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Febbre suina: stop agli allevamenti intensivi, si certifichi la provenienza delle carni

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Trasporto di suini da allevamento - Foto da blogspot.com

"Per fermare la febbre suina che si sta diffondendo rapidamente nel mondo, per scongiurare il pericolo di nuove ondate di Sars o di altre epidemie di origine animale basterebbe modificare i sistemi di allevamento intensivi, ormai riconosciuti come causa scatenante delle pandemie ma ancora praticati senza limiti in tutto il pianeta". Lo afferma una nota di Legambiente che denuncia anche la "pericolosa pratica di immissione nelle diete alimentari degli animali di sottoprodotti industriali". "L’allevamento intensivo industriale prevede la produzione di carni e derivati animali attraverso un vero e proprio sistema di detenzione in edifici di cemento di migliaia di animali e la somministrazione forzata di cibo sottoforma di mangime, più spesso chimico che naturale" - spiega Francesco Ferrante, responsabile agricoltura di Legambiente.

Legambiente evidenzia che già negli anni ’90, la Comunità europea aveva tentato di porre dei rimedi a questo stato di cose con alcune direttive importanti, mirate alla mitigazione degli impatti sanitari e ambientali di questo modello di allevamento. "Ma la direttiva nitrati del 1991, come la successiva direttiva sul benessere animale o la messa la bando della gabbie per le galline ovaiole - ha sottolineato Ferrante - non hanno mai trovato applicazione effettiva negli Stati membri e in Italia addirittura non si riesce a imporre la necessaria regolamentazione sui nitrati che continuano a inquinare terreni e falde acquifere se non i prodotti alimentari veri e propri". "E’ pertanto urgente un radicale ripensamento del settore che metta al centro la qualità e l’equilibrio con la natura, in modo da poter avere prodotti buoni e sicuri per la salute" - conclude Ferrante.

"I suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari: mettiamoli in allevamenti intensivi e otteniamo le condizioni ideali per permettere ai virus di allenarsi, evolvendosi fino ad arrivare, mutazione dopo mutazione, al salto di specie tra animale e uomo" - ribadisce Enrico Moriconi, presidente dell'Asvep, l'associazione culturale veterinaria di salute pubblica. "Purtroppo la certificazione della catena alimentare, che permette di ridurre il rischio identificando gli stabilimenti di provenienza di ogni bistecca, finora è scattata solo per le carni bovini e avicole. Cioè solo dopo il rischio pandemia".

Le associazioni dei consumatori chiedono con urgenza una norma sulla tracciabilità delle carni di maiale. "Va assolutamente evitato l’effetto psicosi, che potrebbe danneggiare l’economia delle famiglie e delle imprese del settore - dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc - ma il problema non va sottovalutato. E' comunque urgente estendere la normativa sull'etichettatura e la tracciabilità anche alle carni di suino. Per gli insaccati, deve essere indicata la provenienza di tutte le carni utilizzate, non solo la sede di lavorazione. In Italia si importano prodotti provenienti da altri Paesi europei che non rispettano le severe norme di produzione vigenti nel nostro Paese. Prodotti per cui, ad oggi, non è garantita né la tracciabilità né l'etichettatura".

Per la carne di bovino e per quella di pollo, infatti, la legge prevede l'esposizione obbligatoria al pubblico dell'etichetta con la tracciatura d'origine dell'animale, ovvero la sua carta di identità con l'indicazione di dove è nato, dove è stato allevato e dove è stato macellato. Provvedimenti resi necessari da due grosse emergenze alimentari scoppiate negli anni scorsi: il morbo della mucca pazza (1996) e l'influenza aviaria (2005).

"L’Italia non importa suini o carne di maiale dal Messico - rassicura la Coldiretti - mentre quella arrivata dagli Usa nel 2008 è inferiore alle 100 tonnellate, ma di fronte alle emergenze sanitarie che si rincorrono servono misure strutturali con un sistema di etichettatura obbligatorio che indichi la provenienza e l'origine di tutti gli alimenti, come elemento di trasparenza per produttori e consumatori e a garanzia della sicurezza alimentare". Secondo una recente indagine Coldiretti-Swg la quasi totalità dei cittadini (98 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato in etichetta il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti, per colmare una lacuna ancora presente nella legislazione comunitaria e nazionale.

Intanto il totale dei casi umani di influenza da suini ufficialmente notificati all'Organizzazione Mondiale della Sanità (Who-Oms) è salito ad un centinaio di casi in sette Paesi. Secondo i criteri usati dall'Oms, il Paese con il più alto numero sono gli Stati Uniti con 64 casi segnalati, seguiti dai 26 del Messico, 6 dal Canada, 3 in Nuova Zelanda, e due ciascuno in Spagna, Regno Unito e Israele. L'Oms prende in considerazione per le statistiche solo i casi ufficialmente notificati e confermati da analisi di laboratorio fatte in loco. L'Organizzazione, che ha aperto una sezione specifica del proprio sito sull'ìnfluenza suina, non ritiene di chiedere ai diversi paesi la chiusura delle frontiere e restrizioni sui viaggi internazionali, anche se considera prudente per persone già malate rinviare il viaggio in questi paesi. Per fornire un'informazione più dettagliata l'Oms farà oggi il punto sull'evoluzione della crisi dell'influenza suina nel mondo con degli esperti dei Paesi colpiti dal virus. [GB]

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