Fare gli europei

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Un’Europa da vivere – Foto: sienafree.it

Checché se ne dica, la tempesta non è passata. Nonostante le riforme strutturali realizzate (o promesse) da numerosi governi, nonostante le operazioni d’acquisto titoli messe in campo dalla BCE a guida Draghi, la pressione dei mercati finanziari continua a rappresentare una spada di Damocle che grava sulle prospettive di molti bilanci nazionali. Come uscirne? Voci autorevoli invocano il passaggio dagli attuali interventi emergenziali a compiute linee programmatiche: ad un’idea di futuro. Ad ogni modo, non emerge la fisionomia di un “progetto” che sia comune e che non si risolva nel rinvio di un inevitabile tramonto del sistema Europa e del suo modello sociale.

Abbondano, al contrario, gli scettici. Fra di essi, in primo luogo, i gruppi liberal-conservatori dei paesi centrosettentrionali, stanchi del sostegno che i rispettivi stati devono prestare nei confronti di realtà percepite (spesso non a torto) come parassitarie e clientelari. Altrettanto dubbiosi, nei paesi meno competitivi dell’area sud, i fautori di un ritorno alle monete nazionali: considerate più funzionali alla crescita di economie con esigenze diversificate. Gli uni e gli altri dimenticano come il mercato comune e i fondi strutturali siano stati occasione di sviluppo indispensabile (soprattutto per i primi), e come l’adozione dell’euro sia stata garanzia di stabilità e miglior gestione valutaria (soprattutto per i secondi).

Come se non bastasse: sembra mancare la consapevolezza che l’abbattimento delle frontiere e la successiva introduzione dell’euro nella maggioranza dei pasi Ue rispondano a finalità che vanno ben oltre il vantaggio economico nel medio termine. In entrambi i casi si trattava, per i promotori più avveduti, di assicurare un avvenire, sulla scena mondiale, a popoli europei sempre più marginalizzati dall’ascesa di competitori internazionali difficili da fronteggiare singolarmente. Insomma: l’obiettivo era ed è l’unificazione politica, da attuare attraverso un percorso di integrazione a piccoli passi, secondo la dottrina Schuman. Un’unificazione politica senza la quale le sinergie economiche non possono funzionare.

Perché, dunque, l’Europa politica non è al centro del dibattito pubblico? Per lo stesso motivo per cui una parte cospicua dell’elettorato tedesco si dice contraria alla solidarietà nei confronti dei paesi meno virtuosi; per lo stesso motivo per cui, in Italia, partiti come la Lega nord e forze come il Movimento 5 Stelle hanno gioco facile nel soffiare sul fuoco dell’euroscetticismo: manca, nella maggioranza della popolazione, la coscienza di un’identità europea. Può non piacere, eppure sfido chiunque a negare che in Europa pochi si sentano europei. Pochissimi, poi, si sentono europei prima che italiani, tedeschi, francesi o spagnoli.

Ebbene: non è possibile fondare la casa comune su queste basi. È questo il peccato originale delle classi dirigenti del vecchio continente: l’aver creduto di poter procedere alla progressiva fusione politica impiegando quasi esclusivamente gli strumenti dell’economia, tuttalpiù del diritto. Invece, un processo federativo richiede prima d’ogni altra cosa l’acquisizione di un senso di appartenenza, il riconoscimento di una comune genealogia storica: l’imprescindibile abbattimento delle residue barriere culturali.

Come attuarlo? Le misure possono essere molte. Prima di tutto è fondamentale assicurare alle giovani generazioni una conoscenza perfetta dell’inglese che, piaccia o meno, è la lingua veicolare della contemporaneità. Non vi può essere una coesa comunità politica al di fuori di una comunità linguistica: perciò l’obiettivo non può essere fallito. Gli attuali programmi d’insegnamento risultano, appare evidente, insufficienti. Serve, perciò, un approccio più radicale che porti ad affrontare tutte le materie, fin dal primo ciclo di studi, sia nella lingua nazionale che in inglese, realizzando un compiuto bilinguismo.

Ciò non è sufficiente. È egualmente necessario armonizzare i programmi scolastici affinché l’approccio educativo, pur nel pluralismo, sia il medesimo in ogni angolo d’Europa. Allo stesso modo, sarebbe utile potenziare la circolazione degli studenti del territorio dell’Unione rendendo obbligatori, almeno a livello universitario, i soggiorni presso atenei di altri paesi. Atenei che dovrebbero dotarsi, naturalmente, di strutture atte all’accoglienza di quei giovani che non potrebbero accedere ad autonome soluzioni di vitto e alloggio. Inoltre, sarebbe sollecitabile l’introduzione, presso le scuole dell’obbligo, di un corso di educazione civica europea che rappresenti ai ragazzi le ragioni e la bellezza del nuovo contesto unitario.

Serve, in definitiva, un netto cambio di prospettiva. La salvaguardia dell’integrità economica europea richiede senza dubbio l’allestimento di fondi salva stati o, ancor meglio, l’emissione degli auspicati eurobond, ma il vero rilancio del progetto europeo reclama disegni più ambiziosi. Esige un coordinamento politico le cui basi poggiano sulla (preventiva) promozione di un mercato comune delle idee, sul rafforzamento di una libera circolazione delle esperienze culturali, sulla creazione di un effettivo senso di cittadinanza. Volendo parafrasare una celebre frase di D’Azeglio, si potrebbe dire: “Prima di fare l’Europa, bisogna fare gli europei”.

Omar Bellicini

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