Guerra e terrorismo: quando l’interpretazione è sbagliata

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A distanza di qualche giorno o settimana dagli eventi, le notizie intorno ad attentati terroristici scompaiono. In attesa della prossima “breaking news” che fa ricominciare il circolo. Davvero una strana guerra. Lo dovrebbero capire quanti utilizzano questo termine – guerra – con una facilità estrema, evidenziando immediatamente come loro dentro una guerra vera non ci siano mai stati.

Dopo ogni attentato (a prescindere dal numero delle vittime) si sviscerano tutte le conseguenze sociali, economiche e politiche che sicuramente saranno prodotte dal terrorismo. In realtà queste conseguenze devastanti non si vedono. Prendiamo il caso di Barcellona. La città è stata indubbiamente scossa, ma è ripartita subito. Guardando poi alla questione dell’indipendenza catalana, si era detto che l’attentato avrebbe riavvicinato le posizioni tra Madrid e Barcellona. Sta avvenendo l’opposto. Le tensioni stanno crescendo. In un senso o nell’altro però, il terrorismo internazionale non ha avuto alcuna influenza su queste delicatissime vicende politiche. Scelte che davvero possono cambiare la Spagna per i prossimi decenni.

Se riflettiamo bene pure l’attentato dell’11 settembre 2001 – il più devastante e spettacolare, capace di segnare esteticamente un’epoca – non ha avuto in sé maggiori conseguenze della crisi economica e delle guerre di George W. Bush. La guerra in Iraq del 2003 non solo ha fomentato l’odio anti occidentale ma ha dato i mezzi materiali (militari e anche finanziari) per la nascita di movimenti terroristici sempre più efferati.

La logica del terrore ha dato il via libera a una deriva securitaria nei Paesi occidentali. Le questioni geopolitiche vere non sono mai state affrontate. Anzi. Un piccolo elenco: la contrapposizione Iran-Arabia Saudita e il foraggiamento di ambedue i contendenti a gruppi militari o para terroristici (Hezbollah, Isis, le varie sigle che combattono in Siria o Yemen); le frizioni al confine tra Israele e Libano sempre prossime a conflitti aperti; la repressione in Egitto che però non riesce a contenere un vulcano che prima o poi scoppierà; il caos libico dovuto all’intervento francese e inglese per rimuovere Gheddafi. Evento quest’ultimo, che sembra aver avuto influenze determinanti a migliaia di chilometri di distanza, cioè in Nord Corea. Le date sono coincidenti: Kim Jong Un va al potere nel dicembre 2011, esattamente 2 mesi dopo l’uccisione di Gheddafi. L’unica assicurazione per non fare la fine del leader libico è per Kim il programma nucleare, da lui rilanciato alla grande. Ecco i disastri dell’esportazione della democrazia!

Il problema dunque è la risposta che noi diamo al terrorismo. Non solo possiamo fallire nel combattere questo terribile fenomeno ma possiamo addirittura favorirlo seminando il panico tra la popolazione che si sente quasi in dovere di aver paura del diverso. E quindi di odiarlo in maniera sommaria. Anche tra di noi ci sono i propagandisti dell’odio. A cominciare dall’aspetto religioso o dei costumi quotidiani (abbigliamento, alimentazione, modi di comportarsi…).

Parliamo ancora del terrorismo di matrice islamica. “Allahu Akbar!”. Ecco il grido, inconfondibile. Riecheggia sempre, dopo ogni attentato. Rimbalza sui mezzi di comunicazione. Giunge fino ai nostri smartphone. Amplificato, irresistibile. A volte è un sibilo impercettibile magari udito soltanto nella nostra testa. È l’urlo di battaglia dei soldati fanatici dell’Islam alla conquista del mondo. È la certificazione della correlazione strettissima – necessaria, inevitabile – tra il terrorismo e la religione musulmana. È la smoking gun, la prova provata di una fede violenta. Cosa ci vorrebbe di più per sancire la motivazione religiosa di questo tipo di terrorismo?

Il ragionamento sembra evidente, quasi banale. Chi lo contesta viene additato come “buonista”, illuso, oppure come imbelle o addirittura come quinta colonna del nemico. “Siamo in guerra” questa è la frase ricorrente. Una guerra “di religione”. L’Europa non capisce questo perché è troppo laicizzata, dimenticando le sue radici cristiane. Anzi, non riesce più a capire che possano esserci motivazioni religiose capaci di giustificare (e di generare) i crimini più efferati.

Siamo sicuri che è proprio così? Che è una fede fanatica a impossessarsi della politica divenendo ideologia? O è vero l’opposto? Oppure dobbiamo fare un ragionamento più sottile?

Le SS portavano sul cinturone la scritta “Gott mit uns”, ma nessuno si sognerebbe di collegare direttamente Gesù Cristo al nazismo. Come non si può collegare il profeta Muhammad all’Isis. Più che questione di religione, è questione di interpretazione. I testi sacri delle varie fedi, in mano ai fanatici, possono diventare manifesti per la violenza più estrema. Oppure possono invitare alla pace e alla tolleranza. Come diceva Benedetto XVI la fede deve essere sempre “purificata” dalla ragione, anche da una ragione agnostica e persino atea.

Sicuramente l’islam fatica a trovare un’ermeneutica adeguata ai tempi, preferendo guardare al passato, all’epoca del Profeta e dei primi credenti. L’islam tradizionale poi si presenta come una via moderata e razionale, una fede semplice che non pretende troppo. Alcuni pensatori islamici del XX secolo hanno ripreso il concetto di rivoluzione (inesistente nella loro tradizione) applicandolo al contesto contemporaneo. La rivoluzione islamica di Khomeini è un novum quasi assoluto per l’islam. Come questa forma di terrorismo suicida e sanguinario.

Ancora una volta è questione di interpretazione. Anche come interpretiamo il fenomeno terroristico. Dopo Barcellona è stata praticamente ignorata dai media la mobilitazione delle comunità mussulmane. Per qualcuno la denuncia senza appello del terrorismo non basta, perché il mussulmano è sempre pericoloso. Viene propagandata allo stesso tempo un’idea distorta di religione, quasi che si invocasse per davvero uno scontro di civiltà, provocato da quanti agitano lo spettro della perenne guerra tra cristiani e mussulmani. In realtà non ci vorrebbe meno religione, ma più religione, nel senso di più cultura religiosa. La sfida è declinare la fede secondo la pluralità che caratterizza il mondo. Dentro le religioni non c’è solo violenza. Ma pure una via per la pace. Basta saperla imboccare.

Soprattutto ci vorrebbero cultura e apertura mentale. Per evitare che le nostre reazioni ci conducano per davvero alla guerra del “tutti contro tutti”.

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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