Haiti, la Cavour e Difesa spa: il silenzio tombale del mondo politico

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La portaerei Cavour - Foto: Marina militare

Così è salpata. Gran ressa iera sera al Muggiano della Spezia per il varo della prima "missione operativa" della portaerei Cavour diretta ad Haiti. Silenzio tombale, invece, da parte del mondo politico sull'operazione "umanitaria" fatta con la nave da guerra ammiraglia della Marina militare. Il Partito Democratico è impegnato nella raccolta fondi per i terremotati, l'Italia dei Valori è alle prese col "processo breve" (nessuna notizia su Haiti sul sito) e anche per l'Unione di Centro il terremoto ad Haiti e l'invio della Cavour non rappresentano argomento di discussione politica.

Oltre a quella sollevata ieri da Unimondo, l'unica rimostranza nei confronti dell'invio della portaerei per soccorrere i terremotati di Haiti è quella della Tavola della Pace: "A che serve mandare una portaerei da 1300 milioni di euro ad Haiti?" - ha chiesto il coordinatore Flavio Lotti. Che ha sollevato poi una serie di domande importanti: "Con quale dirigente dell’Onu è stata presa questa decisione? Per eseguire quali ordini? Quanto ci costa inviare oltre l’atlantico una imponente macchina da guerra come la portaerei Cavour? Quanto tempo ci impiegherà ad arrivare? Per quanto tempo si fermerà ad Haiti? Quanto costerà il tutto? Con quali soldi si pagherà il conto? E ancora, da dove nasce la collaborazione con le forze armate brasiliane? Quali interessi nasconde?".

Domande cadute nel vuoto della politica italiana, ma che devono aver fatto fischiare le orecchie al ministro La Russa che al varo della "missione umanitaria" della nave da guerra si è premurato di precisare che "il costo complessivo della missione al momento non è quantificabile perchè dipenderà dalla sua durata", mentre - ha detto La Russa - "è stato invece quantificato il costo giornaliero che varia dai 100 ai 200 mila euro a secondo se la nave è ferma o in navigazione e a secondo della velocità". Il capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo La Rosa, ha aggiunto che "il 40% delle spese riguarda il carburante". Ma soprattutto il ministro La Russa ci ha tenuto a sottolineare che "le aziende saranno in grado di coprire il 90% dei costi dell'operazione". "Si tratta - ha specificato La Russa di società come Finmeccanica, Fincantieri, Eni, molte delle quali che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave".

Non possiamo lamentarci col ministro per mancanza di chiarezza. Anzi come ancor meglio ha specificato La Russa nelle interviste riprese dalle agenzie locali spezzine (si veda video 1 e video 2) "la missione ad Haiti si può svolgere grazie alle aziende che hanno contribuito, alleviando anzi quasi annullando la necessità di risorse aggiuntive". Secondo il ministro la portaerei Cavour sarebbe "una nave anche per fare la guerra" (e per che altro vien fabbricata una portaerei?), ma "grazie a Dio è impiegata per far la pace, in una missione di aiuto".

A parte quelle menzionate non è possibile rintracciare negli organi di stampa quali siano le altre ditte che hanno accettato di coprire i costi delle missione umanitaria ad Haiti: il sito del Ministero della Difesa - a parte la galleria fotografica - non riporta alcun comunicato stampa; quello della Marina militare riporta solo il discorso del capo di Stato Maggiore della Marina al varo della missione e nemmeno il giornale di Confindustria, il Sole 24 Ore, sa dirci quale siano tutte queste aziende.

Aziende che - considerata l'importanza della missione - avrebbero tutto l'interesse a pubblicizzare il loro decisivo contributo sui propri siti: e invece niente, non una parola nè sul sito di Finmeccanica, nè su quello di Fincantieri e nemmeno su quello dell'Eni. Un fatto ancor più strano se si pensa che Finmeccanica ha dallo scorso anno attivato la sezione "solidarietà" dove ci informa che "la solidarietà non ha confini. Non geografici, né politici, né religiosi. Non può permettersi approcci settoriali o limitazioni di campo": e quindi, immagino, nessun confine tra il fare cannoni (come Oto Melara, una sua controllata) e l'attività di "charity" (mai parola fu scelta meglio!). Ma le sponsorizzazioni della missione umanitaria le vedremo presto, statene certi.

I due colossi della produzione militare italiana (Finmeccanica e Fincantieri) - e quello dell'energia (l'Eni) non debbono comunque spiegare niente a nessuno. Sanno già che per loro ci sarà - prima o poi - una poltrona nel Consiglio di amministrazione di "Difesa Servizi s.p.a.", la holding prevista dall'ultima finanziaria con le quote interamente in mano al ministero della Difesa. E quella al varo ieri nell'indifferenza generale del mondo politico italiano era l'anteprima nazionale della nuova holding i cui compiti - spiega Gianluca Di Feo su L'Espresso - spaziano dal gestire i beni demaniali del ministero della Difesa, costruire centrali nucleari, inceneritori, creare eventuali siti di stoccaggio di scorie nucleari e quant’altro. Inoltre - sottolinea Di Feo - "la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'". E quella dell'invio della portaerei Cavour ai terremotati di Haiti è - come ha spiegato il ministro La Russa - appunto la prima di queste "missioni sponsorizzate".

Ma perchè un'azienda italiana sarebbe interessata a investire soldi per sponsorizzare una missione al di là dell'Atlantico? Non bastano - per dirla con Di Feo - i "consigli per gli acquisti sulle fiancate della Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv"? No. Perchè le aziende militari italiane ormai sono globali e gli affari che contano non li fanno certo con i sempre più striminziti fondi messi a disposizione dal Governo per l'approvvigionamento del comparto militare o con la rivendita dei siti militari dismessi. I veri affari si fanno vendendo armamenti e battendo la concorrenza internazionale che è soprattutto quella delle altre aziende europee e americane del settore. E quale miglior occasione per pubblicizzare il "Made in Italy" militare se non l'invio di una portaerei nuova di zecca in un'area di crisi?

Sono cinico? Lascio a voi giudicare, il risultato lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto, per parte mia ricordo che Alberto Sordi diresse di persona e interpretò quel magnifico film titolato "Finchè c'è guerra c'è speranza". Oggi le guerre non vanno di moda e chi le promuove finisce col trovarsi impantanato fino al collo in "missioni impossibili" (vedi gli Usa in Iraq e Afghanistan). E non danno certo tutta la visibilità - nazionale e internazionale - delle "missioni di pace" che son sempre meno indigeste all'opinione pubblica soprattutto se sono ben gestite mediaticamente. Molto meglio quindi dedicarsi a quest'ultime o per dirla col ministro La Russa - alle "missioni di aiuto". Insomma - parafrasando Sordi - finchè c'è crisi c'è speranza.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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