Etiopia, come fronteggiare il cambiamenti climatici

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Foto: LVIA

3 milioni di anni fa l’uomo popolava l’Etiopia Orientale: era l'inizio della storia della specie. La valle del fiume Awash, nella regione Afar, è considerata la culla dell’umanità ma oggi si presenta come una savana inaridita e inospitale per gran parte dell’anno. Nella stagione secca, cioè il periodo in cui tendenzialmente non piove, e che qui dura ben sette mesi l’anno, le temperature possono sfiorare i 50 gradi. Il cambiamento climatico mostra più che altrove le sue drammatiche conseguenze, acqua e pascoli scarseggiano e le siccità si ripetono con maggior frequenza negli anni.

L’Organizzazione Meteorologica delle Nazioni Unite ha confermato a maggio 2017 che c’è una probabilità tra il 50 ed il 60 per cento che l’Oceano Pacifico vivrà un altro trend di riscaldamento, fenomeno che colpirà nuovamente le aree del Corno d’Africa, compresa l’Etiopia. “Le siccità accadono sempre più di frequente, è molto, molto chiaro.Sottolinea in una nota il World Food Program dell’ONU. - Se parlate con un qualunque contadino di come sono le piogge di oggi se paragonate a 20-30 anni fa, soprattutto i più anziani confermeranno che si vede una netta differenza”.

Anche se hanno la più piccola impronta ecologica del globo, la fragile esistenza dei pastori nel Corno d’Africa è probabilmente la più minacciata dal cambiamento climatico. Prevalentemente dedito alla pastorizia, il popolo dell’Afar, 1 milione e 500mila persone, è solito spostarsi con uno stile di vita nomade fermandosi dove ci sono acqua e pascoli per nutrire le mandrie. Il bestiame non è soltanto fonte di sopravvivenza ma rappresenta una cultura, uno status, regola i riti sociali, è la compensazione per un torto subito e la dote per il matrimonio. Qui si dice che i pastori morirebbero piuttosto che vendere i propri animali. Uno stile di vita che però sta perdendo i suoi equilibri.

Nel 2015, le piogge in tutto il Corno d’Africa sono state molto al di sotto del livello minimo e con l’arrivo del fenomeno climatico El Niño dall’Oceano Pacifico, la situazione è peggiorata. A maggio 2016 le piogge sono tonate ma si è trattato di un altro evento estremo e la violenza delle precipitazioni ha causato in Afar quasi 8.500 famiglie sfollate.

Il rapporto di fine maggio 2016 dell’Afar Pastoral Agriculture Task Force, una piattaforma di istituzioni e Ong locali e internazionali coordinata dalle autorità etiopi per mitigare gli effetti della siccità, descriveva una situazione molto difficile, di insicurezza alimentare, mancanza di acqua e impoverimento della popolazione costretta a svendere il bestiame, denutrito e in cattive condizioni: «Dalla vendita di due capre ricaviamo poco meno del corrispettivo per comprare 50 Kg di riso – risulta da una testimonianza riportata nel rapporto – e con questo la mia famiglia riesce a mangiare appena per un mese».

Le popolazioni dell’Afar stanno pagando le conseguenze della siccità che nel 2015-2016 ha colpito 10 milioni di persone in Etiopia: il più grave evento climatico degli ultimi 30 anni. Lo staff della LVIA, Ong italiana presente in quest’area, a fine aprile 2016 descriveva così la situazione in Afar: «Il livello delle falde e dei fiumi è diminuito e l’erba nei pascoli è quasi scomparsa. Ci sono decine di migliaia di animali morti e le condizioni del bestiame sono pessime. La disponibilità di prodotti animali come la carne e il latte, alla base dell'alimentazione dei pastori, è quasi ridotta a zero. Questo provoca una situazione di emergenza alimentare per molte famiglie e infatti sta aumentando il numero dei bimbi malnutriti. I prezzi di alimenti base come la farina, e del foraggio per sfamare le mandrie, sono aumentati a causa della scarsa disponibilità sui mercati locali, andando ad impoverire ulteriormente le popolazioni. Quasi 10.000 famiglie, il 3% della popolazione dell'Afar, sono già migrate verso le vicine regioni Amhara, Oromia e Tigray, in cerca d'acqua e pascoli». 

In questo difficilissimo contesto, gli interventi della cooperazione internazionale, tra cui anche italiana, hanno permesso di realizzare attività nei settori Acqua e Pastorizia, identificati tra i prioritari dalla Commissione incaricata di coordinare la risposta alla crisi dal Governo Etiope il quale anch’esso, nell’ultimo anno ha stanziato piu di 400 milioni di dollari per combattere la carestia conseguente alla siccità. L’obiettivo è dare una duplice risposta alla crisi: nell’immediato salvare vite umane, mentre nel lungo periodo la sfida è aumentare le capacità locali di affrontare le future crisi climatiche prima che abbiano effetti catastrofici sulla vita delle popolazioni.

In quest’ottica è fondamentale promuovere una gestione comunitaria delle risorse naturali e dei beni comuni di acqua e terra. Andrea Bessone, desk-officer dell’Ong LVIA, con riferimento all’intervento recentemente supportato dalla Cooperazione Italiana spiega: «Insieme alle autorità e comunità locali ci siamo occupati di realizzare infrastrutture idriche e sanitarie. La scelta condivisa è stata di privilegiare la costruzione di pozzi alimentati da sistemi semplici, facilmente gestibili e riparabili in caso di guasti, con tecnologie a basso impatto ambientale e di rafforzare attività economiche come la pastorizia, già praticate ed alla base dell’economia locale. Abbiamo aiutato molte famiglie a ricostituire il proprio gregge. Si tratta di azioni puntuali ma essenziali per risollevare persone così fortemente provate».

Fondamentale la formazione dei Comitati di gestione: saranno infatti le comunità locali ad essere responsabili della gestione sia delle risorse idriche che dei terreni per la produzione di foraggio. «Più di 700 persone hanno migliorato le proprie condizioni igieniche e sanitarie, 90 nuclei famigliari hanno ricevuto animali vaccinati e mangimi, 90 veterinari hanno partecipato a dei corsi di formazione e sono stati forniti di kit monitorare lo stato di salute del bestiame, e quasi 1.500 nuclei famigliari hanno accesso a fonti d’acqua sicura grazie alla costruzione di 6 abbeveratoi per il bestiame ed alla riabilitazione di un pozzo».

Secondo un documento stilato a gennaio 2017 dal governo etiope e dalle agenzie di aiuto umanitario, è necessario ancora 1 miliardo di dollari per affrontare le conseguenze della siccità del 2015. In fin dei conti, ci rendiamo ulteriormente conto di quanto la nostra impronta ecologica incida sulla condizione di vita di milioni di persone distanti migliaia di chilometri dalle nostre case.

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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