoratore italiano dell’Eni viene sequestrato dai movimenti di resistenza locale. Quasi mai, tranne qualche meritevole eccezione, nel circuito dei media internazionali, figuriamoci quelli italiani, si denunciano una devastazione ambientale e un inquinamento insostenibile di un’area di circa 1300 km2 , ormai contaminata come dopo un disastro nucleare. Eppure questo sfruttamento sconsiderato delle risorse petrolifere che non guarda in faccia al più elementare rispetto per i diritti umani, chiama la nostra coscienza di uomini almeno a sapere la verità su questa parte del mondo. La Campagna per la riforma della Banca Mondiale (CRBM) e Altreconomia ha pubblicato nel novembre scorso il dossier “Il Delta dei veleni” (qui in italiano in formato .pdf), nel quale si raccontano dettagliatamente la situazione e l’impatto ecologico, economico ed umano delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio che operano in Nigeria.

Dalla CRBM giunge il racconto di una vicenda di riciclaggio di denaro pubblico europeo in un fondo privato legato alla zona del delta e all’ex governatore dello Stato ora condannato per corruzione. Riporta il sito della CRBM: “Milioni di euro dei contribuenti europei hanno finanziato il private equity Emerging Capital Partners (ECP), coinvolto nelle operazioni illecite per riciclare il denaro sottratto alle casse pubbliche dall’ex governatore del Delta State James Ibori. Il politico nigeriano è stato condannato a Londra a 13 anni di reclusione.

A rivelare il coinvolgimento in questo enorme caso di frode in Nigeria della banca di sviluppo dell’Unione europea, della cooperazione britannica e di altre istituzioni dei Paesi occidentali (in particolare Usa e Svezia) è stata la trasmissione della BBC Newsnight andata in onda il 16 aprile scorso”.

Questa la ricostruzione della vicenda: “Si presume che Ibori, estradato lo scorso anno da Dubai in Inghilterra, si sia appropriato di circa tre miliardi di dollari, fatti transitare tramite la City di Londra verso numerosi paradisi fiscali sparsi per il Pianeta. Tre delle società utilizzate dal politico nigeriano sono state finanziate negli anni passati dalla ECP. Per questa ragione sia l’Unità Anti-Frode dell’Unione europea che la Commissione contro i Crimini Finanziari della Nigeria stanno conducendo delle indagini formali sulla questione.

Come se non bastasse, Newsnight ha raccontato l’incredibile storia di Dotun Oloko, il quale nel 2008, raccogliendo del materiale per un documentario, aveva fatto delle illuminanti scoperte sul caso. Oloko, oltre a essere cittadino nigeriano, in quanto in possesso del passaporto britannico aveva deciso di rivolgersi alla Dfid (Department for International Development), l’organismo che gestisce la cooperazione del Regno Unito. Era la fine del 2008, ma per mesi non ha ricevuto alcuna risposta. Peggio ancora, con lui si sono fatti vivi dalla Nigeria dei “personaggi” che erano a conoscenza della denuncia, evidentemente perché il Dfid aveva passato tutto l’incartamento alla ECP. Un atto gravissimo, visto che in teoria gli si doveva garantire l’anonimato.

Oloko ha poi sottoposto la questione alla Banca europea per gli investimenti, anche in quell’occasione senza ricevere nessun riscontro, almeno finché non ha chiesto aiuto alle realtà della società civile che compongono il network europeo Counter Balance e alla Ong inglese The Cornerhouse. Solo grazie al loro intervento, all’inizio del 2010, è riuscito ad avere finalmente un incontro con rappresentanti della Banca, che però ha subito messo in chiaro che erano stati svolti degli accertamenti e che non era stato riscontrato nulla di anomalo, addirittura ammettendo che l’ECP sapeva di Oloko. Non a caso l’equity fund aveva messo sotto contratto una compagnia di investigazioni private, la Control Risk, che ha svolto indagini sul passato di Oloko e aveva pedinato lui e tutta la sua famiglia in Inghilterra, non facendosi scrupoli nemmeno a fotografare i suoi figli mentre stavano a scuola. Non solo la BEI, ma anche gli altri istituti coinvolti sapevano delle attività della Control Risk, in barba alle convenzioni anti-corruzione internazionali che invece assicurano la protezione e la tutela degli informatori”.

Lo stesso Oloko così racconta: “A tratti è stato paradossale. Il rappresentante della BEI sembrava il portavoce della ECP, che difendeva a spada tratta. Ha subito chiarito che erano stati svolti degli accertamenti e che non era stato riscontrato nulla di anomalo. Ha addirittura ammesso che l’ECP sapeva di me, giustificandosi con il fatto che la compagnia doveva essere a conoscenza di chi lo accusava. Fortuna ha voluto che fossero presenti alcuni esponenti dell’Olaf (l’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode, guidato dall’italiano Giovanni Kessler), i quali, quando hanno potuto ascoltare le mie ragioni, si sono subito attivati. Ora hanno aperto un’indagine formale, che sta andando avanti”.

“Dal momento che l’Unione europea considera la democrazia e il rispetto dei diritti umani tra i suoi valori fondanti, la protezione di un informatore dovrebbe essere un fatto scontato” ha dichiarato Antonio Tricarico della CRBM, tra le realtà promotrici della rete europea Counter Balance. “Sia l’aver rivelato l’identità di Dotun Oloko e il rifiuto di dare il giusto seguito a quanto da lui rivelato dimostrano che non è così. Questa storia è una macchia inquietante per la credibilità della Banca europea per gli investimenti, che oggi pretende di voler gestire ancora più fondi di sviluppo. Ci auguriamo che la ‘Mani Pulite’ europea e nigeriana renda giustizia a Oloko e ai contribuenti europei e nigeriani” ha concluso Tricarico. [PGC]

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