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I giovani, motore del cambiamento globale
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Il manifesto del Forum - Foto: ©UNESCO
Si fa presto a dire giovani. Categoria sovra esposta in questo periodo. Ma quasi sempre compresa in chiave negativa o protestataria. Quello di “giovani” è un termine chiave per capire il nostro tempo. È difficoltoso (probabilmente anche inutile e controproducente) cercare una definizione onnicomprensiva e universale di una età della vita, quella della giovinezza, di cui variano pure le dimensioni temporali: mentre nei paesi occidentali ex ricchi questo tempo si dilata a causa dell’incertezza e della precarietà – ma anche della noia derivata dal benessere, nella maggior parte del mondo i giovani devono lottare molto presto per la sopravvivenza, per l’istruzione, per il lavoro; forse per questo sono motore di cambiamento.
Mille sono le sfumature della giovinezza, eppure la globalizzazione elimina le differenze, accomuna, avvicina. Ci troviamo di fronte alla prima generazione globale della storia, unificata dalle nuove tecnologie, dai social network, dalla musica, purtroppo anche dalla logica consumistica, ci auguriamo pure dalla percezione condivisa di un possibile destino di rinnovamento.
“Come la gioventù guida il cambiamento”, questo il titolo generale del VII Forum dei giovani organizzato dall’UNESCO che comincia proprio oggi a Parigi. Nel documento di presentazione (in .pdf) dell’incontro si coglie tutta la problematicità della temperie di crisi che stiamo vivendo ma anche il ruolo positivo svolto dai giovani. I principali temi del Forum verteranno così su tre aspetti: “cittadini in azione: i giovani in politica e nella vita pubblica”; “combattere l’esclusione, la vulnerabilità e la violenza dei giovani”; “eliminare le barriere del lavoro”. Tre temi che si intrecciano perché senza un lavoro stabile non ci può essere futuro, non si vince l’esclusione e non si è incentivati a partecipare alle decisioni politiche; e viceversa se non si agisce nella sfera pubblica, il cambiamento non avverrà mai.
Ancora una volta sono la strada e la piazza (senza soluzione di continuità tra il reale e il virtuale) a essere in campo di azione dei giovani: dalle rivolte di Tunisia e di Egitto alle iniziative di liberazione dalla violenza e dalla povertà promosse da poco più che adolescenti dal Congo alle città degli Stati Uniti, il futuro ha il volto di ragazzi e ragazze che agiscono senza compromessi. Sono come noi ma sembrano lontanissimi.
Se pensiamo infatti che l’ONU definisce giovani coloro che hanno un’età compresa tra i 15 e 24 anni (più di un miliardo di persone), il paragone con il nostro metro di giudizio che allunga la giovinezza oltre la soglia dei 35 anni rischia di farci impallidire. Non consola neppure la fascia di età che i documenti elaborati dalle Nazioni Unite indicano come quella dei “giovani adulti”: tra 18 e 29 anni. Da noi sono ancora, volenti o nolenti, bamboccioni tra le braccia dei genitori. Qualcosa sicuramente non quadra. E il nostro immaginario collettivo è sfasato dalle effettive dinamiche globali. Siamo fuori sintonia.
Se poi confrontiamo la percentuale di under 15 e di over 65 capiamo come gli squilibri mondiali sono destinati a crescere. Secondo le stime del Population Reference Bureau (in .pdf), un istituto indipendente che si occupa di demografia, a livello globale gli under 15 sono il 27% della popolazione, mentre gli over 65 sono soltanto l’8%: in Africa siamo invece al 41% contro il 4%, in Nord America il 19% contro il 13%, in Asia il 26% contro il 7%, in Europa c’è un pareggio al 16% (ma in Italia siamo al sorpasso degli anziani sui giovani, 20% contro 14%). Numeri simili si possono ritrovare nelle analisi dell’ufficio ONU che studia la popolazione.
Esiste dunque una faglia tra nord e sud del mondo che supera di gran lunga gli effetti delle disparità economiche: il futuro non può essere di quei popoli costituiti da anziani. E la soluzione non sembra essere quella di incentivi alla natalità nei paesi “occidentali” e disincentivi in quelli segnati da un boom demografico. Quello dell’aumento della popolazione è un problema che si risolve con lo sviluppo umano e la cultura diffusa non con gli apocalittici appelli stile Giovanni Sartori che trasudano mentalità neo-colonialiste.
Il problema sta da un lato nella elaborazione teorica e nella concretizzazione pratica di modelli di sviluppo sostenibile, e dall’altro nella gestione positiva di società che ormai nei fatti sono multietniche. I giovani migranti non solo rappresentano la nostra salvezza (dalle pensioni al lavoro) ma sono anche l’avanguardia del mondo che verrà. Secondo impressionanti dati elaborati dall’ONU i migranti di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono circa 27 milioni e rappresentano il 15% della popolazione che emigra nei paesi sviluppati (gli under 34 rappresentano più del 30% dei nuovi arrivati). Essi sono vitamine indispensabili per sostenere una società invecchiata. Sono questi i giovani globali che si muovono per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita, per trovare lavoro, per fuggire alla guerra. Ma pensare solo in termini negativi sarebbe fuorviante: questi giovani portano e cercano cultura, incontro, scambio, comunanza nella diversità. Incamminandosi su questa strada il mondo può ancora essere cambiato.
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