Etiopia: la fame illuminata dalla luce elettrica!

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Ne parliamo da anni. Adesso è realtà. È stata inaugura sabato 17 dicembre sul fiume Omo in Etiopia Gibe III, una delle più controverse dighe della storia. Dall’alto dei suoi 240 metri di altezza, 630 metri di larghezza in cresta e 1.870 MW di capacità, la diga che ha occupato la parte sud-occidentale del fiume Omo creando un bacino di 150 km, rappresenta il più grande progetto di investimento energetico mai realizzato in Etiopia ed è destinato a risolvere il problema della carenza di energia elettrica. Sarà vero? Per ora la diga, che è stata costruita dal gigante italiano Salini Impregilo per “duplicare la produzione elettrica del Paese dell’Africa orientale con l’obiettivo di modernizzare la sua economia, diventando un hub energetico regionale”, ha prodotto devastanti conseguenze ambientali e sociali sradicando tutte le comunità della bassa Valle dell’Omo con furti di terra, reinsediamenti forzati e abusi dei diritti umani che hanno alimentato fin dall’inizio dei lavori le proteste delle popolazioni indigene, di ong come Survival International, Human Rights Watch, International Rivers e dei promotori italiani della petizione Stop a Gibe III.

A dispetto delle critiche Gibe III, integrato con i precedenti e distinti impianti idroelettrici di Gibe I e Gibe II e più a valle con le dighe di prossima costruzione Gibe IV e Gibe V, rappresenta il naturale completamento di uno dei più grandi complessi energetici al mondo. Insieme al progetto Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) realizzata sempre da Salini Impregilo, riflette l’ambizioso obiettivo dell’Etiopia di avere una capacità di produzione di 40mila MW entro il 2035. A quanto pare però, per l'impresa italiana, le “misure” sono ancora il solo e fondamentale criterio per celebrare il valore complessivo di Gibe III, un’opera che dicono “è la più alta al mondo di questo tipo” e per realizzare la quale “sono stati necessari 6,2 milioni di metri cubi di calcestruzzo, un volume pari a 2 volte e mezza la Piramide di Giza in Egitto”. L’invaso creato dalla diga poi "contiene 15 miliardi di metri cubi d’acqua, equivalente alla metà del volume del Lago Tana, il più grande d’Etiopia - ha spiegato il costruttore -  Con le sue dieci turbine Francis, la capacità installata dell’opera è pari a quella di due centrali nucleari”.

Indubbiamente "tanta roba", ma i pregi non si limitano alle misure. Per la Salini ImpregiloI benefici dell’opera sono stati evidenti anche durante la sua realizzazione, contribuendo enormemente allo sviluppo dell’economia locale”. L’opera, infatti, ha creato nel complesso lavoro per 20mila etiopi durante le varie fasi della costruzione, ma adesso rischia di distruggere i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare delle oltre oltre 200.000 persone che vivono nella bassa Valle dell’Omo. Il livello dell’acqua nel fiume, infatti, non è mai stato tanto basso come in questo periodo, con conseguenze devastanti per l’autosufficienza di tribù pastorali come i bodi, i mursi e i cacciatori-raccoglitori kwegu. “Il governo etiope e la Salini avevano affermato che le esondazioni artificiali avrebbero sostituito quelle naturali, ma nei due anni passati le autorità non hanno rilasciato acqua sufficiente a sostenere i mezzi di sostentamento degli indigeni” ha spiegato Survival. 

La diga a quanto pare ha messo fine alle naturali esondazioni del fiume Omo in Etiopia, da cui dipendono direttamente 100.000 indigeni, altri 100.000 indirettamentee secondo alcuni esperti gli effetti prodotti da Gibe III potrebbero anche segnare la fine del lago Turkana in Kenya, il più grande lago in luogo desertico del mondo, con drammatiche conseguenze per i 300.000 indigeni che vivono lungo le sue rive. Oggi molti abitanti delle aree interessate dagli effetti di Gibe III dipendono dagli aiuti alimentari, che non sempre vengono distribuiti regolarmente o in quantità sufficienti. “Il fiume non provvede più a noi” ha detto in novembre un testimone a un membro di International Rivers. “Il fiume continua a scendere. Ci sono ancora i coccodrilli, ma anche loro hanno problemi. I pesci faticano a depositare le loro uova. Ogni anno c’è sempre meno pesce. Il mio popolo deve affrontare gravi problemi. Gli aiuti non sono sufficienti per vivere”. La regione, oltre ad aver sempre offerto il necessario sostentamento alle popolazioni locali è da anni un’area di eccezionale biodiversità che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate”. Sicuramente vero, peccato che “Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di personeha dichiarato il Direttore generale di Survival International Stephen Corry. Adesso le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello “sviluppo” del paese ha prodotto non solo energia, ma anche fame e distruzione ambientale e per questo Survival ha presentato un’istanza formale al Punto di Contatto Nazionale dell’OCSE (tutt’ora in corso di valutazione). Intanto un’eventuale carestia nell’area sarà illuminata dalla luce elettrica. Per entrambe le cose occorrerà eventualmente ringraziare il genio italico.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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