I nuovi ecosportivi (forse…)

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Persone attive, frizzanti, che desiderano tenersi in forma non solo per ragioni di salute o di compensazione (magari di un lavoro sedentario), ma anche semplicemente per il gusto di trascorrere del tempo con gli amici o con la propria solitudine, godendosi uno sforzo fisico che rinfranca e rigenera. Spesso anche persone amanti della natura, dove - nel weekend o nei ritagli della settimana – si fa spazio al proprio desiderio di uscire e muoversi. Vi riconoscete in queste poche righe?

Allora proseguite nella lettura, sperando invece di non ritrovarvi anche nel paragrafo a seguire. Cioè quello dei dubbi sollevati proprio dagli esiti di queste uscite sportive: non mi riferisco soltanto alla ancor eccessiva quantità di rifiuti che si trovano sui sentieri di montagna o nei parchi (bottigliette d’acqua, confezioni di integratori o barrette e affini, bustine di medicinali), già di per sé ingiustificabili tracce di un passaggio che per definizione - ma forse sbaglio - mi aspetterei leggero non solo nell’andatura ma soprattutto nella sua impronta ecologica. Tra le scarse accortezze tributate dal mondo dello sport al rispetto dell’ambiente vanno annoverati anche equipaggiamento, calzature e abbigliamento, per lo più per le scadenti attenzioni dedicate dai produttori alle materie prime e loro utilizzo nella creazione di abiti e accessori. Dai tessuti tecnici al pellame, dalla gomma alla plastica, non sempre i marchi più gettonati tra gli amanti dell’attività motoria godono di altrettanta considerazione se li analizziamo dal punto di vista della loro sostenibilità. Senza contare poi che gli scarti della produzione vanno spesso a ingigantire la quantità di materiali non riciclabili che già soffoca il nostro Pianeta.

Qualche buona notizia però ogni tanto c’è. Non vi parlo questa volta di marchi leader nella sostenibilità della propria filiera produttiva come la californiana Patagonia, né di marchi che hanno linee dedicate a chi proprio non può fare a meno di comprarsi una maglietta “ben fatta” anche quando deve acquistare un capo tecnico e performante, come la norvegese Odlo, ma di un’idea nata in Trentino dalla collaborazione di due realtà molto diverse per ambiti operativi, modalità e finalità. Da un lato l’azienda fiemmese La Sportiva, apprezzata in tutto il mondo per i suoi prodotti outdoor, che trovano l’eccellenza nelle scarpette d’arrampicata. Dall’altro la Cooperativa Sociale Samuele, che da tempo si avvale della collaborazione di Alessandro Dimauro, versatile e originale designer del riuso. Da questo connubio nascono il progetto e l’omonima linea di prodotti La Sportiva Green, una serie di accessori che utilizzano in via esclusiva i pellami di fine serie derivanti dagli scarti di produzione di scarpette e scarponi da montagna, recuperandoli in maniera creativa e artigianale e vendendoli all’interno dei rivenditori ufficiali (per ora in provincia di Trento, a Ziano e Cavalese). Dell’operazione va di sicuro lodato il tentativo di recuperare prodotti altrimenti “persi” nel vortice degli scarti, anche se la sostenibilità del processo potrebbe ancora fare qualche passo in avanti, per esempio potenziando le linee sintetiche e non in pelle che, si sa, viene pur sempre da quelle che furono creature viventi e il cui coinvolgimento (o meglio cooptazione) nella produzione di capi, calzature e accessori non è mai spontaneo e raramente sostenibile. Purtroppo è anche vero che la pelle garantisce performance difficili da eguagliare, ma investimenti e intenzioni orientati nella giusta direzione nel tempo possono di certo garantire l’evoluzione del settore in un senso non specista, specialmente per un’azienda che già si muove verso ambiziosi obiettivi di riduzione del proprio impatto.

Torniamo in ogni caso al progetto, perché di elementi positivi per cui farsi notare l’iniziativa ne ha più d’uno, non ultimo quello che si innesta sulle ragioni stesse per cui Cooperativa Samuele opera sul territorio trentino, proponendo percorsi formativi e professionalizzanti a persone che vivono situazioni di disagio e difficoltà, promuovendo opportunità relazionali e di reinserimento sociale che vanno dai servizi ai catering agli atelier.

Come ricordano i promotori di questa collaborazione, “one man’s waste is another man’s treasure”. E allora che questo felice incontro sia occasione di crescita personale e professionale per tutti i soggetti coinvolti, perché con le loro capacità e con gli strumenti a loro disposizione non perdano mai di vista i traguardi più ambiziosi, quelli che permettono a tutti e tutte, sportivi e non, di godersi un mondo migliore, più pulito, più solidale, più attento agli esseri viventi che lo abitano ciascuno e ciascuna nelle proprie fragilità, siano esse emotive, professionali o biodiverse.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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