God save the Green. Dagli spazi verdi alle reti di solidarietà

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Un giardino che non ti aspetti – Foto: God save the green

Eh sì, Dio salvi il verde. E se per caso non lo facesse un dio, lo faranno loro. Chi? Loro! Tutti quei green warriors – e non solo! – le cui voci sono registrate nel film scritto e diretto da Michele Mellara e Alessandro Rossi. Un mosaico di storie che racconta i mutamenti antropologici che ci vedono protagonisti, nostro malgrado, di un momento storico in cui le persone vivono nelle periferie delle città più che nelle campagne e tendono a riconoscersi prima come cittadini che come contadini. Eppure, in queste grandi metropoli di vetro acciaio e cristallo, si aprono delle crepe da cui riemerge con prepotenza un bisogno primario: quello di scardinare ritmi e schemi della vita urbana e di ritrovarsi con le mani nella terra, toccarla, amarla.

Prodotto e distribuito dalla Cineteca di Bologna, una delle più grandi cineteche europee, il film è già stato proiettato in Italia in più di 50 occasioni, e una parte del documentario è stata scelta per essere ampliata e per entrare a far parte di un progetto che ha coinvolto TV di tutto il mondo. Why poverty?, questo il titolo del video-progetto, ad oggi è stato visto da milioni di spettatori e Alessandro e Michele erano lì, a rappresentare con (meritato) onore il nostro Paese. Sì, perché questi ragazzi hanno stoffa da vendere. Alessandro ad esempio, laureatosi al DAMS di Bologna, è autore, tra gli altri, di Fortezza Bastiani (film cult per chi ha frequentato l’Università a Bologna) ed è stato per anni vicepresidente dell’associazione dei documentaristi italiani, una realtà che ormai conosce davvero bene. Assieme a Michele ha realizzato nel 2012 questo docu-film, venduto assieme a un libro che vanta contributi autorevoli, come ad esempio quello di Andrea Segrè (Last Minute Market, per capirci) o quello di Alessandro Zamboni, ex chitarrista dei CCCP e ora “contadino e pastore”, come lui stesso si definisce, che ha scritto le musiche del film.

Un film che emoziona, che alterna interviste a campi lunghi su skyline asciutte e spazi coltivati, panoramiche sugli slum delle grandi metropoli a immersioni dentro gli orti sui tetti, senza rinunciare a indugiare con sguardo commosso su dettagli di natura viva e pulsante, che l’unica parola che mi viene in mente per descrivere è sensuale. La telecamera si sofferma su insetti in movimento, pesci che respirano, fiori e patate e peperoni, ogni creatura compendio e premessa di immaginari futuri che la natura spontaneamente fa schiudere. E l’uomo cosa può fare se non accontentarsi di esserne silenzioso e affascinato testimone? E allora vediamo un po’ più da vicino gli scorci che si susseguono in poco più di un’ora di documentario.

A partire da L’ultimo giardino, episodio ambientato a Casablanca in Marocco, che ritrae appunto l’ultimo giardino del più grande slum della città, sopravvissuto all’avanzamento disordinato del cemento e della lamiera, in cui la famiglia di Abdellah coltiva in modo tradizionale quei prodotti che “tutti quelli che amiamo hanno il diritto di assaggiare, ne diamo un po’ a tutti e quel che resta lo teniamo per noi”. Sono eroi senza risonanza queste persone, che si guardano attorno sconsolati perché lì dove c’era acqua chiara e limpida che si poteva bere e usare per lavare i vestiti ora c’è l’immondizia che tutta la città vi ha riversato. Riecheggia una domanda… “Pourquoi tout ça?”, perché tutto questo?

Una domanda che arriva fino alle donne di Teresina, capitale del Piauì, stato del Nord Est del Brasile. Donne Sem Terra, che si sono organizzate per lavorare in orti idroponici realizzati con materiali di recupero, che sono diventati strumento di riscatto sociale e nutrimento per la famiglia. Donne forti, che vendono mazzi di insalata casa per casa come se fossero mazzi di fiori, perché “…a terra è muita mas è concentrada nas mãos de poucos”. E allora ecco la loro rivincita: quella di non dare più ai loro figli solo “feijão e arroz, arroz e feijão”, ma poter servire in tavola anche verdure colorate e ricche di vitamine, migliorando non solo la dieta dei propri cari ma anche le relazioni familiari e sociali, e realizzandosi attraverso un lavoro che le gratifica e le appassiona.

Come appassiona quella ventina di persone che negli Orti comunitari di Berlino, a Kreuzberg, coltiva circa 5000 mq di terra dove un tempo c’era un aeroporto: orti fatti crescere e fiorire dalle discariche, i cui confini erano segnati un tempo dal Grande Muro. Orti raccontati dalla voce di un cittadino di origine turca: “Was machst du?”, “Che fai?”, gli chiedevano i soldati. “Faccio un orto, e se non ci credete venite a controllare tra un mese” – e dopo un mese ritrovarseli di nuovo davanti i militari, e stupirli regalando anche a loro girasoli come nelle canzoni o nelle poesie. Sì, perché è facile alzare gli occhi verso il cielo, guardare le nuvole, essere accecati dalla bellezza dell’orizzonte e delle montagne… Ma quante volte, si chiede la voce narrante, quante volte guardiamo quello che calpestiamo? Quel terreno così terribile e così ricco che abbiamo sotto i nostri piedi, quel terreno al quale dovremmo dare molto più di quanto prendiamo, quel terreno dove quotidianamente, palmo a palmo, è in corso una lotta della vita per radicarsi nella terra?

La stessa lotta che combattono giorno dopo giorno gli abitanti di Mathare, periferia di Nairobi, dove negli slum della città i “jobless” si sono dati da fare e hanno iniziato a coltivare, traendo sì un guadagno dal raccolto, ma anche una ricchezza più profonda, che unita a quella creatività poliedrica tipica di chi si ingegna ogni giorno per vivere ha permesso di coltivare l’insalata anziché nel terreno in Un sacco di terra, permettendo di quadruplicarne la quantità e di cucinare finalmente qualche verdura per i bambini di una scuola del quartiere.

Lo sguardo attento dei registi torna poi in Europa, sorvolando le nostre città e i suoi Giardini pensili: come quelli di Torino per esempio, dove un giardiniere innamorato ci mostra un tetto che sembra una foresta, ricreato su un palazzo di 10 piani in appena 40 cm di terra, per dominare la città e far inorridire chi di orti ne fa solo teoria… E’ la sua nipotina che ci dà un’idea della varietà di specie presenti: “le foglie sono diverse, vedi? La menta è seghettata, il rosmarino è quasi come il pino, ma hanno profumi diversi, e questa (un fiore di Bougainvillea, ndr) fa pensare a una navicella… e i pomodori… mmm, la foglia di pomodoro è fatta a casaccio!”

Il documentario si chiude con la storia di due giovani berlinesi che si cimentano in generose azioni di Guerrilla: lei porta la vita dentro e trapianta la vita fuori, passeggiando con il suo pancione e spingendo un passeggino colmo di attrezzi per il giardinaggio, piantando e annaffiando piante nelle aiuole della città o negli angoli degradati, perché “dobbiamo essere premurosi nei confronti del prossimo e perché abbiamo tutti la responsabilità di rendere le nostre città più belle”.

Insomma, se quello che cerchiamo non è un posto dove produrre, ma un luogo dove vivere questo docu-film è da vedere. Decisamente da vedere.

Anna Molinari

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