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Grecia, catastrofe sociale

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Leggendo le cronache di ordinaria disperazione che rimbalzano dalla Grecia viene spesso da chiedersi come la cinepresa del compianto Theo Angelopoulos avrebbe scelto di raccontarcele. Con le spire dell’austerità che continuano a serrare ogni giorno di più la penisola ellenica, la mole di drammi personali che viene lentamente a galla pare fatto su misura per offrire spunti a profusione all’intimismo engagé del grande regista di Atene.

Tre settimane fa il tentativo di suicidio per fortuna sventato di Harukleia Lambrousi, uno dei 15mila dipendenti statali immolati al secondo prestito erogato dall’Ue, ha dato alle platee straniere un amaro antipasto della catastrofe sociale che incombe alle pendici del Peloponneso. Quell’istantanea di smarrimento che in un solo giorno ha solcato i media di mezzo pianeta – Harukleia, seduta sul cornicione con il volto adulterato da uno scoramento che a momenti pare tracimare in follia – è solo il frontespizio più spettacolare di un romanzo i cui densi capitoli “gli indicatori degli economisti” non hanno forse le lenti giuste per leggere, se non in maniera sfuocata. Se non fermandosi all’algida superficie delle statistiche. Un romanzo composto da decine di migliaia di vite spezzate che l’inabissarsi del Pil nazionale, l’esplosione della disoccupazione, i salari in caduta libera possono forse spiegare, ma non raffigurare.

Di ritorno da un soggiorno natalizio a Larissa, ho condiviso una delle ultime file del volo per Bruxelles con un’attempata coppia di Salonicco. Lui giornalista, lei odontoiatra, dopo mesi di travagliati tentennamentihanno infine ceduto alle sirene dell’emigrazione, potendo avvalersi dell’aiuto di familiari e amici da tempo stabilitisi in Belgio. Sono solo l’avanguardia di un fenomeno che non tarderà a prendere quota: l’esodo delle classi medie, e in particolare dei suoi giovani (già adusi all’emigrazione); la fuga in massa di quei talenti su cui i burocrati della Troika contano per rilanciare la competitività del paese.

Per quanti hanno la fortuna e i mezzi per abbandonare la nave in fiamme, molti di più restano fatalmente imbullonati al suo destino tempestoso. Nel villaggio natale di un collega greco è toccato ad un anonimo panettiere vestire i panni di eroe locale. Quando attraversa le strade del vecchio centro, i concittadini si scappellano ossequiosi, come al cospetto di un’autorità pubblica, prodigandogli calorose strette di mano. Il piccolo commercio di Leonidas, nome di fantasia, ha accumulato negli ultimi mesi un buco di svariate migliaia di euro facendo credito a quei tanti clienti che non potevano più permettersi nemmeno un tozzo di pane!

Il rovescio della medaglia. Eccolo l’infernale rovescio della medaglia del rigore dogmatico, dottrinario, e incapace di contestualizzazione, con cui Bruxelles sta contrabbandando a caro prezzo il proprio supporto finanziario alla Grecia: è un vaccino che uccide, l’anticamera ad una macelleria sociale. È tutto scritto a chiare lettere in queste due vicende e in migliaia di altre invisibili ai radar dei rapporti stilati dalla Troika. La stampa straniera ce ne regala quotidianamente struggenti cartoline, un fronte sempre più consistente e autorevole di economisti comincia a storcere il naso. Eppure il menù di aggiustamenti proposti dalle casematte con vetri a specchio di Bruxelles non cambia di una virgola. Neppure di fronte all’emergere di cifre preoccupanti, che proiettano sulle pareti della caverna frammenti sparsi di questa tragedia annunciata.

In un paese dove il suicidio porta lo stigma della vergogna, tanto da poter vantare la percentuale più bassa d’Europa, il tasso di morti volontarie ha registrato un balzo del 40% nell’arco di appena un anno. Ma come scrive il quotidiano ekathimerini, “il dato è ritenuto inferiore a quello reale, poiché molti suicidi non vengono denunciati a causa del rifiuto della Chiesa Greca Ortodossa di accordare funerali religiosi per questo genere di decessi”. Dettagli statistici a parte, che vi sia una evidente correlazione tra il citato fenomeno e il deteriorarsi del quadro economico nazionale è stato documentato con dovizia di dati da un recente studio diThe Lancet.

Del resto, come doviziosamente pubblicizzato nei mesi scorsi dai media stranieri, il binomio crisi-austerità fa anche il paio con un’eccezionale ondata di episodi criminali: con una forte progressione nel numero di furti in particolare, e il tasso di omicidi segnalato in costante aumento. Stessa identica musica per il consumo di droga. Quello di eroina, tanto per citare un dato nemmeno tanto aggiornato aveva segnato un’impennata del 20% nel solo 2009 e secondo gli esperti starebbe galoppando verso vette percentuali di molto superiori. La prova del nove ce la offre la più atroce di tutte le statistiche: quella relativa alla diffusione dell’Hiv, addirittura decuplicatasi dall’irruzione della crisi.

Solo alcuni dei sintomi di un morbo che metastasi dopo metastasi sta avvelenando il tessuto sociale greco. Come le lunghe file che stazionano di fronte alle mense dei poveri, oppure gli immigrati (su tutti la comunità albanese) che avendo per primi subito i contraccolpi della crisi stanno abbandonando in masse il paese.
Il mal di austerità, per altro, va preso alla lettera. Un’altra illuminante analisi del Lancet rileva un allarmante peggioramento nelle condizioni di salute della popolazione. I ricoveri sono aumentati del 30% nel solo 2010, mettendo sotto pressione strutture ospedaliere che, anch’esse finite sotto lo schiacciasassi dell’austerity, appaiono sempre più inadatte a soddisfare una domanda alle stelle – mentre per converso il giro d’affari di cliniche e istituti privati avrebbe subito una contrazione del 25%.

È quasi superfluo a questo punto scomodare i metri dell’economia, gli stessi che cominciano a intravedere nella Grecia contemporanea la recessione più virulenta che un paese occidentale abbia sperimentato dal dopoguerra ad oggi (fatta eccezione per la Russia degli anni Novanta). Basterebbe infatti questa breve rassegna di dati empirici a contraddire con evidenza il teorema sul quale è stato puntellato il programma di risanamento pattuito con Commissione, Bce e Fmi.

La durissima consolidazione imposta su Atene, sebbene necessaria, si sta rivelando un micidiale boomerang. Come l’abbattimento dei salari, l’inasprimento dell’aliquote fiscale di fianco all’introduzione di nuovi e fantasiosi balzelli, i tagli selvaggi al welfare, deprimono la domanda uccidendo le (poche) speranze di risollevare un’economia allo sfascio. Allo stesso tempo, una miriade di effetti collaterali come quelli sovradescritti comportano nuove spese per servizi pubblici, come quello sanitario, già in grande affanno.

Il cane continua a mordersi la coda. Rabbia e scontento, in una nazione già avvezza alle proteste di piazza, vanno in scena da due anni ormai con frequenza quasi quotidiana, avendo definitivamente cancellato la linea che separa manifestazioni pacifiche da dimostrazioni violente. Come raccontato da Renzo Rubele su queste stesse pagine, l’austerità sta in effetti scompaginando l’assetto bipolare su cui si è retto il quadro politico greco dell’era post-colonnelli alimentando una cospicua migrazione dell’elettorato verso formazioni minori agli estremi dello spettro. Una prospettiva che qualora dovesse tenere o peggio aggravarsi al giro di boa delle elezioni di Aprile genererebbe un contesto di instabilità tale da vanificare ogni sforzo sin qui fatto per tenere la Grecia ancorata all’Euro, sia esso giusto o sbagliato.

Il caso lettone. Gli zeloti del rigore hanno buon gioco ad additare il caso Lettone. Vero: anche la piccola repubblica baltica dopo essere stata spinta dalla crisi nel precipizio della recessione, ha adottato uno dei piani di austerity più brutali degli ultimi cinquant’anni, lasciando per strada oltre il 25% del suo prodotto interno lordo. Oggi quei sacrifici stanno pagando e la sua economia ha ripreso a crescere. Ma quali sono i costi di un’operazione di risanamento che in un paio d’anni ha cestinato circa il 16% della spesa nazionale?

La disoccupazione è stabilmente oltre il 15%, in tre anni circa il 10% della popolazione è emigrata. Alcolismo e suicidi hanno sbriciolato ogni record. Questo sarebbe l’esempio con cui placare i timori greci? Quello di una comunità devastata, vessata, costretta all’esilio per qualche punto di Pil in più? Negare la gravità della congiuntura greca, e con esso le colpe di una sistema politico dinastico e nepotista che per trent’anni ha svenduto il futuro del paese in cambio di poltrone e potere è un ozioso esercizio per populisti. Non si tratta di nascondersi dietro ad un dito, tanto meno di gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma di evitare che la cura uccida il malato. La parola agli economisti dunque. Prima di lasciare segni permanenti sul Dna di un popolo allo stremo, è necessario correggere il tiro di un rigore che sta colpendo gli obiettivi sbagliati e i cui effetti potrebbero essere accusati ben al di là delle polverose strade di Atene.

Se non sarà così, forse in Grecia ci ritroveremo presto a fare i conti con la massima con cui Paul Krugman ha titolato un suo recente post : “they made a desert and call it adjustement” (“hanno fatto terra bruciata e la chiamano consolidazione”).

Francesco Molica da Acli.it

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