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Global Peace Index: l'Italia perde otto posizioni, terzultima in Europa

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Il mondo secondo il Global Peace Index - Fonte: ©GPI

L'Italia perde in un anno otto posizioni a livello internazionale (dal 28mo al 36mo) e nell'Europa occidentale ricopre il terzultimo posto seguita solo da Cipro e Grecia: lo riporta il 'Global Peace Index' (Gpi), l'indice che misura "il valore economico-sociale della pace" redatto dall'Institute for Economics and Peace in collaborazione con la divisione analisi commerciale del settimanale finanziario The Economist. Nella classifica internazionale che comprende 144 paesi i primi tre posti sono assegnati a Nuova Zelanda, Danimarca e Norvegia, mentre gli ultimi annoverano Sudan, Israele, Somalia, Afghanistan e Iraq. Il peggioramento dell'Italia non è da sottovalutare se si considera che di norma se un Paese avanza in classifica di dieci posizioni, aumenta la qualità di vita dei suoi cittadini e cresce anche il Pil pro capite.

Tra le peggiori performance dell'Italia in rapporto ai principali Paesi europei come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna vi sono "il funzionamento del governo" (6.43 rispetto agli 8.57 della Germania), la "percezione di corruzione" (4.8 rispetto ai 7.9 della Germania), il "livello di criminalità" (3 rispetto all'1 di Francia e UK) e l'uguaglianza tra i sessi (0.65 rispetto a 0.76 della Germania).

Secondo il 'Global Peace Index', nel mondo occidentale e tra i paesi economicamente avanzati peggio dell'Italia figurano solo gli Stati Uniti che sono fortemente penalizzati da spese militari, alta popolazione carceraria e facilità di accesso alle armi: l'arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama ha comunque già portato a miglioramenti significativi considerato che rispetto al 2008 gli Stati Uniti guadagnano ben 14 posizioni salendo dal 97mo all'83mo posto.

L'assunto dello studio è che "la pace è un indicatore della prosperità economica: vi è una correlazione molto, molto forte tra pace e ricchezza" - ha spiegato a Reuters Steve Killelea, fondatore del Global Peace Index. E di conseguenza "la mancanza di pace costa all'economia mondiale oltre 4.800 miliardi di dollari all'anno". "La crisi economica - segnala il rapporto - ha reso il mondo più violento e instabile. L'impatto degli alti prezzi di cibo e carburante all'inizio del 2008 e l'aggravio della recessione alla fine dell'anno hanno eroso la pace - dice il rapporto. Il rapido aumento della disoccupazione, il congelamento degli stipendi e la caduta del valore delle case, dei risparmi e delle pensioni, sta causando risentimento popolare in molti paesi, con ripercussioni politiche che sono stati registrati nell'indice GPI attraverso varo indicatori che misurano la sicurezza nella società".

"Non si può fare business in un contesto fragile e frazionato" - ha dichiarato durante la presentazione dello studio Sir Moody Stuart, presidente di Anglo American e partner del Global Peace Index. "Le attività produttive traggono grandi vantaggi da condizioni ambientali non violente e forse è venuto il momento per le aziende di riflettere sul fatto che pratiche trasparenti ed etiche possano giocare un ruolo più ampio nell' ottenere pace e stabilità". Esiste quindi una stretta connessione tra quella che è la cultura di pace di un Paese e il suo benessere economico.

Gli esperti hanno scoperto che a un avanzamento di 10 posizioni nella tabella di 'Global Peace Index' corrisponde un aumento tangibile nella qualità della vita dei cittadini: il Pil pro capite cresce di circa 3.100 dollari e gli indici dei consumi fanno segnare incrementi in settori come cibo, vestiti, abitazioni, comunicazioni e tempo libero. Purtroppo, però, il 2008 ha visto un deterioramento di alcuni fattori usati per calcolare la classifica stilata da GPI - stabilità politica e probabilità di manifestazioni violente in testa.

Giorgio Beretta

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