Famiglia e tecnologie: un rapporto che funziona, se unito all’educazione

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Foto: Pixabay.com

“In che modo Internet, smartphone, tablet e tutti i device di uso quotidiano cambiano la vita delle famiglie e le relazioni tra i loro componenti? Quanto incide il divario tecnologico tra le generazioni? Come amarsi ed educare i figli nella nuova era digitale?” Attorno a queste domande cruciali ruota il Rapporto Cisf 2017, l’indagine empirica curata dal Centro internazionale studi sulla famiglia che indaga come le Information & Communication Technologies stiano modificando le relazioni private e pubbliche tra le persone. Presentato a Roma il 25 gennaio, è frutto di interviste a 4mila soggetti, da cui fuoriesce la fotografia di una famiglia in divenire, in cui l'assimilazione della tecnologia è stata più lenta che in altri Paesi, ma non per questo meno potente nell'inesorabile cambiamento delle abitudini: dai profili sui social network che forgiano nuove identità, al tempo trascorso davanti allo schermo, dalle fake news “più reali del reale”, alle relazioni esclusivamente virtuali, diventati “i tanti piccoli focolari silenziosi in cui si trasforma il salotto di casa”.

Non bisogna dimenticare, infatti, che in Italia il 68% delle famiglie ha un collegamento attivo. Non tutti, però, utilizzano smartphone, app e social media alla stessa maniera: ci sono “famiglie marginali e/o escluse”, cioè anziani soli o in coppia che usano poco o nulla le nuove tecnologie (sono il 28,6%), le “famiglie mature moderatamente in rete” (13,4%), composte da adulti di età matura, con figli grandi, presenti nel web in maniera moderata, e le “famiglie più giovani decisamente in rete” (23,8%). Gli appartenenti a quest’ultimo gruppo hanno in media due figli, tutti minori di 18 anni, e spesso comunicano con loro attraverso Facebook e WhatsApp (il social preferito dalle famiglie), dando vita a rapporti sempre più “ibridi”, in cui il contatto diretto tra le persone è integrato, a volte sostituito, da relazioni digitali e da interazioni a distanza. Insomma, un modo tutto nuovo di vivere la famiglia, che secondo gli autori del report non è in sé né buono né cattivo. Se da una parte essere costantemente connessi non sempre significa ‘essere in relazione’, dall’altro l’uso delle tecnologie digitali in famiglia può rivelarsi un valido supporto per coltivare le relazioni familiari: ad esempio, per il 60% dei casi presi in esame dalla ricerca, le chat e i social network sono ormai diventati canali privilegiati di comunicazione quando un figlio, per un certo periodo, si trova lontano da casa.

Ma come si comportano i genitori dei figli non ancora maggiorenni riguardo all’uso degli strumenti tecnologici? La ricerca rivela una particolare attenzione da parte delle famiglie, dove più della metà (il 54,1%) parla con il figlio di ciò che quest’ultimo fa sul web, mentre il 53,2% ha disposto delle regole sui tempi di utilizzo. “Le famiglie tendono spesso a sovrarappresentare i rischi del web. Hanno molta paura, sono timorose di quello che potrebbero fare i ragazzi online” spiega Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’educazione all’Università Cattolica e curatore del rapporto. Il quale però sottolinea come a questo non sempre corrisponda una capacità educativa altrettanto elevata. E infatti, il rapporto evidenzia sei tipologie di famiglia, contraddistinte da maggiore o minore capacità di tenuta educativa: si va dalla famiglia lassista, a quella permissiva, restrittiva, luddista, affettiva e mediattiva.

La prima (lassista) è una famiglia che lascia fare, confida che i propri ragazzi abbiano strumenti sufficienti per cavarsela, rinunciando così a mediare il rapporto dei figli con le tecnologie digitali che secondo loro non rappresenterebbero un problema educativo; anche la famiglia permissiva è caratterizzata da un basso livello di educazione e da un basso livello di controllo; la famiglia restrittiva, al contrario, si caratterizza per un alto livello di controllo da parte dei genitori, che leggono mail e messaggi dei figli, controllano la navigazione sul web (il che però non si traduce in un alto livello di educazione); la famiglia luddista, poco frequente, è quella che elimina i media dall’universo familiare (pensando così di non dover più esercitare alcuna mediazione), cerca di rimandare al più tardi possibile l’acquisto del primo smartphone ai figli e il suo atteggiamento di controllo in questo caso è spinto alle estreme conseguenze; c’è la famiglia affettiva, in cui i genitori controllano poco quello che fanno i figli nel digitale ma hanno un alto livello di presenza educativa, che si manifesta attraverso l’aiuto costante nei confronti del figlio, la condivisione del consumo, la forte convivialità; infine c’è la famiglia mediattiva che è simile a quella affettiva ma rispetto ad essa è molto più attenta alle pratiche mediali dei figli, fornendo loro strumenti per diventare fruitori critici. Ed è proprio quest’ultima che, secondo gli autori della ricerca, sembrerebbe centrare gli obiettivi educativi in maniera efficace.

Per tutti gli altri, i rischi sono dietro l’angolo. Richiamando il Rapporto, il Commissario Agcom Antonio Martusciello ha ricordato come nel Regno Unito l’aumento del tasso di ansietà e depressione tra i giovani in 25 anni sia cresciuto del 70%, complice la dipendenza da social. In Italia, il 79% dei giovani non riesce a staccarsi dai device neanche per tre ore. In Giappone poi il fenomeno degli Hikikomori (persone, soprattutto adolescenti, che decidono di isolarsi dalla vita sociale per lunghi periodi di tempo) è divenuto dilagante. Per non parlare della FOMO, Fear of Missing Out, una forma di ansia sociale e preoccupazione compulsiva di perdere l’opportunità di interazione sociale, di un’esperienza nuova o di un’esperienza gratificante, per lo più suscitate da post nei social, costringendo molti – giovani ma anche adulti – a vivere con un occhio perennemente incollato al cellulare. Per far fronte a queste derive servono regole, certo, ma gli addetti ai lavori sottolineano come queste da sole non bastino: il rafforzamento del rapporto scuola-famiglia, ad esempio, risulta essere un altro elemento indispensabile per accompagnare i giovani verso una crescita armonica. Alla fine, però, il giudizio complessivo del Cisf non risulta essere necessariamente negativo: “Anzi, dai dati dell’indagine emerge che l’ibridazione delle relazioni interpersonali con la rete sembra avere più effetti positivi che negativi a riguardo di quasi tutti gli indicatori della coesione familiare e, in parte, anche rispetto alla partecipazione civica nella sfera pubblica”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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