Il cosmopolitismo in quattro concetti

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Fraternità: è la terza parola del motto della Rivoluzione francese, dopo libertà e uguaglianza, ma è stata anche la più negletta. Eppure per condurre, con un po’ di prospettiva, questa fase storico-culturale occorrerà proprio il riconoscimento, che la scienza genetica ha identificato inequivocabilmente, che tutti apparteniamo all’unica famiglia umana.

Benjamin Barber, politologo illuminato statunitense morto da poco, aveva immaginato la fraternità come valore necessario per dare significato a quell’interdipendenza che, lo vogliamo o no, contraddistingue il nostro tempo. Abbiamo sperimentato, in tutti i modi, gli effetti negativi di un modello sociale basato sulla corsa al benessere individuale, che finisce per dissolvere le virtù civili su cui poggia il senso di appartenenza a una comunità politica: ora è tempo di sperimentare un modello basato sulla fraternità, sull’appartenenza reciproca. Ma perché sia virtù politica, atta a sostenere il cosmopolitismo in cui viviamo, è necessario qualificare la fraternità: non certo una filia elettiva, che rafforzi i legami tra simili contro i diversi, non una solidarietà che veda una asimmetria tra chi esporta beni o valori e chi li riceve, ma una fraternità universale, capace di creare le condizioni perché ciascuno e tutti, donne, uomini, famiglie, associazioni, aziende, scuole, comunità, possano esprimere la propria particolarità e realizzare la propria vocazione, dando il meglio di sé.

Chiara Lubich, nel 2000, rivolgendosi ad una platea internazionale di politici e cittadini, esortò ad avere coraggio nel battere questa strada: “Chiunque, da solo, si accinge oggi a spostare le montagne dell’indifferenza, se non dell’odio e della violenza, ha un compito immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell'unità, della fraternità universale, il movente essenziale della vita”

Policentrismo: da un punto di vista organizzativo, politico e sociale, i luoghi delle decisioni dovranno essere plurimi e posti a livelli diversi. Non mi immagino il cosmopolitismo come una sorta di mediazione al ribasso, che ci veda tutti un po’ meno ‘colorati’, alla ricerca di una grigia terra di mezzo dove i conflitti scompaiano perché abbiamo rinunciato alle nostre personalità, culture, insomma alle nostre diversità… Non è questa la pace: questo è un antico disegno da abbandonare che chiama necessariamente un unico governo centrale, un gruppo di più uguali che gestiscano il potere a nome di tutti.

Credo che il cosmopolitismo a cui tutti noi, in questo gruppo, vogliamo lavorare, è un cammino più complesso, fatto di strade che si incrociano, di continui tentativi, di step che cominciano con il tempo della conoscenza, poi di una giustizia che sia dapprima sociale e redistributiva e che frutti poi una convivenza di culture diverse in cammino.

L’unità si dovrà quindi raggiungere unendo popoli ed etnie che conservino la loro diversità, in autonomie politicamente dinamiche, aperte e pronte ad una attiva perequazione mondiale. L’organizzarsi politico sarà il frutto di legittime autorità locali che troveranno livelli di aggregazione sempre più estesi, dal basso fino ad un’autorità mondiale assicurata dall’alternarsi di governi locali. L’Europa ne potrebbe essere un modello, se riuscirà a tornare all’idealità e alla forza politica e culturale dei suoi primi passi.

Questa strada immagino potrebbe poi riservarci la scoperta e la messa in pratica di un’etica condivisa, ma vissuta e codificata in modi diversi a seconda delle varie culture, basata appunto sulla convinzione di appartenere ad un’unica famiglia.  

Uomo/donna: da dove cominciare? A mio parere un buon punto da cui muovere i primi passi di un cosmopolitismo che sia unitivo, ma non omogeneizzante, è convertire la questione uomo-donna in un grande campo di trasformazione sociale e culturale, insomma mutarla da problema a risorsa. Il lavoro in campo culturale, sociale, lavorativo, famigliare che ci attende per dare alla componente femminile una adeguata compartecipazione è un buon campo per sperimentare che la diversità si amplia e diventa ricchezza solo nella reciprocità.

La reciprocità uomo-donna ricercata nell’uguaglianza e nella libertà in ogni ambito, a cominciare da quello lessicale, può cambiare completamente il nostro approccio alle sfide dell’oggi. L’affermazione della dignità personale della donna e della sua parità con l’uomo, costituisce la prima condizione per rimuovere ogni forma di emarginazione e di discriminazione che ancora oggi permane nella nostra società e ancor più nel mondo.

Partecipazione: è chiaro che il cammino che ci attende proprio perché ispirato dalla fraternità universale, oltre che dalla uguaglianza e dalla libertà, può essere solo un cammino popolare. A mio parere questa è una parola che va risemantizzata e reintegrata nel nostro vocabolario, è una caratteristica che deve tornare ad essere illuminante del nostro agire sociale, culturale.

Immediata conseguenza in ambito politico è la partecipazione come elemento cardine delle nostre istituzioni: vanno trovate strade nuove. Qui il discorso si farebbe lungo, ma alcuni segni positivi ci sono. Per accennare alle principali caratteristiche direi che la partecipazione, perché sia seria, occorre abbia regole, tempi e rapporti precisi. La partecipazione, composta di un mix di democrazia diretta e deliberativa, non diventa così la surroga della democrazia rappresentativa, anche se oggi più che mai in crisi, ma un’integrazione che renda chi ha la responsabilità di esercitare il potere esecutivo più capace di governare.

Oggi l’unico tavolo politico adeguato deve vedere collocati politici, funzionari e cittadini, tutti al lavoro assieme con responsabilità e compiti diversi, ma tutti informati e formati ad una reciprocità che sola può arrivare ad attuare il Bene Comune.

Robert Dahl afferma che, dopo la prima rivoluzione democratica (le città greche), dopo la seconda (il suffragio universale), adesso ci attende la terza sfida: mantenere, e quindi organizzare, la democrazia a livello internazionale, il livello dove oggi si svolgono, in maggioranza, le decisioni che intervengono nella nostra vita.

La sfida è rendere popolare, portare i cittadini a governare, quel livello. Benjamin Barber riteneva che il punto da dove iniziare era una rete di città partecipate dai cittadini che si alleassero per produrre modelli adeguati alla costruzione e al mantenimento di un mondo unito e pacifico.

Lucia Fronza Crepaz

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