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Festival dell'Economia: informazioni sì, ma responsabili

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Partiamo dal titolo: Informazioni, scelte e sviluppo. Informazioni, al plurale. Un richiamo alla necessità di un pluralismo di fonti, indicatore di democrazia. Internet, televisioni, radio, giornali, satelliti, telefonini, blog, social network, decoder vari, gli strumenti non mancano. Abbiamo letto, visto e ascoltato tutto, ad esempio, della guerra in Iraq e in Afghanistan, dell'influenza aviaria e di quella suina, di immigrati, clandestini e criminali. Salvo poi scoprire che: le armi di distruzione di massa non sono mai esistite e Bin Laden non si trova; stringere la mano al collega di lavoro o gustarsi un ala di pollo non ci farà rischiare la vita; i dati ufficiali parlano di una diminuzione, in Italia, dei crimini commessi e il 10% del Pil nostrano è frutto del lavoro di immigrati.

Il problema non risiede nella mancanza di notizie o nel difficile accesso alle stesse. È, semmai, una questione di qualità e veridicità. Tante informazioni non significa necessariamente buone informazioni e la mala informazione ha un costo. Viene da chiedersi se sia più ignorante chi conosce meno o chi conosce tanto ma male. Anche perché, lo abbiamo già imparato, la disinformazione può essere un business. Il consumatore male informato è più redditizio. Chi ha prodotto e venduto migliaia di vaccini anti Influenza A ancora si sfrega le mani mentre pacchi e pacchi di antidoto stanno scadendo nei magazzini.

Bilanci tenuti nascosti, mercati poco trasparenti e asimmetrie informative hanno condotto al crack economico di fine 2008. La crisi che ha arricchito pochi e inguaiato quasi tutti è, alla fine dei conti, una storia di disinformazione.

Lo stesso consenso politico si basa spesso sulla capacità di trasmettere un certo tipo di informazione e di creare un certo tipo di immagine. Il frame prodotto è più potente del dato reale, ci ha insegnato George Lakoff. Ecco perché, in Italia, immigrato è sinonimo di clandestino, che a sua volta equivale a dire criminale e la questione sicurezza è una faccenda di stranieri che minacciano italiani.

Lo ha detto anche Boeri, nell'era dell'informatizzazione detiene il potere chi è in grado di imporre immagini e percezioni.

Per questo, cercando di ridurre il gap tecnologico-informatico tra nord e sud del mondo (digital divide), internet, telefonini e laptop per tutti possono essere armi a doppio taglio. Una risorsa, sicuramente: ad esempio, il programma delle Nazioni Unite per la creazione di diecimila siti online a disposizione di ospedali e cliniche del sud del mondo favorisce l'accesso ad informazioni medico-sanitarie aggiornate in tempo reale. Ma la diffusione di saperi può essere al contempo la maschera al volto dell'imposizione di modelli di sviluppo economico funzionali ad interessi particolaristici.

Volendo porre il fiocco al titolo di questa edizione del Festival dell'Economia potremmo scrivere così: Informazioni, scelte e sviluppo. Con responsabilità. Diritti e doveri di chi produce e diffonde saperi. Ma anche di chi ne beneficia. Un recente studio ha dimostrato che solo il 2% degli italiani ha effettivamente idea dell'andamento del Pil nell'ultimo biennio e che chi utilizza radio e internet è più informato rispetto a chi si lascia educare dalla televisione. Quest'ultima, dice lo studio, influenza gran parte dei nostri comportamenti. Cattiva maestra televisione, scrisse Popper.

Ma anche scelte responsabili, individuali e collettive. Dai grandi della terra al singolo cittadino, passando per le imprese e le amministrazioni locali, i nostri comportamenti hanno grande influenza sulla qualità della vita di generazioni presenti e future. E parlando di futuro, scelte responsabili conducono ad uno sviluppo responsabile. Equo e sostenibile, per dirla in altra maniera.

Un'annotazione. Durante l'edizione 2010 del Festival si parlerà, tra le altre cose, di questioni che riguardano e coinvolgono anche il sud del mondo: società multietnica, immigrazione, cambiamento climatico, altra economia, istruzione, digital divide, indicatori di benessere. Lo ascolteremo da voci come quella dell'indiana Isher Judge Ahluwalia, che ci parlerà di misure a sostegno di un miglioramento qualitativo della scuola dell'obbligo in India; di Jigmi Y. Thinley, primo premier democraticamente eletto in Buthan, che ha lanciato la sfida al Pil, preferendo per il suo paese indici di misurazione del benessere che si basano sulla felicità percepita dai cittadini; di Ory Okolloh, attivista e blogger keniana, che analizzerà l'importanza di internet quale veicolo per una maggiore partecipazione alla vita culturale e scientifica.

Poche, queste voci del sud, rispetto al totale. Una cosa è parlare di qualcuno, un'altra, ben più interessante e costruttiva, parlare con qualcuno. Nell'augurare lunga vita al Festival dell'Economia, teniamolo presente.

 

Andrea Dalla Palma

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