Far lavorare i richiedenti asilo? Impossibile con questa burocrazia

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Foto: Vita.it

In provincia di Treviso ci sono 2.700 migranti accolti nei centri di accoglienza straordinaria, 1.300 dei quali concentrati in due sole strutture. Eppure solo per qualche decina di essi è stato finora possibile svolgere lavori di pubblica utilità. E questo nonostante la prefettura – ormai due anni fa – avesse incoraggiato associazioni ed enti locali a sviluppare progetti in tal senso. Il problema? La burocrazia che ha reso impossibile la loro attuazione.

Le cifre e la denuncia di ciò che non ha funzionato vengono da Alberto Franceschini, presidente del Centri di servizio per il volontariato di Treviso. «Era stata la nuova prefetta», ricorda Franceschini, «a proporre un protocollo per utilizzare i richiedenti asilo in attività lavorative a vantaggio della collettività. Ci fu un incontro con varie organizzazioni di volontariato e comuni. Era prevista perfino una copertura assicurativa Inail gratuita... Ma è andata male. Si è riusciti a portare avanti i progetti solo in alcune eccezioni, come i comuni di Maserada, dove i migranti lavorano sulla manutenzione del verde pubblico, a Casale sul Sile, dove hanno collaborato alla ristrutturazione di una scuola, e l’esperienza di un paio di realtà associative».

Ma cosa ha impedito che, in una provincia con una densità così alta di migranti, nonostante l’avallo della prefettura e la disponibilità del volontariato, non funzionasse quella semplice operazione di buon senso che è al centro dei dibattiti sull’accoglienza in tutta Italia? «Anzitutto – spiega Franceschini – nella nostra provincia solo 32 sindaci su 90 hanno accettato di accogliere dei migranti, e in altri 20 Comuni sono presenti grazie alla gestione delle cooperative, ma senza collaborazioe delle Amministrazioni. Ma anche nei Comuni disponibili ad attivare i progetti per lavori di pubblica utilità elaborati dalle associazioni ci sono state continue resistenze: difficoltà burocratiche, affermate o reali carenze di personale ecc. Non solo: c’era anche l’obbligo che la prefettura rivedesse i progetti delle associazioni, e da essa venivano inevitabilmente nuovi ostacoli, richieste di modifiche inattuabili, lentezze».

Di fronte a questo meccanismo farraginoso, aggiunge Franceschini, «il volontariato ha dovuto prendere atto della situazione. Tanto più in quei Comuni dove “non si fa accoglienza per scelta di partito”, elemento che “comporta ulteriori difficoltà per il volontariato, che non vuol mettersi in contrasto con amministrazioni su cui collabora su altri terreni». Nemmeno una successiva modifica del protocollo, per includere anche le cooperative che gestiscono direttamente i centri di accoglienza, ha cambiato le cose. Come mai? «Evidentemente – dice Franceschini – La maggior parte di esse non è interessata a questi aspetti, e non è incentivata a mettere in atto attività socializzanti, o di pubblica utilità per le comunità ospitanti».

Per uscire da questa situazione, conclude sconsolato il presidente del CSV, si dovrebbe anzitutto “prendere atto che il problema non si risolve negandone l’esistenza e neppure rinunciando a salvare le persone in mare, ma rendendo più semplice l’accoglienza a partire dal potenziamento degli apparati pubblici che devono occuparsene”.

Clara Capponi da Vita.it

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