Frode elettorale in Honduras: verso la guerra civile?

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Le elezioni in Honduras del 26 novembre scorso hanno dato origine ad una situazione di forte tensione nel paese centramericano. Ci é voluto un mese per conoscere l’esito del voto, con il presidente uscente Juan Orlando Hernández dichiarato vincitore sullo sfidante, il candidato dell’opposizione Salvador Nasralla. Il Tribunal Supremo Electoral (TSE) dell’Honduras ha dato l’annuncio della vittoria di Hernández nonostante la Richiesta del Segretario Generale dell’OEA (l’Organizzazione degli Stati Americani) di sospendere la dichiarazione fino a che non fosse stato presentato il rapporto sullo svolgimento del processo elettorale emesso dallo stesso organismo.

Il sospetto di brogli elettorali é infatti forte, come ha denunciato fra gli altri Human Rights Watch, sottolineando quanto riportato da diversi osservatori internazionali che hanno sollevato grossi dubbi sulla legittimità delle elezioni. Il popolo honduregno é sceso in strada per protestare e chiedere trasparenza in merito processo elettorale, ricevendo come risposta da parte delle autorità la dichiarazione dello stato d’emergenza, il coprifuoco ed una feroce repressione del dissenso di piazza. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani e l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Honduras hanno riportato di aver ricevuto informazione della morte di almeno 11 persone durante le manifestazioni di protesta seguite allo spoglio dei voti. A questo proposito il direttore di Human Rights Watch Américas, José Miguel Vivanco, ha dichiarato che il rispetto per i diritti umani e per la democrazia esigerebbe che venisse operato un riconteggio dei voti (i candidati sarebbero in realtà divisi da sole 50 mila preferenze) e sottolineato che le autorità dell’Honduras devono garantire alla cittadinanza il diritto di protestare pacificamente.

La dichiarazione della vittoria di Hernández, arrivata solo pochi giorni fa, é stata la prevedibile scintilla che ha innescato l’esplosione della rabbia del popolo honduregno contro la frode elettorale. Rabbia che ha scatenato nuovamente la repressione violentissima da parte dello stato: alcune fonti parlano di 30 morti, 1600 feriti, vari desaparecidos. E’ stata inoltre denunciata la violenza da parte di gruppi paramilitari. La situazione nel paese é resa molto difficile anche a causa della mancanza di combustibile, scioperi nei trasporti, voli sospesi, incendi di banche ed esercizi commerciali ed almeno un centinaio di blocchi stradali.

Sia la OEA che la Commissione Europea hanno denunciato l’illegittimità del processo elettorale e Luis Almagro, Segretario dell’OEA, ha chiesto l’annullamento delle elezioni, sostenuto da più di 250 accademici del continente e altri personaggi di rilievo che vedono questa come l’unica maniera di scongiurare la possibilità di ulteriori gravi conflitti. Lo scenario é infatti di una gravità tale che la possibilità di una guerra civile non appare lontana, vista la repressione brutale delle proteste contro la frode elettorale. Gli Stati Uniti non hanno invece emesso alcuna sentenza di condanna in questo senso. Anche Salvador Nasralla, il citato candidato della Alianza de Oposición Contra la Dictadura ha sottolineato il rischio di guerra civile nel caso in cui l’attuale presedente resti in carica per altri quattro anni, ricordando che questi era stato eletto in circostanze non chiare già nel 2013. Nasralla ha inoltre sottolineato la consapevolezza da parte di Hernández del fatto che l’80% del popolo honduregno é contrario alla sua rielezione. Nasralla ha chiesto inoltre alla comunità internazionale di sospendere gli aiuti esterni al governo fino a che non venga risolto il contenzioso elettorale.

La storia recente dell’Honduras é segnata dal colpo di stato avvenuto nel 2009, quando l’allora presidente Manuel Zelaya venne destituito dai militari in seguito a un’ordinanza della Corte Suprema, in seguito alla convocazione di un referendum non vincolante per l’elezione di un’assemblea costituente che avrebbe potuto estendere il mandato presidenziale di ulteriori quattro anni (misura allora proibita dalla costituzione honduregna). Tale riforma venne poi attuata dallo stesso Juan Orlando Hernández durante il mandato appena concluso, cosí da consentire la sua ricandidatura nelle ultime elezioni.

A partire dal 2009, il paese é stato di fatto retto da un regime dittatoriale, con istituzioni collassate e l’esecutivo ad occupare il poterie legislativo (il parlamento) e giudiziario (la Corte Suprema di Giustizia). Da non dimenticare, inoltre, che il paese continua ad essere uno dei più pericolosi dell’America Latina per i difensori dei diritti umani, in particolare modo per chi difende questioni legate all’ambiente e alla terra. Quello di Berta Cáceres é il più conosciuto caso di assassinio di un’attivista ambientalista indigena in Honduras, ma non é purtroppo l’unico e si unisce a innumerevoli casi di abusi, intimidazioni e violenze.

Nel pressoché totale silenzio della maggior parte dei media, la solidarietà col popolo hondureño a livello internazionale risulta più che mai necessaria a scongiurare il rischio di una guerra civile, che appare ora più che mai concreto. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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