ISTAT: largo ai giovani in un Paese di anziani?

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Foto: Ilfoglio.it

È un’Italia che invecchia inesorabilmente quella che si guarda allo specchio all’avvio dell’anno. Il Report sugli Indicatori demografici diffuso dall’ISTAT rileva un nuovo record di “culle vuote” nel 2015: 488mila nascite in tutto, 15mila in meno rispetto al 2014 e un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia, come hanno ampiamente evidenziato i media. Calcolatrice alla mano, si contano 8 nascite ogni 1000 residenti che, uniti a un tasso di mortalità del 10,7 per mille concentrato tra le fasce di età molto anziane (75-95 anni), restituiscono un saldo negativo della popolazione. Un dato a cui contribuisce anche il considerevole numero di cittadini italiani emigrati verso l’estero, in aumento del 12,4% rispetto al 2014, e il mancato arrivo o le partenze dei residenti stranieri nel Belpaese, diminuiti del 4,8%. Scorrendo i dati del’ISTAT, il sud con la Campania e la Sicilia insieme alla settentrionale provincia di Bolzano risultano i territori meno anziani, dunque con tassi di natalità più alti; al contrario Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Toscana sono le regioni più “anziane” secondo le percentuali dei residenti ultrasessantenni. Dei 60 milioni 656mila residenti in Italia, scesi di 139mila unità rispetto al 2014, gli stranieri rappresentano l’8,3% della popolazione totale pari a 5 milioni 54mila: è proprio tra gli stranieri che si registra un incremento di 39mila unità a fronte di una diminuzione di circa 179mila residenti di cittadinanza italiana.

Numeri che non stupiscono affatto ma che di certo fanno riflettere. Dinanzi al costante invecchiamento della popolazione e al calo del numero degli attivi, si cercano di individuare le cause della diminuzione della natalità infantile che ad oggi è pari a 1,35 (figlio) per donna. L’età media delle madri al parto sale nel frattempo a 31,6 anni e con essa anche il ricorso dei futuri genitori a tecniche di fecondazione assistita, per dare supporto tecnico a una fertilità concessa o meno dalla “natura” e favorita negli anni di minor maturità.

È la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, divenuta mamma di due gemelli la scorsa estate all’età di 43 anni, a parlare di culle vuote quale principale problema economico del Paese e della necessità di “un grande investimento culturale per cambiare il messaggio che è passato negli ultimi 40 anni”. In una intervista rilasciata all’ANSA, la ministra parla di un generale atteggiamento ostile verso l’infanzia e i bambini: “ci sono le ostilità nei confronti dei bambini nei ristoranti, quando giocano nei cortili e in tante altre circostanze”, e la memoria ci ricorda i molti cartelli polemicamente apparsi sui social e oggetto di dibattito pubblico sul divieto dell’uso della palla nei parchi o dell’accesso dei bambini ad alcuni locali di ristorazione.

Sicuramente non è però un diffuso atteggiamento dell’anziana popolazione italiana a demotivare i futuri genitori. La necessità di rendere la società accogliente non può che essere il risultato di una inversione della curva demografica: una maggiore attenzione alle necessità di spazi e di cura dell’infanzia è data da una richiesta più ampia in tal senso dei cittadini; al contrario, una società invecchiata detta regole diverse in merito alla fruizione del territorio e del tempo libero, nonché ai bisogni socio-assistenziali. Le 137 pagine del Piano nazionale per la Fertilità, presentato lo scorso maggio dal Ministero “per difendere la tua fertilità e preparare una culla nel tuo futuro”, risultano uno strumento senz’altro utile per riporre l’attenzione sulla maternità e sulle scelte della donna nella più generale sfera sessuale ma non sembrano poter attivare formule per rimuovere gli ostacoli di tipo lavorativo-economico, sociale e tecnico-scientifico che la maternità ad oggi incontra in Italia. E mentre i promotori della “naturale predisposizione della donna a mettere al mondo figli” criticano quella che risulta una informativa (e un potenziamento comunicativo) sulla pianificazione della maternità, appare evidente che da questa situazione di bassa natalità non se ne uscirà né con una “Giornata della Fertilità”, istituita per il 7 maggio di ogni anno, né col noto “bonus bebè”. Occorrono misure ben più concrete e complessive, che guardino alla realtà di un tessuto sociale sfaldato, dove mancano il supporto familiare o anche formule di avvicinamento delle coppie separate per ragioni lavorative, dove il carico di lavoro domestico e familiare pesa in misura decisamente maggiore sulle spalle della donna e le opportunità di conciliazione lavoro-maternità risultano pressoché inesistenti, dove i permessi di paternità sono una realtà ancora su carta e le donne spesso optano per stare a casa con il neonato per i costi insostenibili degli asili nido, dove le dimissioni in bianco o gli accordi sull’esclusione della maternità sono oggetto di “accordo” contrattuale con l’azienda per la donna in età fertile. È un problema sociale così come politico, che purtroppo però non induce a far seguire all’evocazione ad ogni piè sospinto del valore sacrale della famiglia un potenziamento delle relative politiche di sostegno alle politiche familiari e di natalità.

In Italia da troppi anni non si assiste al necessario ricambio generazionale e neanche la maggiore fertilità delle donne straniere è più sufficiente a colmare la denatalità. Sono cose che sappiamo e di cui conosciamo anche le ragioni. Quello che non facciamo è metterci mano, per il benessere e la buona salute del tessuto sociale più che per esigenze “di patria”.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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