Esmeraldas, la prima colonia “nera” d’America

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Foto: M. Grisenti ®

Le ferite lasciate dalle barbarie spagnole durante l’epoca della conquista coloniale sono ancora vive qui in America Latina, e si riflettono nelle lacerazioni sociali di cui siamo testimoni quotidianamente. Le discriminazioni ai danni di indigeni e afroamericani si materializzano, purtroppo, in tanti gesti quotidiani, la distribuzione della ricchezza é proporzionale al chiarore della pelle e i tassi di povertá piú alti sono regolarmente concentrati nelle popolazioni andine e amazzoniche, coloro a cui queste terre piú apparterrebbero e che piú le rispettano. Parlo dell’Ecuador ma l’esempio puó essere facilmente esteso a tutte la nazioni americane. Dai resoconti fragili e dibatutti di quell’epoca, risulta per lo meno controversa la figura di Bartolome de las Casas, vescovo spagnolo della Chiesa cattolica, che per primo si promosse difensore dei diritti dei nativi americani, denunciando gli abusi dei conquistadores. Cosí facendo favorí il flusso di importazione di africani per sostituire gli indigeni nei “laboriosi inferni delle miniere d’oro della Antille”. Molti insistono che la sua opera apologetica nei confronti dei nativi fu, allo stesso tempo, una delle cause della proliferazione di schiavi africani in America. Giá nel 1534, quando la Spagna conquistava il Perú, questa schiavitú si era evoluta nella soluzione ideale per far fronte alle necessitá produttive del territorio. Senza che nessuno ci rimanesse male.

Si narra che nel 1540 l’africano Andrés Malgache fu il primo schiavo dell’America del Sud a conquistare la libertá dai padroni spagnoli, riuscendo a scappare durante un rapido sbarco nella baia di San Mateo, nella provincia di Esmeraldas appunto. Malgache riusci a fuggire con la sua compagna, con cui successivamente ebbe due figli. 13 anni piú tardi, lo spagnolo Alonso Illescas si trovava capo di una spedizione di 17 schiavi e 6 schiave donne, nella zona della costa di Portete, provincia di Esmeraldas. Prima di approdare a riva, la barca si arenó su degli scogli. Gli africani approfittarono dello scompiglio generale per scappare e si rifugiarono nella fitta giungla che iniziava a pochi metri dalla costa. Una foresta senza fine, che si trasformó nella loro principale alleata. Per di piú la possibilitá di morire nel tentativo di fuga non rappresentava un grande ostacolo: sempre meglio che vivere da schiavo.

Come vagabondi, gli africani errarono per giorni finché si imbatterono in un piccolo accampamento della tribú dei nigua, dove solo trovarono donne e bambini: gli uomini locali avevano abbandonato vigliaccamente la comunitá in balia degli stranieri. Tuttavia successivamente ritornarono al villaggio, rendendosi conto dell’inutilitá di organizzare un’imboscata. Da quel momento gli africani iniziarono a combattere al fianco dei niguas per conquistare le terre limitrofe, ai danni di altre comunitá indigene. 25 anni dopo, racconta Miguel Cabello Balboa, uno storico spagnolo tra i pochi a mantenere contatto con la popolazione africana, “Campaz” si era trasformato in un insediamento “nero”, guidato da un capo tribú che si faceva chiamare don Alonso de Illescas, come il suo antico padrone. Illescas aveva la fama di guerriero agguerrito e temutissimo. Egli era stato prelevato come schiavo a Capo Verde, e deportato a Siviglia ancora ragazzino, dove imparó la lingua spagnola, la religione cristiana, fino a saper suonare la vihuela (strumento della famiglia dei liuti).

Col passare degli anni Illescas divenne l’uomo piú potente della provincia di Esmeraldas. Grazie alle abilitá da astuto guerrigliero, stringeva alleanze con comunitá locali, per poi tradirle e conquistarle. Si spinse fino agli accampamenti spagnoli nella zona di Portoviejo, che per anni si sentirono minacciati da un’imminente espugnazione. Tanto che da Guayaquil si cercó di risolvere il problema inviando svariate truppe di soldati, che peró non riuscirono mai a perforare la densa muraglia di giungla che proteggeva la tribú africana. Finché un giorno Andrés Contero, allora governatore di Guayaquil, riuscí nell’impresa di far prigioniero Illescas, nella sua stessa terra. Eppure, scrive il Balboa, giusto il giorno in cui doveva essere giustiziato, Illescas fu liberato da un tale Gonzalo de Avila, che in tempi non sospetti aveva vissuto a Capo Verde, anch’egli lavorando nella tratta di schiavi. Avila si prese a cuore la storia di Illescas e decise di escogitarne la fuga. I due strinsero una vera e propria amicizia e insieme tornarono vittoriosi nella “selva esmeraldeña”. Da quel momento Illescas cambió profondamente il suo atteggiamento e lavoró con impegno per recuperare la sua reputazione con i conquistadores. Rinunció ad attaccare nuovi insediamenti spagnoli e addirittura ordinava di aiutare coloro i quali si perdevano nelle coste del suo regno.

Un giorno, infine, invió un invito ufficiale alle autoritá spagnole affinché venissero a visitare le sue terre: Illescas era ormai disposto ad annettere il territorio di Esmeraldas alla Corona spagnola. La notizia si diffuse come un lampo alla diocesi di Quito, che prontamente organizzó una delegazione, presieduta dallo stesso Balboa. Evidentemente non esisteva angolo al mondo che gli spagnoli non volessero controllare. Ma questo li allettava in particolar modo, per la presenza di oro e smeraldi che si diceva proliferassero nella zona, oltre all’opportunitá di creare una via di comunicazione a Quito, piú rapida rispetto al porto di Guayaquil. Detto fatto, Illescas ricevette Balboa in riva a un fiume, dove si consumó una solenne cerimonia, al termine della quale Balboa perdonó le inclemenze del passato ed estese a Illescas l’invito a divenire il futuro governatore della provincia. Qualche tempo dopo, Illescas arrivó a Quito per essere finalmente insignito del nuovo titolo: fu cosí che si proclamó il primo governatore nero della storia americana.

Illescas é riconosciuto come il massimo eroe de la libertá afroamericana, e la sua storia incarna una vicenda tanto emblematica della storia ecuadoriana quanto sottaciuta. Nelle scuole nazionali si preferiscono approfondire altri argomenti, cosí annebbiando la memoria dei giovani ecuadoriani, che raramente sanno rievocare la figura di Alonso de Illescas. É certamente un peccato, ma ancora piú sconcertante é il fatto che tanti abitanti afroamericani di Esmeraldas non conoscano la propria storia, le proprie origini. E l’indifferenza generale non sembra scomodare nessuno. Il governo Correa ha probabilmente fatto passi in avanti a favore della conservazione dei popoli indigeni e delle loro tradizioni ancestrali: da una decina d’anni in Ecuador é proibito usare il termine “indio”, considerato come offesa. Contemporaneamente, peró, ci si é disinteressati di un’altra importante etnia, che arricchisce la diversitá culturale di questo piccolo paese, senza dubbio apprezzabile in pochi altri paesi al mondo.

Oggi nella provincia di Esmeraldas vivono circa 600 mila persone, in grande maggioranza di etnia afroamericana e mulatta, discendenti di quegli stessi schiavi deportati dagli spagnoli nei secoli coloniali. Un popolo di gente amena e colorata, sempre disposta ad intonare le feste paesane con una marimba e assordanti tamburi, tipici della cultura africana. La gastronomia é un altro motivo d’orgoglio del territorio, che delizia i palati piú esigenti con piatti tropicali come el encocado, el cevicangre, la cocada, los patacones, los bolones, il riso ai frutti di mare. Molti dei quali a base di cocco e verde, il classico platano ecuadoriano. Senza sorvolare sull’enorme importanza che ricopre la produzione di cacao biologico “aroma fino”, esportato in tutto il mondo. Ci vorrebbe lo spazio di un’intera rivista per elencare le seduzioni turistiche di questa provincia, dalle sue spiagge inviolate ai suoi paesaggi tropicali dove giacciono le mangrovie piú alte del mondo, fiumi e cascate mozzafiato.

L’altra faccia della medaglia, peró, riflette una provincia ancora tra le piú povere del paese, spesso trascurata dal governo centrale, come successo durante il terremoto del 16 aprile 2016. Preoccupano i livelli di analfabetismo: l’INEC (l’agenzia di censimento nazionale) ha riscontrato che il 9,8% della popolazione adulta sopra i 15 anni non é in grado di leggere e scrivere. La copertura del sistema d’istruzione pubblica é ancora limitata, raggiundendo solo l’87,7% della popolazione. Tutti gli altri, sostanzialmente, non hanno mai frequentato una scuola.

Questi sono i paradossi sociali della provincia degli smeraldi, della pietre preziose. Una provincia che, coccolata dal verde della sua giungla, i suoi specchi d’acqua, il suo oceano, rischia di dimenticare da dove viene.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sto per abbandonare, a malincuore, la década dei 20. Non mi sono mai sentito troppo italiano. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

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