Emissioni zero: l’esempio della Svezia, i tentativi dell’Italia

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Foto: Ilpost.it

Mentre l’amministrazione Trump dopo l'addio all'Accordo di Parigi ha da poco annunciato che rinvierà di 2 anni anche l’applicazione del Waste Prevention Rule del Bureau of Land Management (Blm), che limita le emissioni di metano da parte delle compagnie petrolifere e del gas che lavorano su terre pubbliche federali e tribali, con 241 voti a favore e 45 contrari, la Svezia il 15 giugno ha reso giuridicamente vincolante la nuova legge sul clima annunciata in febbraio che porterà il Paese scandinavo a raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2045. Si tratta di impegni ancora più ambiziosi di quelli sottoscritti con l’Accordo di Parigi, visto che la Svezia con questa Klimatreform diventerà “carbon neutral” 5 anni prima di quanto previsto, una sfida non impossibile visto che il Paese ha applicato una cabon tax già dagli anni '90 e ha fortemente investito nell’eolico, nel solare e nell' idroelettrico, tutte fonti cha assieme al nucleare (dal quale sta valutando il disimpegno) forniscono alla nazionale l'80% del fabbisogno energetico.

La nuova normativa è un esempio positivo di politiche a tutela dell’ambiente che mirano ad una maggiore diffusione della mobilità sostenibile e ad un’ulteriore trasformazione ecologica del settore dei trasporti, soprattutto tramite l’incentivo per auto elettriche e biofuel. A dire il vero la legge non prevede dopo il 2045 una riduzione completa della CO2 immessa in atmosfera, ma consente la compensazione di un 15% di emissioni da abbattere attraverso investimenti in progetti all’estero. Si tratta di operazioni che potrebbero contemplare il finanziamento della riduzione delle emissioni di gas serra in Paesi in via di sviluppo o l’utilizzo delle controverse tecnologie della “carbon capture and storage”, che stoccano nel sottosuolo le emissioni delle fabbriche e che mirano ad estrarre l’anidride carbonica dall’aria. Tutte tecnologie costose e ancora sperimentali, che non convincono molte associazioni ambientaliste, ma che per Gareth Redmond-King, responsabile clima ed energia del WWF svedese non squalifica la nuova legge perché “Con Donald Trump che ha intenzione di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi, ora più che mai abbiamo bisogno che il resto del mondo faccia la sua parte nella lotta contro il  cambiamento climatico. Questa legge è una vittoria importante, non solo per la Svezia, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro ambiente”. 

Dal momento in cui entrerà in vigore, nel gennaio 2018, la legge obbligherà il governo a nominare un Consiglio per la politica climatica e a fornire un report sulle politiche climatiche ogni anno, insieme alla legge finanziaria. In parallelo, ogni quattro anni, il governo redigerà un piano di azione sulla politica climatica stilando dei carbon budget con i passi specifici che intende compiere per centrare tutti gli obiettivi intermedi e rispettare così la tabella di marcia prevista dalla riforma. Tutti impegni lontanissimi dalle prospettive ecologiche contemplate in Italia dalla controversa Nuova Strategia energetica nazionale (Sen), anche se il 15 giugno scorso, in occasione delle celebrazioni per la Giornata Mondiale del Vento, Andrea Napoletano, segretario generale del ministero dello sviluppo economico, ha ricordato come all’interno della Sen la de-carbonizzazione giochi un ruolo essenziale visto che “dovrà essere garantito il perseguimento al 2030 degli obiettivi definiti dall’Unione Europea con il Clean Energy Package ed i relativi Piani Nazionali Clima-Energia. Nel prossimo decennio sarà dunque fondamentale dare ulteriore impulso alle fonti rinnovabili, in primo luogo nella generazione elettrica con un contributo non secondario da parte dell’eolico”.

Un settore che secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev), ha ampi margini di miglioramento con ricadute importanti anche a livello occupazionale. Per l’analista economico Andrea Marchisio, che per Anev il 15 giugno ha fatto i conti in tasca all’eolico italiano “Una eventuale crescita della fonte eolica in Italia capace di sfruttare al 2030 il potenziale di installazioni stimato da Anev di circa 5,3 GW di nuova capacità e 3,4 GW di rinnovamento di impianti esistenti, altrimenti dismessi, determinerebbe un incremento del 75% degli occupati permanenti e un incremento medio del 35% degli occupati temporanei annuali”. Per questo per il presidente di Anev Simone Togni, “Il tema dell’occupazione nel settore eolico è cruciale in vista della definizione della nuova Strategia Energetica Nazionale. Lo studio sul potenziale eolico di Anev mette in luce i benefici che il comparto può portare in Italia con un potenziale di 67.200 posti di lavoro complessivi al 2030. Il settore eolico sta crescendo in tutto il mondo e, con il giusto sostegno da parte delle istituzioni, potrà portare ulteriore sviluppo, benefici ambientali e occupazione anche nel nostro Paese”.

In questi ultimi anni si è realizzata una massiccia penetrazione delle fonti di energia rinnovabile nel sistema elettrico italiano e l’energia del vento copre oggi oltre il 6% della produzione nazionale netta e oltre il 5,5% della domanda elettrica nazionale, valori significativi se si confrontano con quelli di pochi anni fa. Per questo anche il vice presidente della Commissione attività produttive alla Camera, Ignazio Abrignani, sempre in occasione della Giornata Mondiale del Vento, ha voluto ricordare come “Nel nostro Paese la potenzialità del settore eolico è straordinaria. Ad oggi risultano impiegati circa 9.250 MW a fronte dell’obiettivo Sen di 12.680 alla data del 2020, ma la cosa più importante è che l’eolico, tra le fonti rinnovabili pulite, è quella che ha maggiori potenzialità ancora disponibili, se si pensa che tra minieolici, off-shore e on-shore si parla di un possibile sviluppo di 17 GW al 2030”.  Adesso questa crescita delle fonti rinnovabili deve essere accompagnata dalla politica, che come in Svezia dovrebbe puntare sull’incentivo di soluzioni tecnologiche e ambientali sempre più innovative e sulla velocizzare gli iter autorizzativi dei nuovi impianti, con la certezza di norme che, specie nel settore eolico, per l’Anev “sono state fino ad oggi troppo spesso ambigue e incerte”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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