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Etiopia: Gibe III + Banca Mondiale = devastazione

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La diga Gibe III è il più grande progetto di investimento mai realizzato in Etiopia. Una volta completata grazie al nuovo progetto infrastrutturale appena approvato, senza una gara d’appalto e senza una valutazione di impatto, con i suoi 240 metri di altezza e i 1.870 MW di capacità, la diga occuperà la parte sud-occidentale del fiume Omo, creando un bacino di 150 km che contribuirà a condurre l’energia prodotta fino alla rete elettrica del Kenya. La sua costruzione che annovera la Banca Mondiale come sponsor delle linee di trasmissione elettrica ed è affidata dal 2006 all’impresa di costruzione italiana Salini, dovrebbe essere completata entro il 2014, ma le devastanti conseguenze ambientali e sociali della sua costruzione, che sradichernno tutte le comunità della bassa Valle dell’Omo, hanno alimentato fin dall’inizio dei lavori una massiccia opposizione, tra cui Survival International, Human Rights Watche International Rivers oltre ai promotori italiani della petizione Stop a GIBE 3

“Il bisogno di energia elettrica di Kenya ed Etiopia non dovrebbe essere usato dalla Banca Mondiale come scusa per giustificare queste palesi violazioni dei diritti umaniha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International, a maggior ragione se la decisione di sostenere una tale controversa iniziativa viola le linee guida della Banca Mondiale sulla salvaguardia dei diritti dei popoli indigeni e sul reinsediamento forzato. “La Banca Mondiale - ha proseguito Corry - ha deciso ancora una volta di sostenere un progetto infelice, che distruggerà le vite di centinaia di migliaia di persone. Oggi, questi popoli sono i più autosufficienti del Corno d’Africa, ma si vedono calpestare i loro diritti umani da un’organizzazione che anziché imparare dalla storia, continua a ripetere gli errori del passato”.

A nulla sembra essere servito l’esempio della Banca Europea per gli Investimenti (Bei) che con un comunicato ufficiale ancora nel luglio 2010 aveva dichiarato di “non essere più coinvolta in alcun modo nel progetto della diga di Gibe 3 in Etiopia” e di “non avere alcuna intenzione di continuare l’iter previsto per la concessione di un prestito al progetto”. Allora non sembrò un caso, ma una decisione ponderata se non dal diritto, sicuramente dall’immagine. La diga, infatti, minaccia ancora oggi di distruggere i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare degli oltre 200.000 persone che vivono nella bassa Valle dell'Omo. Il livello dell’acqua nel fiume non è mai stato tanto basso come in questo periodo, con conseguenze devastanti per l'autosufficienza di tribù pastorali come i bodi, imursi e i cacciatori-raccoglitori kwegu.

Oltre all’allarme ambientale, di pari passo con le operazioni governative di spianatura delle terre della bassa Valle dell’Omo per la loro trasformazione in redditizie piantagioni di canna da zucchero e cotone che potranno essere irrigate grazie alla presenza della diga, nell'area si stanno diffondendo, per Human Rights Watch, anche “violenti furti di terra, reinsediamenti forzati e abusi dei diritti umani”, conseguenze terribili quanto prevedibili, visto che il progetto non ha mai contemplato misure di mitigazione e compensazione per le popolazioni colpite dai lavori.

Inoltre ha concluso il direttore generale di Survival International “L’Etiopia non ha consultato nessuna comunità indigena in merito alla costruzione della Gibe III che devasterà sia la bassa Valle dell'Omo, sia le molte comunità che vivono oltre il confine con il Kenya, vicino alle sponde del lago Turkana, il lago desertico più grande del mondo” un sito riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.

Non è un caso, si legge sul sito della campagna italiana Stop a GIBE 3, che il comitato World Heritage dell’Unesco abbia richiesto all’Etiopia ancora nel 2011 di “sospendere immediatamente la costruzione della diga Gibe III” a causa dell’impatto che l’impianto idroelettrico avrà sul livello del Lago Turkana, in Kenya. La decisione dell’Unesco si basa sui risultati di uno studio idrogeologico commissionato dalla Banca Africana di Sviluppo in seguito al ricorso presentato dall’associazione kenyota Friends of the Lake Turkana e che ha confermato dal 2006, con l’inizio dei lavori, “l’abbassamento del livello dell’acqua, l’interruzione delle piene stagionali e il drastico cambiamento delle caratteristiche chimiche e biologiche dell’acqua”.

Ma il caso di Gibe III, per quanto eclatante, non è isolato nelle sue conseguenze. Per Survival, infatti, “È quasi sempre devastante l'impatto che la costruzione di grandi dighe sta avendo sui popoli indigeni della terra” e l’associazione lo documenta da anni, da quando nel 2010 con il rapporto Il ritorno delle grandi dighe (in .pdf) ha aperto gli occhi della società civile sugli altissimi costi umani e ambientali dell’energia “pulita” generata dai grandi impianti idroelettrici. L’Etiopia non è la sola purtroppo a subire questa “diga” di interessi economici ed energetici, e dalla Colombia alla Patagonia passando per il Brasile e il Tibet, la lotta dei popoli indigeni per i propri diritti sembra solo all’inizio.

Alessandro Graziadei

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