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Europa delle 3 S. Sussidiarietà, solidarietà, sviluppo

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Bandiere d'Europa

Cinquanta anni fa, Papa Giovanni apriva il Concilio Vaticano II. Era la risposta della Chiesa alla tragedia della seconda guerra mondiale proprio nello stesso tempo in cui la costruzione del muro di Berlino sembrava rendere eterna la divisione dell’Europa.

Già da qualche anno prima della costruzione del muro, nel 1957, gli accordi di Roma avevano invece segnato i primi passi verso l’Unione Europea.

Passi iniziati non sotto la spinta d’interessi egoistici ma dal luminoso obiettivo di creare una grande comunità di uomini fondata sulla pace e sulla solidarietà.

Un progetto che ha avuto il suo più grande impulso dal comune spirito religioso dei tre padri fondatori: Adenauer, Schumann e De Gasperi.

Oggi, invece, il passato sembra ritornare. Sono riemersi in Europa i nazionalismi. E di fronte ai grandi processi immigratori si è preferito spesso offrire l’immagine dell’Europa fortezza, piuttosto di quella della casa comune.

È ritornata l’ideologia della guerra, con la sua cultura e le sue giustificazioni. Quando s’è pensato che la guerra fosse finita, con la fine dell’Unione Sovietica e dello scontro tra i due imperi, la guerra s’è moltiplicata: in Iraq, nei Balcani, in Afghanistan, in Libano, nel Medio Oriente, nei grandi laghi africani.

Al tempo stesso la guerra ha assunto anche il volto di un terrorismo che ha ancora più aggravato tutti i problemi.

Dopo la grande conquista dell’Euro, segno, anticipazione e fondamento di una Europa forte e unita, la presente crisi economica e finanziaria fa rinascere l’Europa degli egoismi e degli interessi nazionali.

La memoria e la politica diventano corte. Il più forte pensa alla sua forza, dimenticando i tempi della sua debolezza e della sua divisione.

Oggi la paura riporta a noi il volto dei populismi, dei razzismi, dei nazismi, che trovano crescente consenso nei popoli europei: non solo in Grecia, ma in Francia, in Ungheria, in Olanda, nei paesi scandinavi, nei Balcani ed in Italia.

I cristiani europei hanno la responsabilità di sconfiggere questa paura, senza incertezze, senza timidezze, ma, soprattutto senza collusioni. Le elezioni di questi giorni chiedono un cambio di passo, contengono elementi di speranza, ma anche contraddizioni e angosce. Prima che sia troppo tardi, possiamo sperare in un’ Europa solidale, che vuole riprendere a crescere, che vuole dare lavoro e futuro ai suoi cittadini, che vuole fare la pace con tutti.

I cristiani in Europa sono chiamati a seminare la speranza, attraverso una cultura del bene comune e dei beni comuni che, unica, può evitare la guerra. Senza questa cultura della fraternità, l’Europa può solo perire.

Tre le parole chiave per l’Europa di oggi e di domani: solidarietà, sussidiarietà e sviluppo. È cattiva politica, quella che (pur partendo dalla giusta necessità dell’equilibrio dei bilanci pubblici) si dimentica delle persone e delle loro sofferenze, in nome di un rigore, che troppo spesso grava di pesi insopportabili le spalle dei più deboli.

I cristiani, in questo passaggio, devono decidere di decidere e devono scegliere per l’Europa. Più Europa, più istituzioni europee, istituzioni più forti e vigorose. L’Europa come grande progetto culturale e istituzionale capace di rendere più giusto e pacifico il mondo. Istituzioni europee forti e trasparenti come baluardo contro il cinismo dei mercati che fanno della speculazione la loro religione, spostando in un attimo capitali immensi, approfittando della lentezza della politica e dei suoi tempi confusi e incerti.

Solo un’Europa forte e unita, nelle istituzioni e nella società, può battere questi poteri anonimi e concorrere alla costruzione di un mondo giusto, dialogando con l’Africa in maniera feconda e ben oltre vecchi e nuovi colonialismi.

Il tempo si fa breve, ma la crisi può essere un’opportunità, perché l’Europa diventi più Europa, cioè con istituzioni più coese, più forti e più stabili.

Mai come oggi c’è domanda di Europa.

I grandi temi del secolo: il cibo, l’acqua e le grandi immigrazioni domandano visione e non egoismo, preveggenza e non privilegi, fraternità e non conflitti, unità e non divisione. L’Europa deve esprimere questo patrimonio culturale e spirituale.

Questa è la nuova vocazione dell’Europa, che il mondo chiede e che i cristiani europei sono chiamati a realizzare. È possibile? La testimonianza coraggiosa di Mandela in Sudafrica e di San Su Kyi in Asia c’indicano la strada. Ciò che unisce la loro testimonianza è il grande messaggio della riconciliazione. L’Europa ha bisogno di unità e di riconciliazione per rendere visibile la sua forza mite, altrimenti gli egoismi, i conflitti sociali e le divisioni la frantumeranno nei mille rivoli del ribellismo sociale.

Senza riconciliazione e unità non c’è né sviluppo né democrazia per l’Europa.

Riconciliare e unire l’Europa è la sfida di oggi e di domani, a cui i cristiani non possono sottrarsi, se vogliono davvero guardare lontano. Solo così l’Europa potrà incontrare con parità e dignità le Americhe, l’Africa e la grande Asia in un percorso di pace e di giustizia.

Romano Prodi

Discorso tenuto a Bruxelles all’incontro Insieme per l’ Europa – 12 maggio 2012

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