Giornata contro le mine: EveryOne chiede controlli sulle aziende italiane

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La mina Valmara 69 - Foto: Wikipedia

"Armi dall’utilizzo indiscriminato che causano gravi mutilazioni, uccidono ed ostacolano la ricostruzione nelle aree devastate dai conflitti". Così il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha definito le mine antipersona nel suo messaggio per la quinta "Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sul problema delle mine e sostegno alla mine action" che si è celebrata domenica 4 aprile. Per Ban Ki-moon "mine antiuomo e ordigni bellici inesplosi continuano a esigere un terribile pedaggio". Si tratta di "armi che pregiudicano l’utilizzo delle strade in Afghanistan, Sudan, Cambogia e Repubblica Democratica del Congo, e bloccano l’accesso a scuole e ospedali in Laos, Gaza, Nepal".

Nel corso dei due ultimi decenni, l’attività delle Nazioni Unite contro le mine ha toccato più di sessanta paesi e territori. Oltre alla rimozione degli ordigni, l’Onu punta a sviluppare competenze locali, restituire dignità ai sopravvissuti e creare un ambiente sicuro per i civili, le comunità interessate e il personale di pace delle Nazioni Unite. "Si tratta di azioni che danno un contributo prezioso agli sforzi volti a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio" - ha sottolineato Ban Ki-moon.

"L’attività Onu nel settore contempla anche la promozione dell’adesione globale a tutti gli strumenti legali esistenti, tra cui la Convenzione sul divieto di mine anti-persona il Protocollo V sugli ordigni bellici inesplosi, e la Convenzione sulle bombe a frammentazione che entrerà in vigore il 1 agosto 2010. La Seconda conferenza di revisione della Convenzione antimine ha visto un impegno rinnovato in favore del trattato e degli sforzi antimine nel mondo" - ha concluso il Segretario generale dell'Onu.

E proprio sulla necessita che tutti gli Stati membri aderiscano a questi trattati internazionali ha rivolto l'attenzione la Campagna Internazionale contro le mine (International Campaign to Ban Landmines - ICBL) che nel suo appello per la giornata ha chiesto a tutti gli stati di rinunciare all'impiego di mine antipersona. Gli Stati Uniti – che hanno un arsenale di 10 milioni di mine e sebbene non le abbiano usate dal 1991 ed esportate dal 1992 si riservano tuttora il diritto di impiego – hanno annunciato lo scorso novembre che intendono rivedere la propria posizione di non adesione al Trattato di Ottawa. La Campagna internazionale ICBL ha chiesto all'ammistrazione Obama di accelerare questo processo e aderire pienamente al Trattato.

In occasione della giornata internazionale la Campagna italiana contro le mine ha organizzato sabato scorso a Roma una "Flash Mob" per richiamare l'attenzione sul problema dell'assistenza alle vittime. "Abbiamo voluto trasformare la Giornata Onu sul problema delle mine in un momento di riflessione sulle condizioni di vita e sui diritti negati delle persone che nelle diverse parti del mondo si trovano a lottare quotidianamente con ostacoli e barriere non solo architettoniche, ma culturali" – ha spiegato Giuseppe Schiavello, direttore nazionale Campagna italiana contro le mine.

Per la giornata l'associazione EveryOne ha trasmesso un appello al generale dell'Onu Ban Ki-moon evidenziando che "è fondamentale che la civiltà si liberi dall'orrore delle mine anti-uomo, ma per ottenere un risultato accettabile in questo campo è necessario vigilare sui comportamenti irresponsabili degli Stati che perseguono politiche industriali mortifere, dedicando enormi risorse al mercato bellico".

Ricordando che l'Italia è stata una dei maggiori esportatori mondiali di mine fino alla messa alla bando della loro produzione nel 1994, la presidenza del gruppo EveryOne ha sottolineato che "a dispetto degli impegni assunti, il Governo italiano ha smesso da alcuni anni di destinare fondi nelle operazioni di bonifica delle mine antiuomo e ha limitato gli aiuti destinati all'assistenza alle vittime".

Il Gruppo EveryOne denuncia inoltre che l'Italia "ha proseguito nella produzione dei componenti che servono per assemblare le mine". In un comunicato l'associazione chiede che "apposite commissioni internazionali effettuino controlli presso le aziende di componenti elettronici e di produzione armamenti - per esempio, in provincia di Brescia - per limitare un traffico di morte che non si è mai fermato". "Le schede che permettono il funzionamento delle mine – afferma EveryOne riprendendo le osservazioni di padre Marcello Storgato, missionario saveriano di Brescia animatore della campagna contro mine – vengono prodotte ufficialmente per altri usi, ma sappiamo che poi finiscono all'estero, dove rientrano nella fabbricazione dei micidiali ordigni".

Una tecnica - quella della produzione di componenti e assemblaggio in diversi paesi - già in uso per aggirare alcune proibizioni in atto prima dell'entrata in vigore della messa al bando delle mine antipersona. Va ricordato che la mina Valmara 69 o V-69 di fabbricazione della ditta bresciana Valsella non è più prodotta in Italia ma tuttora numerose copie sono prodotte in altri paesi, tra cui Singapore.

"Altrettanto fondamentale - conclude EveryOne, è il controllo degli investimenti nei settori delle mine anti-uomo e delle bombe a grappolo effettuati dai gruppi bancari e finanziari internazionali. Tramite tali gruppi, infatti, non è difficile raccogliere fondi nei Paesi aderenti al trattato di Otawa per utilizzarli poi nelle più atroci produzioni belliche".

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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