Eritrea: andate e ritorni

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Foto: Ansa.it

Di viaggi si parla molto. Viaggi dalle caratteristiche differenti per mezzi utilizzati, strade percorse, destinazioni, persone con le quali si condivide. I viaggi che affollano il nostro campo visivo, oggi, non sono i grandi tour o le crociere turistiche e i flussi di arrivi di cui si parla non sono quelli degli stranieri in “visita” alle bellezze italiane. Il soggetto di queste “andate e ritorni” è quindi chiaro. Alla data del 31 dicembre 2015, 153.842 persone sono arrivate in Italia via mare o via terra attraverso scali non convenzionali. La maggior parte di queste persone sono state “cercate/trovate e soccorse” e hanno fatto richiesta di protezione. 38.612 provenivano dall’Eritrea: rappresentano il gruppo più numeroso. Insieme a loro, sono arrivate 21.886 persone dalla Nigeria, 12.176 dalla Somalia, 8.909 dal Sudan, 8.123 dal Gambia, 7.444 dalla Siria, 5.752 dal Mali, 5.751 dal Senegal 5.039 dal Bangladesh e 4.486 dal Marocco. I dati sono del Ministero dell’Interno: ogni “dato” corrisponde ad una vita umana. La domanda da porsi non è se sono tanti. Da questo punto di vista, in generale, sono meno del 2014, 9% in meno; nello specifico, però le persone dall’Eritrea sono invece aumentate. In che modo ci interrogano questi numeri?

Chi sei? Da dove vieni? Dove sei nato? Come si chiamano tuo padre e tua madre? Quando sei arrivato in Italia? Da dove? ecc. ecc. I dati (quasi tutti anagrafici, fatta eccezione per un solo punto, il sedicesimo, in cui viene richiesto di allegare un “foglio” con scritti i “motivi per i quali ha lasciato il suo Paese d’origine e/o motivi per i quali non intende o non può farvi ritorno”) vengono registrati nel cosiddetto modello C3, un verbale delle dichiarazioni degli stranieri che chiedono in Italia il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951.

Cosa dicono a noi i toponimi che registriamo? Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Gambia, Siria, Mali, Senegal, Bangladesh, Marocco, Asmara, Massaua, Lagos, Iloube, Benin City, Koko, Mogadiscio, Hargeisa, Bossasso, Nyala, Geneina, Banjul,… la lista è lunga. Punti che incrociano meridiani e paralleli dei quali non sappiamo assolutamente nulla, dei quali – in molti casi – non vogliamo sapere alcunché.

Fermiamo lo sguardo per qualche minuto sull’Eritrea. Le numerose persone arrivate nel 2015 non si sono fermate in Italia. Neppure negli anni precedenti lo hanno fatto: il progetto migratorio degli eritrei (e non solo) ha come destinazione i Paesi del Nord Europa. Al primo gennaio 2015 gli eritrei presenti nel nostro paese erano 10.610, lo 0,21% degli oltre cinque milioni di stranieri residenti (i dati sono dell’ISTAT). Come mai si scappa anche dall’Italia? (Forse) quei cittadini che non più tardi di mezzo secolo fa abitavano una “periferia” italiana, ora non trovano adeguate misure di accoglienza nel “centro”: il centro non li desidera, non li riconosce, li respinge.

Ahinoi, l’Eritrea è stata colonia italiana con la prerogativa di essere pure la primogenita. Fin dal 1869, l’Italia da poco unificata aveva messo l’occhio sulle coste eritree che riuscì ad acquistare solo nel 1882, prima Assab, poi Massaua, e via di seguito fino all’entroterra. Nel 1890 l’Eritrea entrò ufficialmente a far parte del Regno d’Italia; il legame si concluse nel 1947, quando attraverso il trattato di Parigi, l’Italia rinunciò a tutti i suoi possedimenti africani. Una relazione secolare della quale non è rimasto nulla (o poco) nella memoria dell’Italia. “Dimenticare la storia che lega Africa e Italia è un’infamia. Perché dimenticandola si dimentica di essere stati infami, razzisti, colonialisti” – ce lo ricorda Igiaba Scego nel libro scritto con Rino Bianchi, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città.

Basti provare a frugare nei nostri ricordi scolastici: cosa sappiamo ad esempio di ciò che è stato il ventennio fascista per l’Eritrea e per le altre colonie? Il falso storico degli “italiani brava gente”, con il quale si continua ad autoassolversi, fa fatica ad essere svelato e decostruito. Quale prezzo ha pagato l’Eritrea solo contando anche approssimativamente i morti tra i soldati dell’ esercito coloniale, gli ascari. Sarebbe importante fare il punto su ogni questione specifica, ma non è questa la sede per farlo.

Obnubilamento “forzato” dalla troppa vergogna, rimozione di quanto commesso (per eccessivo senso di colpa?) senza aver mai tentato di chiedere perdono? Forse nulla di tutto ciò: in ogni caso quando incrociamo i volti degli eritrei sulle copertine dei settimanali o su qualche prima pagina di giornale o telegiornale, non ne riconosciamo alcuno. Per i più si tratta di volti anonimi provenienti dal continente di tutte le sventure. E allora ci affossiamo dentro la retorica dei perché e dispensiamo soluzioni, la più rivoluzionaria sembra quella dell’“aiutiamoli a casa loro”, senza sapere che c’è già chi ufficialmente lo fa; anche se in modo non poco contradditorio. L’Unione Europea, e soprattutto il governo italiano, intrattiene buone relazioni con il regime di Isaias Afewerki, come pure molte aziende italiane investono in terra eritrea in nome dello sviluppo. Afewerki è pure firmatario del Processo di Khartoum, un accordo sottoscritto a Roma il 28 novembre 2014, un anno dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 in cui sono morti 360 eritrei e 8 somali. I firmatari sono i rappresentanti degli Stati membri dell’Unione Europea, dei paesi del Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Etiopia e Gibuti) e di alcuni paesi di transito (Sud Sudan, Sudan, Tunisia, Kenya ed Egitto) con lo scopo di stabilire forme di collaborazione per combattere il traffico di esseri umani, intervenire sui fattori scatenanti dell’emigrazione, cercare di garantire dei percorsi più strutturati per chi emigra, tutelando le fasce più vulnerabili e i richiedenti asilo. Il titolo dell’iniziativa è esilarante per non dire raccapricciante “EU-Horn of Africa Migration Route Initiative”; chissà che in un futuro prossimo non pubblichino anche una “guide routard” per intraprendere meglio il viaggio. Nell’ambito del sostegno all’iniziativa, nel luglio 2015, l’UE ha discusso con il governo eritreo un pacchetto di aiuti allo sviluppo di oltre 300 milioni di euro ai quali l’Italia avrebbe contribuito con 2,5 milioni.

Lo stesso Afewerki, al potere dal 1991, ha dato ordine di sparare a vista contro chi tenti di oltrepassare la frontiera per emigrare, si legga scappare, evadere da un Paese-carcere (o lager come è stato definito). Dei quasi sette milioni di abitanti (il dato del 2015 è una stima), quasi mezzo milione ha lasciato l’Eritrea nel 2014 (l’UNHCR parla di circa 5.000 partenze al mese; 90% di queste persone hanno tra i 18 e i 24 anni). A questi cinquecento mila dobbiamo però aggiungere anche quelli partiti nei decenni precedenti: il Paese sta perdendo la sua linfa vitale; Afewerki sta portando a termine una sorta di omicidio-suicidio.  

L’ultimo rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite pubblicato il 4 giugno 2015 non lascia spazio ai dubbi (il Report of the Commission of Inquiry on Human Rights in Eritrea contiene immagini satellitari dei campi di addestramento militare di Sawa, Wi’a and Mai Serwa). La principali “scoperte” della commissione portano alla luce e confermano i racconti di chi è riuscito a sopravvivere al viaggio. I capi di accusa sono numerosi: sorveglianza della popolazione e violazione del diritto alla privacy, negazione della libertà di movimento, di opinione e di espressione, di pratica religiosa e di credo, arresti arbitrari, sparizioni forzate, uccisioni, detenzione illegale senza possibilità di un processo, tortura. Il sistema di sorveglianza e punizione è garantito da 361 prigioni e centri di detenzione. Il viaggio degli eritrei e delle eritree è una fuga dalla negazione di futuro, dalla costrizione di portare le armi o dall’obbligo di lavorare in un servizio di leva che dura decenni.

Raggiungere l'Europa è un viaggio ad ostacoli di ben oltre 3.000 chilometri fatto di confini da superare; tra un confine e l'altro, poi, i soggiorni temporanei tra un paese e l’altro sono esperienze difficili da immaginare. Il primo confine è quello con il Sudan: qui, l'accoglienza alla frontiera non è delle più amichevoli. Una volta superato, gli eritrei devono sopravvivere all’attraversamento del deserto sudanese. Qui, il rischio di essere intercettati dai trafficanti di uomini e di organi è una triste probabilità: l’illusione di raggiungere Israele – che fin dal 2006 ha rappresentato la destinazione di una nuova rotta – finisce nel Sinai (la storia non è certo recente). Diversamente, se non c’è deviazione del percorso diretto a nord, c'è però il confine con la Libia e le sue carceri; alla fine la traversata del Mediterraneo da dove riparte il lavorio per superare un'altra serie di confini e di limiti. Linee… “fatte di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti . Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze, Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra” come scrive Alessandro Leogrande in La frontiera. È la storia di una geografia della sopravvivenza: la posta in gioco è la vita e il suo futuro. 

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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