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“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”

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La cappella del Saint Martin. Foto: Saint Martin

Cari Amici, Pace!

Sono felice di raggiungervi a Natale con queste righe che vi dono come si fa tra amici: gratuitamente. In realtà, so poco della gratuità ma la incontro tutti i giorni nelle donne d’Africa, mamme instancabili che attingono la loro forza da sorgenti a me inaccessibili.

Per grazia, le mie notti oscure e senza gratuità sono abitate da angeli che mi ricordano la bellezza della luce. Janet è stato il mio angelo un giorno: dovevo rivedere il libro sul vangelo che scriviamo ogni anno comunitariamente ed ero molto in ritardo. Ero quindi fuggito dalla confusione del mio ufficio per poter lavorare in pace a casa mia, nella comunità di Effatha. Per non perdermi in lunghi saluti, sono sgattaiolato nella mia stanza passando dal retro, ma guarda caso, mi sono trovato davanti Kababa che ha voluto accompagnarmi in stanza e aggiornarmi sulle ultime novità con le uniche tre parole che sa mettere in fila. Cercavo di convincerlo di ritornare al suo lavoro, ma non c’era verso. Decisi allora di accompagnarlo al laboratorio dove ho dovuto salutare tutti e, si sa, le persone con disabilità mentali non hanno fretta e hanno sempre qualcosa da raccontare. Insomma, una buona mezz’ora se n’era già andata.

Finalmente potevo tornare al mio lavoro, ma non molto tempo dopo, ecco ricomparire Kababa con Michael che era arrivato in ritardo. Michael fa fatica a parlare, ma aveva tante cose da raccontarmi. Lo assecondai fingendomi paziente ed interessato.

Infine li riaccompagnai al laboratorio e dissi a Janet, la responsabile, che avevo già perso troppo tempo e che evitasse in tutti i modi che io fossi disturbato nuovamente.

Quella sera, dopo cena, Janet mi chiese se avevo finito il libro e se scrivevo anche di loro. Risposi che avevo finito e la assicurai che alcune pagine parlavano della nostra comunità. Fu allora che Janet divenne il mio angelo e mi disse: “Caro Gabriele, la prossima volta scrivi qualche pagina in meno su di noi e rimani qualche ora in più con noi”.

Una bella botta, non c’è che dire.

E certamente ne avevo bisogno. Mi rendo conto di non essere stato educato alla gratuità delle relazioni, ma piuttosto ad una generosità efficiente e a rispondere ai bisogni dei poveri facendo delle cose per loro.

So bene che la generosità e l’efficienza sono necessari, tuttavia sono solo il primo passo di un cammino che conduce ad un amore fatto di presenza. Oso dire di più: di comunione.

Ai piedi della croce Maria non è affatto generosa.

È la “stabat mater” che non può far più nulla per suo figlio se non rimanere al suo fianco. Vive una comunione profonda con Gesù; ha fiducia in lui quando nessuno gli crede più; sa amarlo quando tutti lo rifiutano; attende di accoglierlo tra le sue braccia ai piedi della croce come lo accolse tra le sue braccia a Betlemme. Nella debolezza del suo Gesù lei è presente.

In questi giorni, abbiamo accolto nel centro del St. Rose due sorelline, Mary di nove anni e Lucy di tre. La loro mamma era una donna povera di mente e di cuore che non ha saputo prendersi cura delle sue bambine. Ultimamente era stata incriminata per furto e nonostante fosse incinta, i suoi carcerieri hanno abusato di lei e poi l’hanno ammazzata di botte. L’unico rifugio per queste sorelline sarebbe stata la nonna che però le ha rifiutate, considerandole l’origine di tutti i problemi di sua figlia. Quindi il giudice le ha affidate a noi.

Sono state accolte con grande gioia dalle altre bambine del St. Rose e dopo pochi giorni Mary e Lucy hanno ritrovato il sorriso. Queste due sorelle hanno certamente bisogno di un piatto caldo, una casa accogliente e un vestito decente, tutte cose che non hanno mai avuto, tuttavia quello che davvero manca alla loro vita non è qualcosa ma qualcuno. Qualcuno che le accolga con gioia e le sappia ascoltare. Che capisca l’angoscia del loro pianto e con pazienza restituisca loro fiducia. Che voglia vivere con loro e offrire quell’amore che non hanno mai conosciuto.

Abbiamo cercato e trovato una famiglia che è disposta ad accoglierle nella loro casa.

Un’altra Betlemme dove Gesù può essere amato.

Un’altra mamma che ha detto si.

Un altro papà disposto a sacrificarsi per amore di figli non suoi.

Una Betlemme vicina alla mia vita, dove la stella può finalmente fermarsi e dove posso vedere e toccare il Natale: perché io ho bisogno di vedere l’amore e di toccare Dio, come i pastori che si sono spupazzati il bambino Gesù rubandoselo dalle braccia gli uni dagli altri. Così anch'io, la notte di Natale, me ne starò in silenzio a contemplare il mistero della debolezza di Gesù, di Mary e di Lucy e il mistero d’amore di chi li ha accolti.

Come i pastori che raccontarono del bambino e della sua mamma ad altri pastori, proverò anch’io a raccontare di due bambine e della loro mamma ai ragazzi di strada nella notte di Natale e ai miei amici del carcere il mattino seguente. Poi rimarrò in silenzio a sognare la gratuità di questo Dio bambino, che è così povero da avere bisogno dell’amore dei miei amici di strada e del carcere e desidera vivere in comunione con loro.

Un Dio bambino e semplice come Kababa, che è il mio angelo di questo Natale. Ho bisogno di lui e delle uniche tre parole che sa mettere in fila: “Fai qualche cosa in meno per me e rimani un po’ di più con me.”

Buon Natale!

don Gabriele Pipinato
Comunità Saint Martin (Kenya)

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