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Expo di Shanghai: “Better city, better life”?

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L’esposizione internazionale di Shanghai si presenta come la più grande manifestazione di questo tipo di sempre, sia in termini di spazio occupato, sia di visitatori, sia di risorse utilizzate. Lo slogan dell’Expo “Better city, better life” ci parla di sviluppo urbano sostenibile, di nuove tecnologie e di energie pulite per la salvaguardia dell’ambiente, di miglioramento della qualità della vita.

Ma per realizzare la stessa Expo si sono calpestati i diritti umani di migliaia di persone costrette a lasciare in brevissimo tempo la propria casa per finire come profughi negli immensi grattacieli della periferia. Paradossalmente però quest’evento manifesta la possibilità concreta di un futuro ecocompatibile.

Il padiglione "" dedicato alla "eliminazione della diseguaglianza, alla diminuzione della povertà, alla passione per la vita e per una società del benessere, a una migliore vita in città per le persone svantaggiate", con i suoi colori contrastanti è subito visibile nella zona B dell’Expo di Shanghai. Ma per Li Guanrong questo edificio non simboleggia né la vita né il sorgere del sole, cioè di una nuova speranza, ma è stato l’inizio della fine: per far posto al padiglione, nel 2007, la sua casa è stata rasa al suolo e la sua famiglia non è stata rialloggiata negli enormi condomini costruiti per questi profughi dell’Expo (si parla di 30.000 famiglie collocate nei grattacieli della zona industriale) né tantomeno risarcita per l’esproprio.

Li e il marito Zhou Jinhong non si sono dati per vinti e hanno agito per vie legali, con la conseguenza di essere arrestati per alcuni mesi. Usciti di prigione furono costretti ad affittare una stanza di 5 metri quadrati per 3 persone. Ma la coppia continuò a lottare sfidando l’autorità. Dopo minacce, nuovi arresti, perdita del lavoro nell’aprile di quest’anno Zhou, colpevole di aver lanciato una petizione su internet (e le autorità sono attentissime nella censura online), viene picchiato dalla polizia di Shanghai, arrestato e incriminato per aver “raccolto una folla per disturbare l’ordine pubblico”, mentre Li viene avvertita che potrebbe essere mandata nei terribili centri di rieducazione. Tutto questo per avere un posto dove vivere in pace.

Questa vicenda emblematica, raccolta dall'associazione HRIC (Human right in China), ci descrive il lato oscuro dell’esposizione internazionale di Shanghai. I numeri sono quelli, imponenti, che caratterizzano qualsiasi evento della Cina del boom economico e della visione imperial-nazionalista della dirigenza comunista.

Per questo l’Expo di Shanghai, che chiuderà i battenti il 31 ottobre dopo 6 mesi di grande presenza di pubblico (ad oggi sono transitati circa 57 milioni di visitatori in linea con le previsioni di 70 milioni di visitatori complessivi), è stata concepita come una vetrina più significativa delle stesse Olimpiadi del 2008. La spesa stimata parte dalla cifra di 4,2 miliardi di dollari ma se si contano anche gli investimenti per le infrastrutture collegate si giunge all’astronomico livello di 58 miliardi dollari.

La superficie espositiva è di 5,3 chilometri quadrati, 20 volte più grande dell'ultima Expo a Saragozza e sei volte l'Expo che sarà ospitata a Milano fra cinque anni. I paesi che hanno un proprio padiglione sono 191 a cui si aggiungono quelli delle organizzazioni internazionali, delle regioni della Cina e i padiglioni tematici.

Shanghai è una megalopoli di 18 milioni di abitanti (occupa una superficie di 6340 km2, 4 volte la Grande Londra) cresciuta in maniera esponenziale dagli anni 90 a oggi. Si prevede una crescita inarrestabile anche per il prossimo futuro: così sono in progetto ben 12 New town (e in Cina si fanno per davvero) costruite secondo moderni canoni ecologici.

Questa per ora è la promessa, evocata anche dallo slogan dell’Expo “Better city, better life”. In questi anni si è moltiplicato tutto: le linee della metropolitana ma anche il traffico cittadino (gli autoveicoli sono passati in 10 anni da 500 mila a 2 milioni e mezzo), i mezzi di trasporto ecologici e la cementificazione del territorio.

Per l’Expo è stato ripulito il Bund, il lungo fiume di Shanghai che si affaccia sulla avveniristica Pudong dai grattacieli eclettici e altissimi, lasciando alle spalle la zona coloniale. Sono stati realizzati un nuovo terminal all'aeroporto internazionale e un altro nel vecchio aeroporto e l’isola Chongming è stata collegata alla terraferma con un tunnel.

Tuttavia qualcosa di positivo sta accadendo perché, almeno nelle intenzioni proclamate, si sta facendo strada una coscienza ecologica forse dovuta all’insostenibile grado di inquinamento a cui sono sottoposte la maggior parte delle metropoli cinesi. Per esempio l’United Nations Environment Programme (UNEP) in un dettagliato studio sulla situazione ambientale di Shanghai e sui progetti dell’Expo promuove la strategia “ecologica” della città, dando alcuni suggerimenti e chiudendo qualche occhio.

In effetti la Repubblica Popolare sarebbe capace di stupire anche in positivo: negli avveniristici padiglioni espositivi si possono scoprire soluzioni innovative in campo ambientale (come quello della Germania) con materiali ecocompatibili, con pannelli fotovoltaici in grado di fornire l’energia rinnovabile necessaria, con tecnologie ad emissioni zero e con sistemi per riciclare completamente i rifiuti.

Una città moderna attenta all’ambiente sarebbe possibile anche in Cina dove però ora prevale un’impossibile armonia degli opposti: ricerca di un benessere condiviso e spregio di qualsiasi diritto umano, una prospettiva ecologica nel mezzo di un mare di sfruttamento ambientale ultra capitalistico.

Piergiorgio Cattani

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