I 14 anni del carcere di Guantánamo

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Una protesta davanti alla Casa Bianca - Foto: Al.com

È tempo di anniversari utili per non dimenticare e forse per non riprodurre sempre gli stessi errori. Il 17 gennaio 1991 una coalizione di 35 paesi guidata dagli Stati Uniti attaccò militarmente l’Iraq con l’operazione Desert Storm. “È bene rinfrescarci la memoria su quello che accadde 25 anni fa perché seguirono a cascata eventi disastrosi per l’Iraq e il Medio Oriente, di cui tutti paghiamo lo scotto, poiché viviamo in una casa comune, il Mediterraneo” ha ben ricordato la scorsa settimana Martina Pignatti Morano, Presidente di Un ponte per…. Oltre a quella tragica esperienza che è costata milioni di morti e si è rivelata incapace di “stabilizzare” le altre sponde del Mediterraneo, forse è bene ricordare anche l’anniversario dell’inaugurazione del Carcere di Guantánamo, cinicamente e consapevolmente posto fuori dagli Usa, a Cuba, dall’amministrazione Bush l’11 gennaio del 2002, in seguito agli attentati dell’11 settembre. Come la guerra non ha pacificato il Medio Oriente, Guantánamo non ha arginato il terrorismo.

Eppure Barack Obama lo aveva intuito. Il 22 gennaio del 2009, a quarantotto ore dal suo insediamento, firmava un ordine esecutivo storico: "la chiusura del carcere di Guantánamo a Cuba". Secondo le direttive della Casa Bianca i 241 detenuti dovevano essere scarcerati o ricollocati entro il 21 gennaio 2010. Ma la grande sconfitta di Obama si consumò già il 20 maggio del 2009 quando il Senato bocciò quasi all’unanimità la proposta di stanziare 80 milioni di dollari per chiudere il carcere. Così a 6 anni da quella deadline e 779 sospetti di terrorismo dopo, Guantánamo è ancora aperto ed è uno dei luoghi di detenzione più carenti al mondo in fatto di diritti umani. Ora per Amnesty Internationalgli ostacoli posti dal Congresso alla chiusura del centro di detenzione rischiano di porre gli Usa tra i paesi che continuano stabilmente a violare gli standard internazionali condivisi in materia di giustizia e diritti umani”.

Ad oggi sei condanne e sette processi sono tutto quel che resta dello stato di diritto nella prigione allestita all'interno della base militare americana a Cuba. Molti detenuti non hanno mai subito un processo (neanche da una corte militare) e sono stati trattenuti senza formalizzare un'accusa per anni. Circa 650 persone sono state rilasciate o trasferite in strutture di altri paesi. Alcuni sono morti suicidi o a causa di malattie. Attualmente la prigione "ospita" 104 uomini, 45 di loro in attesa di rilascio. Secondo la ongGuantánamo rimane aperto perché la politica intende sfruttare la paura di attacchi terroristici da parte dell’opinione pubblica. Invece di individuare misure efficaci e legali per prevenire quegli attacchi, i membri del Congresso passano il tempo a giocare con le vite di decine di uomini che potrebbero morire dietro le sbarre senza neanche essere stati processati” ha dichiarato Naureen Shah, direttrice del programma Sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa.

Amnesty è stata molto critica anche con il piano di trasferimenti che l’amministrazione a stelle e strisce sta elaborando. Il presidente Obama fino ad oggi ha parlato solo del progetto di chiudere Guantánamo, trasferendo in carceri del territorio statunitense alcuni prigionieri per continuare a sottoporli a detenzione a tempo indeterminato. “Così facendo, cambierebbe solo il codice di avviamento postale di Guantánamo e si darebbe alle prossime amministrazioni un precedente pericoloso. Il presidente Obama deve porre fine, e non spostarle altrove, alle detenzioni a tempo indeterminato senza processo” ha sottolineato Shah. I detenuti che non possono essere trasferiti dovrebbero essere processati nei tribunali federali oppure rilasciati e dovrebbero essere aperte indagini sulle torture e sulle altre violazioni dei diritti umani commesse a Guantánamo. Per Shah “Chiudere il centro non significa semplicemente spostare i prigionieri altrove, bensì porre fine a tutte quelle pratiche e assumere le responsabilità per le violazioni dei diritti umani che vi hanno avuto luogo”. 

Recentemente, il capogabinetto del presidente Denis McDonough ha spiegato che Obama manterrà la promessa della chiusura, perché “sente questo dovere verso il suo successore” e presenterà “un nuovo piano al Congresso” in questo senso. Non ha precisato, tuttavia, se in caso di nuova opposizione del Parlamento Usa, la Casa Bianca ricorrerà ai poteri presidenziali per scavalcare l'ostacolo. Ma visto che dal 30 gennaio 2016 Obama avrà gestito Guantánamo più a lungo del suo predecessore George W. Bush, non si può che insistere e una petizione on line chiede al presidente americano di fare presto. “Invece di giustizia per gli attacchi dell’11 settembre - si legge nelle richieste dei firmatari -, Guantánamo ci ha dato detenzioni indefinite, tortura e processi ingiusti”. 

Il presidente Obama ha solo un altro anno per tradurre in realtà il suo impegno a chiudere Guantánamo. Attualmente la popolazione carceraria di Guantánamo potrebbe già essere sensibilmente ridotta liberando le decine di detenuti di cui è stata già approvato il rilascio, ma “Il Pentagono dovrebbe ricevere dal presidente chiare direttive per il loro trasferimento verso paesi considerati sicuri” ha aggiunto Shah. “Sono in gioco il suo lascito in tema di diritti umani, così come quello degli Usa. Non sarà facile, ma il presidente Obama può e deve riuscirci” ha concluso Amnesty. Con il prossimo di presidente potrebbe essere peggio o troppo tardi…

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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