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Europa: tre agenzie di credito si ritirano dalla diga Ilisu in Turchia

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Il villaggio di Hasankeyf - Foto: Dick Osseman

"Le agenzie di credito all’export di Germania, Austria e Svizzera si sono ritirate dal controverso progetto della diga di Ilisu nel Kurdistan turco". Lo annunciano la CRBM e la European Ilisu Campaign che hanno accolto la decisione con grande favore. "Il governo di Ankara non ha infatti rispettato le numerosi condizioni (oltre 150) legate alla concessione delle garanzie da parte dei tre enti. Permangono, dunque, serie problematiche di natura socio-ambientale che fanno sì che l’opera sia di difficile realizzazione" - sottolineano le campagne. L’esecutivo turco ha però manifestato l’intenzione di procedere con i lavori di costruzione, ricercando altrove i circa 500 milioni di euro venuti a mancare a causa del ritiro delle agenzie di credito – e conseguentemente delle banche private.

Tra gli altri danni, la realizzazione della diga di Ilisu sommergerebbe il villaggio di Hasankeyf, sito archeologico di primo grado, terra che testimonia il passaggio di oltre venti civiltà e con un passato di 12mila anni. "Il suo nome proviene dall'arabo Hsn Kayfa (Roccaforte rocciosa) - evidenzia Fazila Mat per l'Osservatorio sui Balcani. "Hasankeyf fu roccaforte orientale di Bisanzio e capoluogo conteso dalle civiltà islamiche, fu capitale degli Artukidi nel XII secolo e fino al XIX secolo era annoverato tra i maggiori centri urbani, mentre nella prima metà del XX secolo contava una popolazione di 10mila abitanti. Qui si insediarono, a partire dal XIV sec. a.C., anche gli Hurriti-Mitanni, gli Assiri, gli Urartu, i Medi, i Persiani, i Romani, i Sasanidi, i Bizantini, i Selgiuchidi, gli Ayyubidi e infine gli Ottomani, lasciando ciascuno alle spalle tracce della propria cultura".

Il progetto della diga di Ilisu risale al lontano 1954 e fa parte del piano di sviluppo economico per la regione sudorientale dell'Anatolia, noto con il nome di GAP (Guneydogu Anadolu Projesi). "Il GAP, avviato verso la fine degli anni ’70, prevedeva, all’origine, di intervenire sull’economia della regione, fortemente penalizzata negli anni dal disinteresse degli organi governativi" - sottolinea ancora Fazila Mat nel ricostruire la vicenda della diga. "Le 22 dighe e le 19 centrali idroelettriche, progettate sul Tigri e sull’Eufrate, avrebbero così prodotto energia a basso costo e favorito la ridistribuzione della terra grazie all’aumento delle terre coltivabili mediante le irrigazioni. Ma i costi, il ritardo sui tempi di realizzazione, gli effetti ambientali negativi delle dighe costruite sull’Eufrate e la mancata realizzazione di gran parte delle opere di irrigazione e dei progetti sociali, negli anni, hanno dato al GAP l’immagine di un gigante appesantito".

Nel 2005 la Direzione Statale delle Acque, gestore del progetto della diga a nome del governo turco, ha nominato un consorzio formato da sei società dalla Germania, dall’Austria e dalla Svizzera, senza istituire una gara d’appalto, ma basandosi unicamente su rapporti bilaterali tra i governi. Le società straniere, per poter ottenere il credito dalle banche, hanno chiesto alle Agenzie di Credito all’Esportazione (ECA - Export Credit Agency), vincolate ai loro governi, di fare da garante. Questi ultimi, a loro volta, tenuti presenti i criteri standard per concedere il credito e l'ampio dibattito suscitato nell'opinione pubblica dall'impresa della diga, hanno chiesto che il consorzio Ilisu presentasse un rapporto di impatto ambientale e un piano di reinsediamento. Entrambi i documenti sono stati preparati e presentati agli ECA, ma nel frattempo sono stati consegnati anche numerosi contro-rapporti e critiche preparate dal coordinamento "Facciamo vivere Hasankeyf" e da altre sei organizzazioni non governative europee. Gli ECA hanno così ritenuto opportuno demandare direttamente ai propri governi la decisione che, nonostante le opposizioni, è arrivata nel marzo del 2007.

Dopo l’esito favorevole delle elezioni del luglio 2007, il premier turco, Erdogan ha personalmente assunto la responsabilità dell’accordo, che è stato firmato tra il governo turco/DSI, il consorzio Ilisu e le banche creditrici. Solo a questo punto, infatti, sono stati resi pubblici i nomi delle banche finanziatrici: Akbank e Garantibank dalla Turchia, Bank of Austria – Creditanstalt BA-CA (legato al gruppo Unicredit) dall’Austria, DEKA Bank dalla Germania e Societé Generale dalla Francia. "Intanto lo stesso rapporto del comitato degli esperti, facendo valutazioni in Turchia e nella zona di Ilisu, divulgato nel marzo 2008, critica duramente i modi di realizzazione del progetto. Secondo il rapporto, nessuna delle 153 condizioni è rispettata, mentre la DSI si è dimostrata inadatta a realizzarle. Gli esperti, nel loro rapporto, hanno anche rilevato che non ci si è attenuti alle precauzioni necessarie per salvaguardare il patrimonio storico ed ecologico della zona" - spiega FazilaMat.

Germania, l’Austria e la Svizzera, in considerazione di quest’ultimo rapporto – ma non è da escludere l’incidenza della recente crisi economica – lo scorso ottobre si sono decisi a mandare un avviso di fallimento ambientale alla Turchia intraprendendo un primo passo di retrocessione dal progetto. I sessanta giorni concessi alla Turchia per rispettare le condizioni richieste sono scaduti il 12 dicembre scorso. "Una grande conquista per la nostra campagna" - commentano i rappresentanti dell’osservatorio dell’ECA austriaco. Il fronte dell’opposizione alla diga si concentra ora in Turchia dove si auspica che finisca l’interminabile attesa riguardo il futuro degli abitanti delle zone a rischio di allagamento e che il governo ascolti le alternative proposte. [GB]

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