È la fine del carbone?

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La Cina ha un suolo particolarmente ricco di carbone la cui estrazione, che copre il 40% della produzione mondiale, è concentrata nelle miniere delle regioni dello Shanxi. Se è vero che attraverso il carbone la Cina soddisfa oggi il 64% della domanda di energia dei suoi oltre 1,385 miliardi di cittadini, Pechino è ormai consapevole dei danni provocati dall’estrazione e dalla combustione di questo materiale fossile e la scorsa estate ha avviato un piano quinquennale per portare al di sotto del 58% la percentuale di carbone nel consumo di energia primaria e per alzare sopra il 15% quella di energie rinnovabili. È previsto, infatti, il taglio della capacità produttiva dell'industria carbonifera per circa 800 milioni di tonnellate in cinque anni attraverso la chiusura definitiva delle miniere in via di esaurimento e un contemporaneo aumento dell’utilizzo dell’energia eolica da 129 GW a più di 210 GW, di quella solare da 43 GW a più di 110 GW e di quella idrica da 320 GW a 380 GW.

Anche se a ben vedere il piano, diffuso dall’agenzia ufficiale Xinhua, punta più ad una razionalizzazione dell’industria del carbone, piuttosto che ad una più sostenibile svolta ecologica nei confronti di questo combustibile fossile, la scelta appare oggi economicamente più sostenibile che in passato vista l’attuale contrazione dei consumi energetici cinesi e va di pari passo con il rallentamento del Pil del gigante asiatico. Che si tratti di calcolo economico o di svolta green, i buoni risultati dal punto di vista ecologico non tarderanno ad arrivare ed è pensabile che nel 2020 la Cina brucerà “solo” 4,1 miliardi di tonnellate di carbone l'anno, con un incremento modesto rispetto ai 3,96 miliardi di tonnellate dello scorso anno, quando la città di Taiyuan, principale centro per la produzione del carbone è stata dichiarata la più inquinata della Cina e tra le prime 10 città più inquinate al mondo. Per questo la capitale dello Shanxi il 1 ottobre ha messo al bando la vendita, il trasporto e l’uso del carbone per ridurre l’altissimo inquinamento e aumentare le speranze di vita dei suoi cittadini, che lo scorso anno hanno prodotto il 24,3% della produzione nazionale di carbone facendo toccare alla città dei livelli insostenibili di anidride solforosa (SO2) nell’aria.

Così, anche se il bando dell'uso di carbone sarà applicato a individui e compagnie rigorosamente non statali e che producono acciaio e energia, la limitazione prevede l’estrazione di 2 milioni di tonnellate in meno di carbone all'anno, che ridurranno del 45% il PM2,5 e la SO2 nell’aria abbattendo del 40% le giornate all’anno classificate ad alto impatto inquinante. Per ottenere questo risultato la città, che conta circa 4,2 milioni di abitanti, si è impegnata a rinnovare gli impianti di riscaldamento per 134.000 famiglie nelle zone urbane e rurali, cambiando stufe e cucine a carbone con strumenti elettrici o a gas naturale. Una trasformazione che sia a livello locale che nazionale per Xu Shaoshi, presidente della Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo economico sarà supportata dall’investimento di 100 miliardi di yuan a sostegno delle autorità locali e le industrie che subiranno gravi perdite finanziare. Il governo, ha sottolineato Xu, porterà avanti queste riforme nel settore energetico "senza intaccare le previsioni di crescita nazionale del Pil che rimarranno pari al 6,5% fino al 2020".

Quello che sta accadendo in Cina a Taiyuan ricorda, anche se con proporzioni minori, la decisione annunciata dal Comune di Assisi che è diventato il primo ente locale in Italia ad esprimere l’intenzione di disinvestire dalle fonti fossili e reinvestire in energie rinnovabili all’interno del proprio territorio, nel quadro di un più ampio impegno di riduzione delle emissioni di gas serra  attraverso la sottoscrizione del Patto dei Sindaci per il clima e l’energia.La Città di Assisi aderisce al programma di disinvestimento delle fonti fossili promosso in Italia dalla Campagna #DivestItaly, e lo fa attraverso un atto ancora più ampio che è l’adesione al Patto dei Sindaciha dichiarato la sindaca Stefania Proietti. “Si tratta di un programma a livello europeo a cui aderiscono oltre 7.000 città d’Europa, che prevede la riduzione delle emissioni di CO2 del 40% entro il 2030. In pratica la Città di Assisi si impegna a ridurre del 40% tutte le emissioni di CO2 determinate dai sistemi edificio-impianto-trasporto pubblici, ma anche privati. È quindi implicito in questa riduzione significativa delle emissioni di CO2 su tutto il territorio comunale il disinvestimento in fonti fossili e l’investimento invece in energie alternative, attraverso nuove strategie di sviluppo sostenibile integrate con le fonti rinnovabili”.

Per Riccardo Rossella, coordinatore della campagna #DivestItaly per Italian Climate Network  quello dell’amministrazione di Assisi rappresenta il primo caso in Italia di impegno da parte di un comune e si configura quindi come un importante riferimento per quanti, tra enti locali e altri tipi di investitori, intendano contribuire a vincere la sfida della transizione energetica attraverso un’azione concreta che punta a risolvere il problema delle emissioni di gas serra alla sua radice”. Anche se in Italia non abbiamo l’impatto ambientale che ha il carbone in Cina, continuare ad investire in combustibili fossili appare anche nel contesto del Belpaese sempre più un’idea anacronistica, per questo “ci auguriamo che l’esempio tracciato dal Comune di Assisi venga seguito da un numero crescente di realtà nel nostro Paeseha detto Rossella. La decisione della Città di Assisi giunge quasi contemporaneamente all’annuncio congiunto di disinvestimento anche da parte 40 organizzazioni cattoliche provenienti da 11 paesi in tutti i continenti, fatto il 4 ottobre dal Global Catholic Climate Movement. Le diverse istituzioni, hanno espresso il proprio impegno a disinvestire dall’industria delle fonti fossili "tanto sulla base del riconoscimento degli impatti che l’utilizzo di tali fonti hanno sul Creato, quanto in un’ottica di lungimiranza economica volta ad abbandonare o escludere investimenti che stanno diventando sempre più rischiosi". 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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