Finmeccanica: tutto quello che avreste voluto sapere... e che osiamo chiedere

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Immagine dal sito di Finmeccanica

Cosa vorreste sapere dal “Rapporto di Sostenibilità” di una delle prime dieci aziende al mondo che produce e commercia in armamenti? Qual è stato il suo fatturato in sistemi militari? Oppure a quali paesi sono state vendute quali e quante armi? O quanto ha ricavato da questo particolare business? Tutte domande alle quali le 136 pagine del Rapporto di Sostenibilità” di Finmeccanica (in .pdf) non risponde.

Pubblicato lo scorso luglio, proprio nel bel mezzo delle note vicende giudiziarie che hanno coinvolto i vertici dell’azienda, il rapporto viene presentato solo oggi, ma in pompa magna, all’Università Cattolica di Milano: sono previsti i saluti introduttivi del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Lorenzo Ornaghi, il saluto istituzionale del Sindaco di Milano Letizia Moratti e l’intervento di Pier Francesco Guarguaglini, Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica che risponderà anche alle domande degli studenti. Ne suggeriamo qualcuna, senza offenderci se gli studenti ce le copieranno.

Innanzitutto il rapporto. Terzo della serie, il “Rapporto di Sostenibilità 2009” intende essere una importante tappa del percorso di rendicontazione di sostenibilità intrapreso dal Gruppo Finmeccanica” – spiega l’introduzione metodologica al documento. La multinazionale nel 2009 conta nel mondo 77mila dipendenti di cui circa 43mila in Italia e sviluppa i propri ricavi soprattutto nel settore della “elettronica per la difesa e sicurezza” (6,7 miliardi di euro) e dal settore elicotteristico sia civile che militare (quasi 3,5 miliardi) ma anche dalle aziende specificamente dedicate al “settore difesa” (quasi 1,2 miliardi di euro di ricavi): un’industria in crescita considerato che i ricavi nel 2009 ammontano a quasi 18,2 miliardi di euro con un incrementi rispetto all’anno precedente del 21%. (p. 12)

Secondo uno studio (in .pdf) dell’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI, Finmeccanica figurava già nel 2008 come l’ottava azienda al mondo nel settore degli armamenti con vendite per oltre 13,2 miliardi di dollari che rappresentano il 53% di tutte le vendite dell’azienda. In una parola, più della metà del fatturato di Finmeccanica proviene dal settore degli armamenti che spazia dai già menzionati sistemi di “elettronica per la difesa e sicurezza” (con le controllate DRS Technologies, Elsag Datamat, Selex Communication, Selex Galileo, Selex Sistemi Integrati, Selex Service Managment, Seicos), alle produzioni miliari della Agusta Westland, Alenia Aeronautica, Alenia Aermacchi, Eurofigher GmbH, a quelle specificamente del “settore della difesa” (cioè degli armamenti) della Oto Melara, della MBDA e della WASS. In una parola, dai radar di puntamento e di tiro ai cannoni, dai caccia ai siluri, dagli elicotteri Mangusta ai missili aria-aria Meteor.

Un bell’arsenale che – considerato che per più della metà costituisce il core business dell’azienda – ci si aspetterebbe da un rapporto di sostenibilità di sapere a chi è stato venduto. E invece su questo dato “strategico” il rapporto del 2009 di Finmeccanica tace. Forse non voleva farci sapere che il principale affare del 2009 – dai contorni non certo trasparenti – è stato quello della Alenia Aeronautica con la britannica BAE per 72 caccia Eurofighter (EFA) all’Arabia Saudita? O che l’anno precedente il big business era stato quello della Agusta Westland per i Mangusta del valore di oltre un miliardo di euro alla Turchia accusata da Amnesty International di reiterate violazioni dei diritti umani? O che nel 2007 la maxicommessa era stata quella di un lotto di missili contraerei Spada-Aspide della MBDA al Pakistan proprio nel bel mezzo dello “stato di emergenza”?

Non sono quisquilie considerato che si tratta dei principali affari nell'export militare di Finmeccanica degli ultimi tre anni che, guarda caso, hanno visto come destinatari paesi nelle zone più “calde” del pianeta. E non potrebbe essere diversamente visto che negli ultimi anni i principali affari sono stati fatti coi paesi del Sud del mondo. Un rapporto di sostenibilità di 136 pagine qualche delucidazione su queste esportazioni potrebbe però darcela. Soprattutto alla luce della parole del presidente Guarguaglini secondo cui “Per ogni cosa che facciamo, dobbiamo chiederci: la scelta che stiamo per intraprendere va nella direzione giusta? Ci porta a essere più sostenibili? Crea valore per tutti gli stakeholder?” (p. 6).

Singolarmente, invece, proprio su queste “questioni controverse” il rapporto di Finmeccanica pare trincerarsi dietro il più classico dei paraventi, quello della “legalità”. “Il Gruppo Finmeccanica, attraverso specifiche strutture organizzative, monitora costantemente l’osservanza a tutte le norme vigenti” – afferma categorico il rapporto (p. 67). Ciò che è "legale" in un paese (pensate ad esempio al lavoro minorile) può non esserlo in un altro e la legalità non esaurisce certo il più ampio campo della "sostenibilità".

Non va dimenticato, in proposito, che è proprio il Governo italiano, attraverso il Ministero dell’Economia (MEF), il principale azionista di Finmeccanica. Un serio rapporto di sostenibilità dovrebbe allora spiegare un evidente conflitto si interessi: e cioè, per quanto riguarda le autorizzazioni all’esportazione di armamenti, come si concilia il ruolo del principale azionista (il Governo col MEF) con quello dell’arbitro e del controllore (lo stesso Governo attraverso il Ministero degli Esteri che è preposto a rilasciare le autorizzazioni all’esportazione). Senza questo chiarimento serve a poco mettere in bella evidenza nel Rapporto (p. 71) che “Finmeccanica non ha mai subíto condanne per violazione delle norme contenute nella Legge 185/90” (sull’esportazione di armamenti – ndr). E chi dovrebbe condannarla? Lo stesso Governo che ha rilasciato a Finmeccanica le autorizzazioni all’esportazione?

Ancor più singolare appare però la seguente affermazione: “Oltre al rigoroso rispetto dello spirito e della lettera della legge, Finmeccanica si vincola volontariamente a ulteriori impegni” tra cui quello di “Stabilire rapporti industriali o commerciali solo con i Paesi il cui Governo è riconosciuto dall’Unione Europea e non relazionarsi con nazioni o soggetti privati che non offrano adeguate assicurazioni di democrazia, rispetto dei diritti umani e prevenzione della corruzione” (p. 72). Una semplice domanda: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan (ma l’elenco è molto più lungo) sono per Finmeccanica “nazioni che offrono adeguate assicurazioni di democrazia”? Consiglierei vivamente ai vertici dell’azienda una ripassata ai rapporti di Human Rights Watch e di Amnesty International, oltre che a quelli della Commissione Onu sui diritti umani.

Il rapporto presenta, infine, alcune affermazioni alquanto ambigue. Una per tutte per non tediare il lettore. A p. 15 si legge che “Finmeccanica non produce e non è in alcun modo coinvolta nella fabbricazione o nella commercializzazione di armi leggere non convenzionali, né di armi controverse (per es., bombe a grappolo, mine antiuomo, bombe chimiche e/o batteriologiche nonché proiettili all’uranio impoverito). Un concetto ripreso a p. 67 dove – parlando degli investitori “socialmente responsabili” si afferma che è uno dei “temi specifici del settore Aerospazio e Difesa, come il coinvolgimento nei Paesi critici (Iran, Corea del Nord, Sudan) e/o nella ricerca, realizzazione, produzione, commercializzazione di prodotti controversi come armi batteriologiche, bombe a grappolo e mine antiuomo”.

Segue l’affermazione a dir poco ambigua. “Questi temi sono oggetto di attenta analisi da parte di fondi internazionali di origine scandinava, di fondi di investimento pubblici e privati e di società di assicurazioni del Canada e degli Stati Uniti”. Tra questi fondi internazionali di origine scandinava ve ne è uno - non menzionato dal rapporto - dei maggiori fondi di investimento mondiali: si tratta dell Norwegian Government Petroleum Fund il cui Advisory Council on Ethics già dal dicembre 2005 ha pubblicamente escluso Finmeccanica proprio per la sua produzione di “armamenti controversi”. In Italia ne demmo notizia noi di Unimondo e pochissimi altri: l’esclusione di Finmeccanica da uno dei maggiori fondi di investimento mondiali controllato da un rigoroso e autonomo comitato etico come quello norvegese è tuttora vigente. Ma anche su questo il “Rapporto di Sostenibilità” dell'azienda non solo tace, ma – come riportato sopra – lascia anzi chiaramente intendere che non vi sarebbe alcun problema con gli “investitori socialmente responsabili”.

Il presidente Guarguaglini nella sua lettera di introduzione afferma che “Le questioni legate alla sostenibilità dello sviluppo non sono un problema “di qualcun altro”: non dei Governi, non delle imprese, non “della gente” soltanto. L’impegno di ognuno degli attori in gioco è necessario; nessuno, da solo, è sufficiente. Ciascuno deve fare la propria parte”. E – spiega ancora Guarguaglini – “Come impresa, vogliamo essere “buoni cittadini” nella nostra comunità di riferimento, che oggi è il mondo”. Per esserlo davvero, stando a questo rapporto, Finmeccanica ha ancora da fare un bel po’ di strada. Nella piena trasparenza e completezza dell’informazione. Senza ambiguità nè reticenze.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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