Guatemala: continua l’aggressione ai difensori dei diritti umani

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Un gruppo di Ong del Guatemala ha denunciato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) di Washington che sta aumentando l’aggressione ai difensori dei diritti umani nel paese centroamericano: sono più di 300 i casi solo nel 2010. Secondo Marcela Martino, avvocato del Centro por la Justicia y el Derecho Internacional (Cejil) “Il governo del Presidente Colon alimenta la percezione che le persone che lottano per i diritti umani siano destabilizzatori che difendono delinquenti”.

Sono oltre 62mila i guatemaltechi assassinati dalla fine della lunga guerra civile cominciata nel 1960 e terminata con gli accordi di pace del 29 dicembre 1996 con un bilancio di oltre 250mila morti. E chi si batte per difendere i diritti umani in Guatemala, paga in prima persona, come Emilia Quan Stackman, sociologa, 33 anni, sequestrata e uccisa nei giorni scorsi a Paquix, nel dipartimento di Huehuetenango: un crimine commesso in un paese in cui, secondo la Corte internazionale contro l’impunità, il 98% degli omicidi non viene investigato.

“La violenza crescente ha diverse origini. Tra queste, anche le politiche portate avanti dai diversi governi” – afferma Nery Rodenas, direttore dell’Ufficio per i diritti umani dell’arcivescovado di Guatemala (Odhag) già guidato da mons. Juan José Gerardi Conedera, assassinato il 26 aprile 1998, due giorni dopo aver diffuso il rapporto sulle atrocità della guerra ‘Guatemala nunca más’ ("Guatemala mai più"). Proprio uno studio recente dell’Odhag ha documentato che negli ultimi anni le vittime della violenza sono costantemente aumentate: durante l’amministrazione del presidente Álvaro Arzú (1996-2000) se ne sono contate 13.582; sotto Alfonso Portillo (2000-2004) 14.000 e col suo successore Oscar Berger 21.511.

“Durante il mandato di Berger sono state effettuate molte azioni repressive e commesse esecuzioni arbitrarie. Per questo tra i governi di Portillo e Berger c’è stato un forte un aumento degli omicidi che sono aumentati anche con l’attuale governo del presidente Alvaro Colom” – aggiunge Rodenas. “E’ sbagliato, tra l’altro, credere – osserva il direttore dell’Odhag – che la violenza sia un’esclusiva delle classi meno abbienti. Certamente esiste molta violenza nei settori emarginati, dove hanno origine le ‘maras’ (o ‘pandillas’, bande criminali giovanili diffuse in tutto il Centroamerica), ma di fatto è una percentuale minore rispetto al crimine organizzato da cui si origina la maggior parte della violenza. Per frenarla – dice ancora Rodenas – bisogna rendere operativo il sistema dell’amministrazione della giustizia”. Il cosiddetto ‘Accordo nazionale per il progresso della sicurezza e della giustizia’, firmato nel 2009 dai responsabili dei tre poteri dello Stato e dal procuratore generale, include ben 101 punti relativi alla riforma dell’amministrazione giudiziaria, “ma secondo un recente rapporto – evidenzia il direttore dell’Odhag – solo il 14% di questi punti sono stati applicati - ricorda .

Conflitti per la terra, omicidi di dirigenti sindacali, minacce di morte e vere e proprie esecuzioni a danno di giornalisti, cooperanti, attivisti per i diritti umani: questa è la spirale di violenza dove le elezioni presidenziali previste per il mese di agosto non lasciano tante speranze in merito ad un cambio della corrotta classe politica guatemalteca.

“Il governo si è del tutto disinteressato della questione agraria” – spiegano all'Observatorio de los Periodistas Cerigua i dirigenti del Comité de Unidad Campesina (Cuc) e del Coordinadora Nacional Indígena y Campesina (Conic), che hanno visto cadere molti loro compagni assassinati dagli squadroni della morte. Nemmeno l'occupazione del Fondo de Tierras (Fontierras) a fine novembre ha smosso di un passo il governo nazionale, limitatosi soltanto ad aprire un tavolo di confronto, arenatosi immediatamente, presso la Secretaría de Asuntos Agrarios. Nel frattempo, la politica fatta di sgomberi violenti nei confronti delle comunità indigene e contadine, unite alle operazioni di limpieza social a livello urbano (soprattutto nella capitale Città del Guatemala) è proseguita come e più di prima.

La Ley de Desarrollo Rural (Legge per lo sviluppo rurale) più volte sollecitata dalle organizzazioni contadine sotto differenti governi, non è stata approvata e difficilmente il governo sembra intenzionato a farlo negli ultimi mesi del suo mandato. Secondo i dati della Coordinación de Ong y Cooperativas (CongCoop) nel solo 2010 sono stati registrati almeno cinquemila conflitti legati alla questione agraria, mentre il Ministero dell'Agricoltura è stato tra quelli su cui il governo ha meno investito, nonostante l'economia indigena e contadina rappresenti una delle maggiori fonti di investimento per il paese. Uno dei leader di CongCoop è stato Renè Muñoz, che ho accompagnato nel 1999 in un viaggio di scambio promosso dall’ONG Capodarco diretta da Padre Franco Monterubbianesi, il cui progetto è sintetizzato nel libro di Patrizia Caiffa “Il Canto muto del Quetzal”- Emi.

La comunità di San Juan Cotzal, nel dipartimento di El Quiché, in Guatemala, ha denunciato lo scorso gennaio in merito ai progetti idroelettrici denominati Palo Viejo 1 e Palo Viejo 2 le responsabilità dell’ENEL: l’impresa è infatti incaricata della costruzione. “Le nostre comunità di San Juan Cotzal sono state danneggiate seriamente dalle politiche definite della “terra bruciata”: questi danni non sono mai stati riparati. Oggi, a 14 anni dalla firma degli accordi di pace, noi popoli indigeni siamo stati nuovamente violentati nei nostri diritti” – scrivono le comunità indigene. “Lo Stato ha agito senza consultare i popoli indigeni, come dovrebbe fare se rispettasse la Convenzione 169 dell’Organizzazione mondiale del lavoro, ratificata dallo Stato del Guatemala e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. Le imprese multinazionali si sono installate nel nostro territorio senza consultarci e senza il nostro permesso. La ditta Enel dopo due anni di presenza nel nostro territorio ha violato i nostri diritti di comunità indigene”.

Malgrado l’impunità, la mobilitazione della società civile e delle forze democratiche va avanti nella ricerca della giustizia. L’Osservatorio sull’America Latina SELVAS continua a documentare la lotta per la difesa dei diritti umani in Guatemala in collegamento con il Parlamento Europeo.

Cristiano Morsolin
(co-fondatore dell’Osservatorio SELVAS, lavora in America Latina dal 2001)

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