Greetings from Solvay Beach

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Foto: Unimondo.org

Un weekend lungo a disposizione, ultimo colpo di coda di un’estate di sole e di mare. Dove andiamo? Tra la Spagna e la Toscana, per una serie di ragioni, ha la meglio la Toscana, le sue coste ci sono ancora sconosciute e per il tempo che abbiamo a disposizione è decisamente la soluzione migliore. Ci facciamo consigliare da uno skipper che frequenta più di noi quei litorali, e la scelta tra la provincia di Pisa e quella di Livorno cade sulla prima. Ci appoggiamo a Marina di Pisa, in un B&B modesto e accogliente, che ci offre un ottimo punto di partenza per esplorare i dintorni, oltre che le spiagge della riviera tirrenica. L’ipotesi di Livorno però, rimasta in sospeso, stuzzica ancora la nostra curiosità e, dati i pochi chilometri che ci separano, decidiamo che un giorno ci spingeremo anche un po’ più a sud.

Una cosa si dovrebbe dire… ad andare in vacanza con una giornalista non si ha pace! Benché la meta del nostro vagare sia una cala dalla bellezza selvaggia, con le antiche cave a mare del Boccale e di Calafuria conosciute come “vaschette”, piscine naturali risalenti a epoca romana, non posso fare a meno di insistere per una rapida deviazione: poco lontano c’è Rosignano Marittimo, 16 mila abitanti con a meridione la spiaggia dei Caraibi italiani, come la chiamano… e allora vuoi non andare a dare un’occhiata di persona? Il primo riferimento che mi viene in mente a giustificare questo allungo non previsto è un articolo letto qualche tempo fa, che di questa spiaggia svelava i lati oscuri, anche se quando mi affaccio sulla distesa di sabbia cristallina e acqua di un azzurro superlativo, di lati cromaticamente oscuri se ne vedono ben pochi. C’è però che approdo a questo lido in compagnia di una persona altrettanto curiosa, che come me non lesina sospetti davanti a panorami di una bellezza talmente chiara da sfiorare l’irrealtà. Soprattutto se poi capita di leggere un paio di altri articoli che, proprio negli stessi giorni della nostra breve vacanza in zona, raccontano di pesci morti galleggianti al largo e arenati sulla battigia immacolata... ché anche se nessuna connessione è stata ancora validata e l’ARPAT – Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana non ha ancora reso noti i risultati delle analisi… qualche dubbio nella testa te lo insinuano.

In effetti, la maggior parte di noi vede la spiaggia prevalentemente dalla costa verso il largo, non viceversa. Vede lo sterminato orizzonte del mare a lambire quei 4 chilometri di litorale cristallino. E allora perché definirlo “paradiso tarocco”, strappando senza pietà illusioni e poesia dalle giornate di chi – e a settembre sono ancora molti – si gode su questi lidi gli ultimi raggi di tintarella della stagione? E’ un panorama mozzafiato che regala scenari tropicali… purché non vi capiti per un attimo di voltargli le spalle. O purché vi approdiate con il teletrasporto. Perché se invece arrivate, come direi è alquanto probabile, a piedi dal vialetto di accesso, pennellate di immaginario collettivo potrebbero – e lo faranno, ve lo assicuro – trasformarsi in scarabocchi di ciminiere che svettano imponenti di sbavature, di scarichi chimici riversati in mare a tonnellate.

Perché sì, quello fondato ormai cent’anni fa da Ernest Gaston Joseph Solvay è il più grande polo chimico dell’Italia centrale: quello della soda Solvay, “fattore importante nell’economia domestica”. Già, le proprietà sbiancanti in teoria a quello dovrebbero servire, ad usi domestici… non a sbiancare il litorale limitrofo! La presenza di questo colosso dell’industria belga nella zona è decisamente ingombrante, non solo per le conseguenze ambientali di cui è responsabile, ma anche perché negli anni ha dato lavoro a migliaia di persone – e si sa, in Italia e di questi tempi soprattutto, a chi offre lavoro non si risparmiano riconoscenza e inchini, indipendentemente dalle condizioni che ne tracciano i contorni. E il fatto che i turisti affollino la striscia di spiaggia dai colori caraibici per molti è un segnale inequivocabile: il posto è apprezzato, il mare non è inquinato come sembra, le suggestioni da atollo incontaminato prevalgono su qualsiasi dubbio che possa fare capolino tra un ombrellone e una sdraio. A smentire parzialmente queste favole da catalogo vacanze è però lo stesso direttore dello stabilimento Solvay, Davide Papavero, che in un’intervista a La Stampa ammette che “le spiagge bianche sono tali perché scarichiamo calcare e gesso”. Certo, ci tiene anche a sottolineare che i materiali sono inerti e atossici, quindi non pericolosi. Il via libera del bagnino a tuffarsi in mare è salvo.

Ma gli ecologisti? Che ne pensano di questa versione dei fatti? L’accusa è quella di aver inquinato la costa anche con mercurio, cromo, arsenico, cadmio e piombo, ed è una constatazione che non lascia spazio a consolazioni per il Circolo Legambiente Costa Etrusca, che ha rivelato la presenza di metalli pesanti nel sottosuolo. Eppure il mare di Rosignano Solvay (perché la potenza dell’industria modifica anche la toponomastica) fino ad ora ha superato l’esame dell’ARPAT, che definisce “eccellente” la qualità delle acque esaminate. Tant’è che il divieto di balneazione riguarda pochi metri a ridosso del canale che riversa in mare gli scarti, tutto il resto è a libero accesso. Come insegnano le basi della fotografia e del videomaking, lo zoom sul particolare decontestualizza, astrae – e inganna, aggiungiamo noi. Perché certo, nessun appunto si può fare alla qualità dell’acqua se si considera la presenza di batteri fecali (probabilmente anche quelli ripuliti dalla soda!), ma dove si segnalano le tracce di mercurio e tributilstagno? Dove si fa menzione dei residui presenti in concentrazioni simili lungo altri tratti del litorale toscano? Perché suvvia, siamo dei romantici, ma sappiamo bene che onde e correnti non portano a spasso solo bottiglie con messaggi d’amore.

Ce ne andiamo chiedendoci se i turisti, magari provenienti dai climi freddi del nord Europa o dalle grandi città dove l’inquinamento non ha i colori chiari e immacolati di questo litorale ma veste il grigio dello smog e dello sporco, abbiano forse esigenze meno pretenziose delle nostre. Me lo conferma una madre tedesca, cellulare alla mano, mentre scatta sequenze fotografiche del figlio che si tuffa e rituffa nel canale di risalita delle acque, guarda caso dove la balneazione è proibita, anche se in pochi sembrano farci caso. Qui sembra di stare in paradiso. Eh, sembra. Noi, che guardiamo con occhi scettici questa distesa surreale satura di odori, quello candeggiato del paradiso perduto e quello dell’incuria dei dintorni, preferiamo spostarci altrove, con qualche foto fintocaraibica nella macchina fotografica e in tasca la sensazione che nella vita, dalle mele lucide-rotonde-e-perfette alle immagini con filtri ad effetti speciali, fino all’ambiente stesso che ci ostiniamo a chiamare naturale grazie al nostro immaginario drogato e alle nostre coscienze critiche sedate, tutto sia ritoccabile, relativo, pericolosamente paradisiaco.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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